Le fontane che danno vino: la leggenda dell’Appia Antica

Scoperte sull’Appia Antica delle fontanelle che davano vino. Un ritrovamento che dimostra come la regina viarum sia da sempre zona vocata alla produzione del vino. E la storia continua a ripetersi, dopo 2000 anni troviamo ancora nel cuore del parco, chi fa del vino una vocazione. La famiglia Brannetti con “Riserva della Cascina”

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L’antica campagna romana da testimonianza di sé con il sontuoso Parco dell’Appia Antica che ospita vigneti, orti e frutteti. Uno scrigno che racchiude la storia dell’impero di Roma. Ne sono conservati tesori architettonici e naturalistici, come la valle della Caffarella solcata dal fiume Almone, dimostrazione del paesaggio agricolo a ridosso della città, e l’area degli acquedotti con i ruderi delle condotte che rifornivano l’acqua all’urbe.

Un lavoro di alta ingegneria che ci dice quanto esperti fossero i romani. E le loro conoscenze non si fermavano all’acqua. I romani erano specialisti anche nelle tecniche di vinificazione apprese dagli etruschi. Già Columella nel “De Re Rustica” parlava di terrazzamenti drenanti in grado di conservare la giusta dose di umidità e di calore. E del vino che fermentava in vasi di terracotta per poi essere travasato in anfore da 20 litri dove veniva lasciato anche per 20-25 anni.

Il vino ha avuto un ruolo importante nell’Impero, Roma era così piena di vigneti che arrivavano fino a dentro le mura. Gianicolo e Monte Mario erano ricchi di Trebbiano e Moscadello. Ma la vera protagonista era lei, la campagna romana che si dipanava all’interno di quello che oggi conosciamo come il Parco dell’Appia Antica, dove tuttora vigneti antichissimi si intrecciano alle antiche rovine.

Nella Villa dei Quintili, l’area del circo di Commodo ospitava un vigneto di 800 metri quadri e proprio qui, a maggio scorso, è stata fatta un’interessante scoperta. Alcuni scavi condotti dagli archeologi Riccardo Frontoni e Giuliana Galli, hanno portato alla luce delle stanze di stoccaggio del vino risalenti al III secolo D.C.

Le fontane che danno vino: la leggenda dell’Appia Antica

Una serie di ambienti, un ninfeo del vino con delle nicchie dove poggiavano delle fontanelle che gettavano vino in una serie di vaschette di decantazione” – spiega Riccardo Frontoni – il complesso è composto da due ambienti per la lavorazione del vino e due per la sua raffinazione. Accanto a queste stanze, la vera novità della scoperta, sono delle sale decorate con marmi, non semplici celle vinarie di campagna come se ne trovano in giro, ma vere e proprie sale per banchetti prospicenti alle celle vinarie. Sale dove si può immaginare che l’imperatore tenesse banchetti durante i quali gli invitati degustavano i vini. Una vera e propria enoteca imperiale, elegante e decorata” – continua Frontoni.

Un sistema specializzato. Dalle celle il vino sostava nelle vaschette di decantazione e fluiva attraverso le fontanelle ai “dolia”, contenitori di terracotta nascosti sottoterra dove il vino veniva conservato. Un ritrovamento che dimostra come la regina viarum, sia da sempre zona vocata alla produzione del vino. A quell’albanum, il vino dei Colli Albani, bevuto dalla Roma repubblicana.

Le fontane che danno vino: la leggenda dell’Appia Antica

E la storia continua a ripetersi. Dopo 2000 anni troviamo ancora nel cuore del parco, chi fa del vino una vocazione. La famiglia Brannetti con “Riserva della Cascina”. Incontriamo la giovane Silvia, seconda generazione, che con grande passione si “sporca” tutti i giorni le mani in cantina per portare in un calice un pezzo di storia, la storia della sua famiglia e di questo territorio.

Silvia, come nasce Riserva della Cascina?

Riserva della Cascina è il nome del terreno dove giace il nostro vigneto, lo abbiamo trovato sulle antiche mappe catastali dell’area: il terreno si trova in zona Fiorano, con entrata sulla via Appia Antica, una strada che ha 2000 anni, disseminata di rovine Romane. Un posto molto suggestivo ad appena 10 km dal Campidoglio. La nostra storia di vignaioli inizia negli anni del dopoguerra con il mio bisnonno Giuseppe e mio nonno Giovanni. All’epoca il vino nella nostra zona si vendeva sfuso, la richiesta di Roma era quasi solamente di quel tipo. Poi mio padre Pino ha continuato l’attività lavorando con mio nonno fin da bambino. Nel 1994 abbiamo preso la certificazione del biologico, anche se mio nonno aveva aderito alla filosofia di non usare prodotti chimici da sempre: faceva il vero vino “naturale” nell’accezione che suppongo si usi oggi. Nel 1999 mio padre ha iniziato a imbottigliare il primo bianco, da uve Malvasia Puntinata, Malvasia di Candia, Bombino Bianco. Poi il primo rosso, da uve Sangiovese, Montepulciano e Merlot, ed entrambi hanno avuto un bel successo da subito, considerando che la vendita avveniva tutta nello storico negozio. Nel tempo poi mio padre ha deciso di imbottigliare anche la Malvasia Puntinata in purezza, a cui ha dato il nome Gallieno, imperatore Romano il cui sepolcro è esattamente di fronte alla nostra vigna. Tutti questi progressi non sarebbero stati possibili senza l’aiuto di mia madre Daniela, che con mio padre ha sempre lavorato e continua a lavorare occupandosi soprattutto della vendita e dell’amministrazione. E poi ci sono io. Ho conseguito un dottorato di ricerca in matematica ma mi mancava la concretezza di “fare” qualcosa, così, nel 2011, ho deciso di lavorare nell’azienda. A forza di sgomitare (non facile in un’azienda a conduzione familiare) ho anche trovato la mia collocazione, quella che più amo: faccio il vino, lavoro personalmente in cantina, mi sporco le mani insomma.

Le fontane che danno vino: la leggenda dell’Appia Antica

Un’eredità importante produrre vino dove storicamente nasce il “vino di Roma”

Il nostro vigneto si trova in un posto molto importante storicamente, ma anche molto ricco a livello geologico. Il suolo è vulcanico e quindi molto ricco di minerali. Ci sono diverse referenze scritte che testimoniano come la nostra terra sia particolarmente vocata alla viticoltura: è infatti la stessa zolla su cui Alberico Boncompagni Ludovisi produceva in passato i famosi vini Fiorano Bianco e Rosso. La mia vigna confina con la tenuta di Fiorano dei Boncompagni Ludovisi. Fortunatamente partiamo da un terreno ricco di base. Le nostre uve sono perlopiù autoctone: è una zona di bianchi e tra le autoctone ricordo la Malvasia Puntinata, la Malvasia di Candia, il Bombino Bianco, il Bellone, il Trebbiano. Non ci sono, invece, rossi tradizionali. Come uve rosse abbiamo Montepulciano, Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon e Syrah. Io tengo molto ai vitigni autoctoni, quindi cerco di fare un lavoro che punta ad esaltarne le qualità, soprattutto della Malvasia Puntinata, che preferisco. Purtroppo in passato le zone del Lazio da cui proveniva il “vino di Roma” non hanno lavorato in modo lusinghiero, quindi ora sta a noi andare avanti con passione e determinazione affinché le cose cambino. E noi già lo stiamo facendo.

I vostri IX Miglio Bianco e Gallieno sono rappresentativi della storia di questo territorio, sono prodotti con vitigni simbolo della viticoltura romana. Ce li racconti?

Sono i vini più rappresentativi della zona: in particolare “IX Miglio Bianco”. Si chiama così perché come dice il nome vuole ricordare la posizione del nostro vigneto sulla via Appia a partire dal Campidoglio ed è composto dai vitigni bianchi tradizionali della nostra zona, Malvasia Puntinata, Malvasia di Candia, Trebbiano, in percentuali diverse a seconda dell’annata. Un vino di beva molto piacevole, fresco, sapido, riesce ad interpretare bene la mineralità dei suoli e si abbina perfettamente a molti piatti della tradizione romana. Il suo profumo evolve molto nell’affinamento: nel tempo, in annata le note fruttate si attenuano e lasciano spazio all’acacia, al miele, note più floreali di fiori gialli. Poi c’è “Gallieno”, Malvasia Puntinata 100%, è il mio “cocchetto”. Come dicevo io sono molto legata ai vitigni autoctoni. Nel Lazio non ne abbiamo molti, ma io cerco di lavorare quelli che abbiamo con passione. La Malvasia Puntinata è uno di questi. Raccolgo le uve molto presto, così il vino mantiene un’acidità alta che consente una freschezza ed un affinamento nel tempo. Le uve vengono subito coperte dal ghiaccio secco (anidride carbonica ghiacciata che poi evapora, non liquefa) per non essere ossidate, infatti il vino è chiarissimo, giallo verdolino, proprio per questo motivo. La fermentazione avviene con lieviti neutri che non lasciano prevalere aromi di fermentazione. Ci tengo molto che esca il varietale della Malvasia. Poi il vino viene arricchito dal batonnage sulle fecce fini, che faccio da fine fermentazione per 8 mesi. Tenere in agitazione le fecce fini “ingrassa” il vino, lo rende più morbido e setoso.

Le fontane che danno vino: la leggenda dell’Appia Antica

Un legame molto stretto fra vino e territorio sottolineato anche dai nomi che scegliete. Il vino parla con le sue etichette, ed è un dettaglio che non trascurate

Per scegliere il nome del rosato, La Via delle Rose, ho impiegato un anno (ho chiesto riferimenti storici agli archeologi del parco dell’Appia Antica, nella mia zona c’era il Fundus Rosarius, una coltivazione di rose, che i Romani utilizzavano molto a scopo ornamentale). Siamo particolarmente attenti a far risaltare l’appartenenza territoriale al parco dell’Appia Antica, sia tramite i nomi dei vini che tramite le illustrazioni delle etichette fatte da Elisabetta Romagnoli, vogliamo mandare un messaggio chiaro e diretto: la nostra vigna è tra le rovine romane, a Roma, dunque storia e territorio devono spiccare.

Già tuo nonno non utilizzava prodotti chimici. Un rispetto per la produzione e per l’ambiente che va al di là della certificazione. Cosa rappresenta il “biologico” per Riserva della Cascina?

Il biologico per noi è culturale, non è una scelta commerciale. Ci crediamo e vediamo i risultati giorno per giorno sulle nostre viti. Il 60% della vigna ha viti di 45 anni. Il colore delle foglie e del terreno è sempre vivo e sano. Anche i nostri dipendenti ne beneficiano: non usando prodotti chimici di sintesi salvaguardiamo anche la loro salute oltre alla nostra a quella degli utenti finali.

Abbiamo parlato di storia e di territorio e dello scenario maestoso che vi ospita. Che ruolo ha il vino nella promozione di un luogo?

Ancora purtroppo siamo molto lontani da un tipo di promozione territoriale che tenga conto del vino: se si va in Val D’Orcia c’è un’economia basata sul vino, ma a Roma il vino non è considerato un elemento su cui investire. Ovviamente cerchiamo di dialogare con le istituzioni affinché ciò avvenga, ma in realtà è tutto lasciato esclusivamente all’iniziativa privata. Ed a causa del pregiudizio sui vini del Lazio, noi produttori locali dobbiamo lavorare il doppio per farci notare. E’ faticoso e ci vuole più tempo, però per fortuna sono sempre di più le persone curiose che vedono nel vino un prodotto da conoscere perché parte dell’identità territoriale, quindi anche noi notiamo con piacere che cresce l’interesse verso i nostri prodotti.

Passato e presente che si fondono in uno delle aree più suggestive di Roma, dove è possibile rivivere i fasti dell’Impero. All’archeologo Riccardo Frontoni, padre della scoperta, piace pensare che si tratti di una leggenda che si tramanda. Alle spalle di questo prospetto con le nicchie, ci racconta, si intravede Marino, quella stessa Marino con le fontane che danno vino, cantata da un famoso stornello romano.

Contributo offerto da Gerarda Lomonaco e curato dalla Redazione di Green Planet News

 

 

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