L’Italia del vino: identità, diversità e tradizione

Diversità e orgoglio identitario sono le chiavi per una valorizzazione del mondo enologico italiano. Un patrimonio che ci rende unici al mondo per varietà vitivinicole e superficie vitata. Un’eccellenza che muove un indotto turistico di circa 3 miliardi di euro annui

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Ma il vino non è solo economia è anche poesia, storia e cultura di un Paese. Da questo assunto parte l’intervista al Senatore Dario Stefàno, membro della 9° Commissione Permanente Agricoltura e Produzione Agroalimentare, una chiacchierata che svelerà molto sul mondo del vino e sulla strada che deve percorrere l’enoturismo per valorizzare le eccellenze del nostro Paese.

Il senatore Stefàno è il promotore del Disegno di Legge sull’enoturismo dal quale sono stati recepiti i punti principali dell’emendamento introdotto nella Legge Bilancio 2018. Un quadro fiscale e normativo che disciplina il settore enoturistico.

L’Italia del vino: identità, diversità e tradizione

Senatore Stefàno, il suo è un impegno continuo verso la valorizzazione del territorio attraverso i prodotti enogastronomici, una sorta di missione. Da dove nasce questa passione?

La mia passione trova robustezza nell’impegno che ho avuto l’onore di ricoprire come Assessore regionale in Puglia con il Governo Vendola al quale ho cercato di dare continuità con il mio lavoro in Senato e con una serie di provvedimenti volti a recuperare un orgoglio identitario su tradizioni, esperienze produttive e territoriali che rendono l’ltalia un paese straordinario.

Il suo impegno si è concretizzato con l’emendamento sull’enoturismo approvato con la Legge Bilancio 2018. Un bel passo in avanti per un settore che è un volano della nostra economia. Questo emendamento cosa cambia nel settore enoturistico?

Questo emendamento parte dal voler colmare una mancanza del Testo Unico sul vino che non prendeva in considerazione la concezione identitaria del vino. Il vino è la nostra identità e la nostra storia, non c’è epoca senza vino e non c’è pezzo di terra, in Italia, senza vigna.

Ho voluto segnare questo mio convincimento attraverso una legge che disciplinasse l’enoturismo e che consentisse alle imprese vitivinicole ed anche alle aziende agricole di abbracciare una multidisciplinarietà, essere aziende ma anche siti turistici, e soprattutto avere una disciplina fiscale alla quale poter fare riferimento. L’enoturismo è una fetta importante nell’economia nazionale e connotare il vino di una sua identità culturale significa qualificare anche il turismo.

L’altro obiettivo è stato quello di definire l’offerta turistica con questo spicchio importante legato all’enologia capace di muovere una grossa percentuale di turisti sulle mete del vino. Questo emendamento tampona una falla del sistema enoturistico ovvero l’assenza di una disciplina del settore.

L’enoturismo muove 13 milioni di persone all’anno per 3.5 miliardi di euro ma lo fa sottotraccia. Senza regole che lo disciplinano, sia fiscalmente, sia per le norme igienico sanitarie. Gli operatori che si muovono in questo settore non hanno guide per accogliere il turista in cantina. Con questo emendamento, invece, si stabilisce ad esempio, come fare la mescita o come proporre pacchetti enoturistici. È un risultato personale importantissimo che spero sia di esempio per tutte le filiere produttive.

I numeri di cui parla sono resi possibili dalla presenza dei turisti stranieri. L’Italian Style, infatti, è un’attrattiva più per il turismo estero che per quello interno. Come cambiare questo stato di cose?

Ci stiamo muovendo anche se lentamente verso il recupero delle nostre tradizioni, di un orgoglio identitario che dal finire del secolo scorso abbiamo perso per seguire la modernizzazione del sistema produttivo che si è allontanato dall’agricoltura.

Oggi anche il turista italiano si muove sulle tracce dell’identità territoriale, va alla ricerca delle tradizioni e delle eccellenze gastronomiche e lo fa per vivere un’esperienza, un luogo, un’emozione. Si sta conformando all’italian style che per me non è solo agricoltura ma è tutto il nostro patrimonio culturale: architettura, religione, centri cittadini. Tutti elementi che vanno a costituire l’identità di un popolo.

Sebbene ci sia stata una rivoluzione in fatto di stili di vita e di consumi, ancora si fatica a ricercare la qualità soprattutto nel vino, e trovare bottiglie al supermercato a meno di 2 euro non aiuta. Come si “educa” alla qualità?

Valorizzare un prodotto anziché un altro è soprattutto una nostra capacità. C’è una debolezza di pensiero e culturale che ci spinge a prestare più attenzione a quello che indossiamo, per soddisfare un mero desiderio estetico, che a quello che mangiamo.

Dovremmo recuperare determinati valori ed imparare a dare importanza ad una produzione rispetto ad un’altra, per fare ciò dobbiamo percepire una differenza qualitativa. Dobbiamo riconoscere che un vino è diverso rispetto ad un altro perchè segue tecniche di produzione distinte, è prodotto da vitigni differenti, asseconda gusti diversi. Se ricerco la qualità ed imparo a differenziarla, sarò capace di riconoscere che un vino non è più buono di un altro ma è semplicemente diverso. Dobbiamo imparare a perseguire la qualità soprattutto per appagare il gusto.

Ho trovato interessante il disegno di legge che ha presentato e che vuol introdurre “la storia e la cultura del vino” come disciplina scolastica. C’è una carenza di informazioni e di conoscenze?

Le identità vanno valorizzate e la valorizzazione passa attraverso la conoscenza. A scuola si deve raccontare la storia del vino e dei vigneti non si deve fuggire dalle proprie tradizioni le quali vengono viste come zavorre e non come elemento di crescita. L’orgoglio per le nostre tradizioni doveva spingerci anche a rispettare di più la nostra terra, non accettando quelle industrie che l’hanno desertificata.

Con questo non dico di fuggire dalla produzione industriale e dal progresso, ma solo di essere più attenti ad accettare determinate realtà. Dobbiamo recuperare questo orgoglio identitario, la nostra storia e le nostre tradizioni. Ad esempio, pensiamo alla “salsa” a Cuba e cosa sarebbe questo paese senza. La salsa è una forma d’espressione studiata a scuola.

Nelle nostre scuole, invece, il vino non rientra fra le materie di studio. Eppure la storia dell’Italia è scritta su quella del vino, su questa tradizione che rappresenta un elemento unificante, non c’è regione italiana che non lo produca. Mentre per l’olio abbiamo solo alcune regioni vocate, il vino è un elemento nazionale che si esprime in ogni regione in maniera diversa è questa diversità dovrebbe essere conosciuta soprattutto dagli operatori del settore che vengono formati nelle scuole alberghiere o agrarie.

Quando all’estero si parla di vino italiano ci riconoscono un prodotto eccellente, una conoscenza ed una capacità a produrlo, ecco perché ho voluto questo disegno di legge. Uno strumento che possa trasmettere queste tradizioni ed essere di impulso a fare questo percorso di conoscenza e di valorizzazione del vino, anche nelle scuole superiori che formano gli studenti.

L’Italia del vino: identità, diversità e tradizione

Tornando alla “qualità”, un ostacolo potrebbe essere il fatto che la qualità si lega a prezzi elevati?

Non credo, la qualità non ha costi più alti, è solo una scelta di valori. Vi è piuttosto un problema di filiere, per ottimizzare i costi basterebbe accorciarle. Le faccio un esempio, se ci rechiamo in un qualsiasi ristorante non è raro che sul nostro tavolo ci sia una bottiglia di olio proveniente da una città lontana km da quella del ristorante. Perché il ristoratore non prende l’olio dalla propria filiera produttiva? La risposta è sicuramente per risparmiare.

Ma se facessimo i conti reali, il risparmio per cliente su un cucchiaio di olio è davvero di pochi euro, troppo pochi per decidere di perdere il proprio valore identitario. In Francia, continuo a farle un esempio esplicativo, è quasi impossibile recarsi al ristorante e trovare un vino che non sia francese.

Abbiamo una pigrizia culturale ed uno scarso orgoglio identitario, piegato da una cultura ma anche da una burocrazia europea che tende alla standardizzazione dei prodotti, non dico di uscire dall’Europa, ma di stare in Europa conservando la nostra identità e diversità. La diversità porta competizione.

Le stesse normative difendono poco il territorio. L’IGP, l’indicazione geografica protetta, ad esempio, consente ad un prodotto di ottenere il marchio anche se è solo confezionato all’interno di un territorio geografico. La burrata di Andria, per esempio, può essere prodotta con del latte proveniente da altre zone europee ed il solo fatto di essere confezionata ad Andria li conferisce l’IGP.

Condivido con Lei che il vino è un patrimonio culturale e storico. Un’eccellenza che può e deve valorizzare il nostro Paese. Ma come dovrebbe raccontarsi?

Si deve raccontare attraverso i territori con contenuti extra enologici. Un vino è identificazione del vitigno, procedure di lavorazione, terreno, condizioni pedoclimatiche, conoscenze umane e tecnologiche. Deve potersi raccontare con la sua carica territoriale, identitaria, caratteri che rendono ogni vino unico e diverso da un altro. Con il suo essere un elemento di socializzazione. Il vino è un patrimonio di esperienze, questo è ciò che dovrebbe riuscire a raccontare, ed in un Paese come l’Italia dove ci sono più vitigni che chiese, non dovrebbe essere difficile.

La presenza dei vini italiani all’estero è in ombra rispetto a quella dei vini francesi e spagnoli. Come mai fatichiamo a collocarci fuori nonostante l’apprezzamento per i nostri vini?

Manca l’unione da parte dei produttori. Senza aggregazione si hanno piccole produzioni incapaci di soddisfare la domanda dei mercati esteri. C’è un’assenza di un modello organizzativo. Non si devono annullare le piccole aziende ma esse devono sommarsi per attaccare i mercati fuori dall’Italia. La domanda estera chiede dei numeri che singolarmente nessuna azienda è capace di produrre.

Abbiamo visto luci e ombre di un mercato potenzialmente forte ma che non emerge come dovrebbe e soprattutto non fa emergere la potenza e la qualità enologica italiana, a questo punto le chiedo, è colpa anche di una scarsa comunicazione? Sembra quasi che al mondo del vino non interessi comunicare!

Le aziende dovrebbero comprendere quanto è importante comunicare il contenuto di una bottiglia per farsi conoscere e questo vuol dire curare il packaging, le etichette. La qualità produttiva del nostro Paese dovrebbe legarsi ad una qualità di informazione che migliorerebbe anche il turismo.

Se lei pensa che non esiste una cartellonistica stradale che indica una cantina con uno stemma o un luogo dedicato al vino, capisce che un turista è lasciato solo. Dovrebbe essere aiutato, invece, con strumenti non solo digitali ma anche convenzionali, lì dove ci potrebbe essere un problema di connessione ci dovrebbero essere cartelli adeguati che lo possano guidare nel percorso. E questi miglioramenti strutturali aiutano i luoghi del vino a promuoversi. Se in un Paese dove in tutte le regioni si produce dell’ottimo vino, solo alcune sono emerse, vuol dire che non si è fatto abbastanza!

L’augurio che fa al settore enogastronomico nell’anno del cibo italiano?

Auguro a questo settore di proseguire la strada per l’innovazione e la tradizione. Tenendo ben presente che lo sviluppo non deve soffocare le tradizioni anzi deve puntare su quelli che sono i tratti distintivi e nel mondo enologico, questi tratti sono indubbiamente i vitigni autoctoni. Inimitabili ed unici, legati ad un unico territorio.

Una diversità ed una ricchezza territoriale che deve essere la nostra arma di competizione. La diversità va valorizzata. E’ questo che ci rende unici rispetto a Paesi leader nel mondo del vino, come la Francia, dove regnano i monovitigni. Ma vinciamo anche se la competizione non diventa un fatto interno, il Chianti non deve competere con il Primitivo, ci deve essere un sistema Italia che si confronta con un sistema francese, uno spagnolo e via dicendo, dobbiamo andare sui mercati dimostrando che abbiamo tante realtà vitivinicole che valgono la pena di essere valorizzate.

 

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