La rivoluzione delle oche

Da una pratica millenaria nasce il progetto One Goose Revolution che si basa sull’utilizzo delle oche in vigna che assolvono la funzione di mangiare le erbe infestanti

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Il principio è quello dell’agroforestry, ovvero, la convivenza di coltivazioni, semine e pascoli sullo stesso terreno, per un’agricoltura sostenibile. L’agroforestry è un sistema agricolo che prevede la combinazione di coltivazioni, nel caso specifico l’allevamento di oche e la coltivazione dell’uva.

Un utilizzo sostenibile delle risorse naturali che prevede l’utilizzo degli animali al posto dei diserbanti chimici, infatti, le oche nella vigna mangiano le erbe infestanti evitando l’uso dei concimi. Questa tecnica millenaria, utilizzata in passato in agricoltura, è stata rispolverata nel progetto One Goose Revolution promosso dall’Istituto Profilattico sperimentale di Umbria e Marche in collaborazione con l’Università di Perugia, il professor Cesare Castellini che ne ha coordinato l’area scientifica e l’azienda Di Filippo che lo ha testato guidando un esercito di 600 oche che lavorano all’interno dei filari.

La rivoluzione delle oche

Una scelta ecologica sostituisce il lavoro degli animali a quello dei diserbanti e delle macchine e che aiuta a contenere i costi di gasolio e dei trattamenti chimici. Ma la presenza delle oche nella vigna, spiegano a GP News il professor Castellini ed Emma Di Filippo dell’omonima azienda, induce anche un cambiamento biochimico del suolo che migliora la qualità produttiva del vigneto. Il terreno non viene schiacciato come succede con le falciatrici meccaniche e riesce ad ossigenare meglio potenziando la sua attività microbica.

GP News ha incontrato il professor Castellini ed Emma Di Filippo per capire meglio il progetto.

La rivoluzione delle ocheProfessore, partiamo da una riflessione. Dopo tanta tecnologia in agricoltura, stiamo ritornando al passato?

Non parlerei tanto di ritorno al passato ma di una nuova declinazione al futuro. Ovvero abbiamo adottato una vecchia metodologia e l’abbiamo interpretata in maniera diversa. L’utilizzo degli animali nei campi è una tecnica utilizzata molto nell’agricoltura di un tempo, ma che oggi ha un valore aggiunto: quello di ridurre l’impatto ambientale. È un approccio più funzionale rispetto al passato, non è più solo sussistenza ma un impegno verso l’ambiente.

Com’è nato One Goose Revolution?

Dalla volontà di ricreare una filiera produttiva che fosse attenta al territorio, sostenibile e volta alla qualità. La presenza delle oche in vigna non rappresenta solo un beneficio per le viti ma un esempio di pascolo libero. Attualmente le produzioni avicole vengono fatte in maniera intensiva invece è possibile puntare su allevamenti che prevedono un pascolo all’aria aperta, in completa libertà. Questa sinergia consente di realizzare prodotti di qualità, sicuri e nel rispetto dell’ambiente.

Dopo un anno dalla partenza del progetto, quali stime si possono fare?

In realtà l’università ci lavorava già da un paio di anni e l’azienda Di Filippo almeno da quattro. Da subito si sono individuati dei lati molto interessanti. L’immagine dell’azienda, il minor impatto ambientale, una riduzione dei consumi energetici e dei concimi chimici. Per non parlare poi del risparmio del consumo di terra, nel senso che gli stessi ettari destinati al pascolo sono anche dedicati alle colture rimanendo così produttivi. Non manca qualche controindicazione, come costi in più. Serve più manodopera, avere degli animali che lavorano in vigna richiede personale che se ne deve occupare. Recinzioni sicure e forti per impedire alle volpi o ad altri animali selvatici di introdursi.

Perché la scelta è ricaduta sulle oche?

In realtà potevano essere utilizzate anche altre specie animali come galline o polli come abbiamo già sperimentato in passato sotto gli uliveti, ma per i vigneti serviva una specie capace di mangiare senza distinzione qualsiasi tipo di erba per mantenere puliti i filari; e nessuno ne è capace come le oche, animale erbivoro per eccellenza.

E non c’è il rischio che le oche mangino l’uva?

Diciamo che possono beccare le viti. Rischio ridotto al minimo perché è previsto che le oche vengano messe in vigna a marzo, quando solitamente si fa lo sfalcio nei vigneti e vengono tolte a settembre.

C’è qualche altra azienda agricola pronta a testare il progetto?

C’è ne sono un paio in Umbria, ma per adottare l’agroforestry si deve abbracciare un orientamento. Aziende biologiche e agricoltori interessati. L’agroforestry richiede attenzione verso gli animali che si riflette con un maggior impegno delle persone. Non solo quantitativamente, perché più animali in impresa significa più presenza umana. Ma anche qualitativamente, chi decide di lavorare in questo modo dev’essere pronto a sostenere maggiore manutenzione e deve essere disposto a prendersi cura della terra e degli animali.

La possiamo definire una vera e propria rivoluzione che porterà ad un rinnovamento del paesaggio agrario, come sostiene il professor Castellini, più uomini e meno macchine nei nostri campi, dove c’era il bisogno di un ritorno alle “mani”.

E proprio di mani che lavorano ogni giorno abbiamo parlato con Emma Di Filippo che gestisce insieme al fratello Roberto, l’azienda che ha collaborato al progetto.

Emma, la vostra azienda è da sempre biologica. Ma come vi siete avvicinati all’agroforestry?

Diciamo che tutto è nato quando abbiamo deciso di adottare un’agricoltura biodinamica che sostiene il principio che per una buona agricoltura servono 5 ettari ed un cavallo. Alla luce di questo motto abbiamo deciso di sostituire i trattori. Testimoni anche del fatto che esistono realtà dove lavorare con i cavalli è consuetudine, come in Romania, dove abbiamo un’azienda. Così 6 anni fa abbiamo sostituito i trattori con i cavalli. Una scelta non solo ecologica ma anche funzionale. I trattori durante il loro passaggio, infatti, comprimono la terra che va in ipoossigenazione diventando meno fertile. Oggi abbiamo 9 cavalli che lavorano l’80% dei campi sostituendo la meccanizzazione nell’ottica di una maggiore sostenibilità e produttività.

Quando sono arrivate le oche?

L’utilizzo degli animali nei campi volta ad una sinergia di più colture, è arrivata con la collaborazione dell’agronomo ed amico di famiglia, Rodolfo Rosati, che tempo prima aveva sperimentato l’uso dei polli sotto gli uliveti. Allevare delle oche in vigna per il controllo delle erbe infestanti è stata una sfida che abbiamo voluto cogliere all’incirca quattro anni fa, sempre nell’ottica del rispetto della natura e della qualità della produzione. Una sfida che grazie al supporto scientifico dell’Università di Perugia, ha portato a risultati notevoli per i campi e le coltivazioni.

Una bella sfida infatti. Nessuno vi poteva assicurare la buona riuscita della coltivazione

Sì, i primi tempi sono stati quelli più difficili. Le oche hanno avuto bisogno di un ambientamento ma dopo un po’ tutto è rientrato in un naturale meccanismo. Sicuramente quel che ne abbiamo ricevuto è stato un accrescimento sia a livello di qualità dei prodotti sia a livello di comunicazione della nostra azienda: abbiamo qualcosa da raccontare, qualcosa che non è comune nella realtà vitivinicola.

L’utilizzo delle oche al posto dei concimi chimici porta a cambiamenti organolettici nell’uva e quindi nel vino?

Una volta entrato a regime, abbiamo avuto modo di notare che la qualità della terra era migliorata con l’utilizzo delle oche e questo di riflesso, ha migliorato anche la qualità dei nostri vini, tanto che i vigneti trattati con l’agroforestry sono quelli che danno vita alle selezioni più importanti.

C’è chi ancora crede che le tecniche biologiche non possano dare vini di qualità

Fino a 10 anni fa quando si parlava di biologico, dei cosiddetti vini naturali, si parlava poco di qualità. I vini a volte avevano note olfattive spiacevoli, e forse questo è rimasto nella memoria. Ma in questi anni si è fatto tanto, le tecniche biologiche hanno compiuto passi da gigante regalando vini di una complessità olfattiva e gustativa notevole. I vini biologici rispettano l’autenticità e la tipicità dell’uva e dei suoi aromi primari, non a caso noi trattiamo le uve autoctone. Non aggiungere solfiti rende possibile mantenere inalterati gli aromi e se la materia prima è di alta qualità si avrà un vino di alta qualità. Il segreto è rispettare la materia prima.

Non utilizzare solfiti, può inficiare la conservabilità del vino?

Diciamo che ad oggi abbiamo prodotto vini che vanno bevuti nella stessa annata, al massimo entro i due anni. Sono vini che non affinando in legno vanno consumati giovani. Ma abbiamo conservato anche delle bottiglie per 4-5 anni a scopo sperimentale ed abbiamo ottenuto dei buoni risultati. Confidiamo nel fatto che affinando sempre di più le tecniche, si possano produrre anche vini da invecchiamento.

Torniamo alle oche. Una coltura di questo tipo comporta più spese?

Se inseriamo i costi da affrontare all’interno di un ecosistema monetario no, nel senso che bisogna costruire un circuito aziendale in cui tutte le spese siano parte di una catena. Se utilizziamo le oche sotto i filari, ovviamente la loro gestione ha un costo che viene ammortizzato se le oche diventano un nuovo anello della catena. Le oche allevate, infatti, servono per la produzione di salumi di alta qualità. Una sinergia produttiva che fa sì che l’utilizzo degli animali ci permette di produrre un vino di qualità e naturale; ed il pascolo libero delle oche che si nutrono di erba aumenta la qualità della carne. La parte più costosa è la sperimentazione, la ricerca del personale adatto e l’adattamento degli animali stessi.

Sono poche le aziende che utilizzano questi metodi di coltivazione?

So che esistono altre 3-4 realtà in tutta Italia ma si parla di pochi numeri, nella nostra azienda abbiamo a regime circa 600 oche che si traducono nel 30-40% di risparmio delle risorse energetiche. Una tecnica agricola che grazie alla collaborazione con l’Università ed il professor Castellini, ha ricevuto ufficialità e scientificità. Ma soprattutto una dimostrazione concreta che qualcosa per migliorare l’ambiente si può fare.

Ma l’agriforestry porta con sé un altro vantaggio come ha sottolineato il professore Castellini, porta ad un’umanizzazione dell’agricoltura dopo che la meccanizzazione aveva sostituito le mani dell’uomo nei campi. Ed in questo crede fermamente anche Emma Di Filippo.

“La presenza di animali in azienda comporta quella del personale che debba prendersene cura. Aumenta l’offerta di lavoro. Ad esempio, i driver dei nostri cavalli sono tutte ragazze giovanissime. Un motivo di orgoglio, sia perché aumenta la presenza delle donne in questi ambienti, sia perché, notiamo con piacere, che c’è un avvicinamento dei giovani all’agricoltura e soprattutto ad un certo tipo di agricoltura.

Contributo offerto da Gerarda Lomonaco e curato dalla Redazione di Green Planet News

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