La sfida di Castel de Paolis

Se il territorio è lo scenario del racconto del vino, i produttori ne sono i protagonisti. Per narrare un vino dobbiamo raccontare sì la vigna, ma anche le mani che lo lavorano

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Il racconto di una terra che ha una storia enologica che risale a 2000 anni fa. Siamo a Grottaferrata, nelle verdi colline dei castelli romani che si lasciano alle spalle la città eterna. Sulle antiche rovine di un castello medioevale sorge Castel de Paolis.

In questa intervista, Fabrizio Santarelli, direttore dell’azienda, ci racconta in maniera particolarmente approfondita una realtà fra le più importanti del panorama laziale, una delle maggiori rappresentanti del “vino di Roma” di qualità.

Fabrizio Santarelli, come nasce Castel de Paolis?

Da una scintilla scoppiata nel 1985 fra mio padre, Giulio Santarelli, allora sottosegretario del Ministero dell’agricoltura, e Attilio Scienza, direttore dell’Istituto di San Michele all’Adige in Trentino. Un incontro che trasformò un’idea in un progetto. Sotto la regia del dottor Scienza, infatti, si tagliò mezzo ettaro con una serie di vitigni, per l’esattezza 25. Dopo tre anni dagli impianti, ogni uva fu vinificata e vennero valutati i risultati sulla base delle interrelazioni fra terreno, clima e vitigno. I risultati migliori, oltre che dalle varietà locali, arrivarono dai vitigni internazionali: viognier, semillon, sauvignon blanc, cabernet e merlot e da vitigni insospettabili, petit verdot e shiraz, uve avveniristiche per gli anni ’80.

Una vera e propria sperimentazione?

Sì, una scommessa ed una sfida vinta. Trapiantare dei vitigni internazionali e studiare il loro adattamento nel territorio di Grottaferrata, fino ad arrivare al prodotto finale: vini di qualità che oggi strizzano l’occhio ai mercati esteri.

La sfida di Castel de Paolis

Quanto durò questa fase di studio?

Otto anni, la prima annata è del 1993. Per ogni specie procedemmo con una microvinificazione e su 25 vitigni, solo 12 diedero ottimi risultati. Pensi che vinificammo anche il moscato rosa, che trovò nei terreni vulcanici e collinari di Grottaferrata, l’habitat giusto. E che oggi dà vita al Rosathea IGT, un vino rosso dolce, unico al di fuori dei confini altoatesini.

Grande attenzione è stata rivolta anche ai vitigni locali?

Sì, ovviamente in questo caso siamo stati facilitati trattandosi di uve tipiche: malvasia puntinata o del Lazio, trebbiano giallo, bellone. Varietà che hanno dato vita prima al Frascati DOC e nel 2011, quando fu istituito dal consorzio, al Frascati DOCG. Il primo più beverino, un vino pronto, con un grado alcolico di 13,5 e che vede l’utilizzo maggiore di malvasia di candia, il secondo più elegante e strutturato, più longevo, un vino di 14 gradi per il quale utilizzo una percentuale maggiore di malvasia puntinata. Una diversificazione volutamente di qualità.

L’attenzione alla qualità è la parola d’ordine di Castel de Paolis e questo lo riscontriamo degustando il Frascati superiore Docg. Un vino fine ed elegante, di gusto intenso, sapido, minerale e con profumi delicati. Un vino che regala note piacevolissime al palato e molto lontano dall’idea che si ha del vino dei castelli.

Come mai è così sottovalutato il “vino di Roma”?

Perché si porta dietro il retaggio di una produzione votata alla quantità. Vini con costi accessibili e largamente bevuti soprattutto nel dopoguerra, anni che ne decretarono il grande successo fra quanti non cercavano la qualità. Per fortuna negli ultimi 20 anni le cose sono cambiate. C’è stata un’evoluzione del gusto che spinge le persone ad essere più attente a quello che consumano. Il Frascati è un vino di grandi potenzialità regalate dal terreno vulcanico e argilloso sul quale poggia e dalle correnti marine. Ed io con il mio lavoro e con i miei prodotti cerco di raccontarlo.

È passato dalla finanza al vino, una differenza di mondi e di emozioni, lo rifarebbe?

Altre mille volte, mi sono laureato in Economia e dopo qualche anno nella finanza, ho sentito il richiamo di questo mondo che vale la pena di promuovere. La mia sfida è proprio questa: valorizzare la mia terra e la sua massima espressione. In Italia e all’estero. Stiamo crescendo sempre più nel mercato cinese, dove dagli anni ‘90 c’è uno strapotere della Francia. Mentre i vini italiani si stanno facendo strada solo negli ultimi sei anni.

A cosa è dovuto questo divario?

Ai colossi della grande distribuzione come Carrefour e Auchan che sono presenti in Cina dagli anni ’90, che hanno acceso l’interesse verso il vino, non solo attraverso la vendita dei propri prodotti ma anche inviando sul posto sommelier e degustatori che hanno spiegato il vino, lo hanno raccontato alle persone. C’è stato un investimento proprio sull’educazione. Noi, invece, siamo lasciati soli ad autorappresentarci. La mia avventura in Cina, ad esempio, comincia perché ho conosciuto un imprenditore cinese. Mi sono messo in gioco in prima persona per far capire ed apprezzare il vino dei Castelli Romani.

La sfida di Castel de Paolis

Ed è una missione che porta avanti anche qui?

Sì, ho creato una sorta di pool, insieme a quattro aziende del Consorzio del Frascati ed a uno chef di Grottaferrata, vogliamo far conoscere il nostro territorio e le nostre eccellenze partendo da un terreno molto difficile, il Piemonte. Saremo infatti, all’Eataly di Torino. Un’iniziativa che portiamo avanti da soli con la voglia di far emergere la qualità che sicuramente si lega ad aziende che curano l’intera filiera, dalla vigna al bicchiere.

Nel territorio di Frascati, da appassionata, noto un vuoto delle “bollicine”. Accetta quest’altra sfida?

In anteprima vi confido che stiamo creando un protocollo di intesa con il CREA di Velletri per produrre le prime bollicine nel 2019. Un metodo classico che affinerà sui lieviti almeno 24 mesi.

In attesa del primo brindisi nel 2021, facciamo un grande in bocca al lupo a Fabrizio ed a tutti quei produttori che valorizzano con il proprio lavoro un territorio come quello dei Castelli Romani, vocato alla coltivazione delle uve e capace di regalare prodotti eccellenti.

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