Vivian Maier, una fotografa ritrovata

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Vivian Maier, una fotografa ritrovata è l’esposizione che, in programma al Museo di Roma in Trastevere fino al prossimo 18 giugno, ricostruisce il lavoro fotografico di questa straordinaria artista


Estetica, una parola che mi è sempre piaciuta.
La associo immediatamente ad un viluppo di grazia e di fuoco, a sensibilità e visione. Aysthànomai, percepisco, comprendo, comprendo assieme. Il senso di un’eleganza che trasforma, modella, scolpisce, avvolge. Nel momento in cui avverti la presenza dell’attimo in cui il bello, il buono e il giusto convergono, coincidono, realizzando folleggianti divinità.

Come nella fotografia, dove la scrittura con la luce, illumina l’attimo, sottrae al tempo i suoi affamati minuti e, nelle migliori percezioni, trasforma l’assenza in presenza, la perdita in una compagnia di preziose memorie. Che si fanno vive nello scorrere della vita.

La fotografia è ipodermica. Entra come un fluido nel corpo e svela ciò che sei perché in ciò che fotografi c’è la tua identità, la tua visione del mondo. La fotografia, come altre passioni forti, permeate della propria insostituibile essenza, è compagna di viaggio, figlia, amore. E’ voce nella solitudine, è sussurro, presenza nel silenzio.

Questa piccola storia racconta di una bambina, una bambina sola che vive con la madre, fotografa, che si è da poco separata. A 6 anni questa bambina torna in Francia, a 12 di nuovo in America, a New York. Poi scompare.

Si chiama Vivian Maier. La ritroviamo anni dopo. Vive a Southampton. Fa la tata o bambinaia, un termine fuori moda ma permeato di una sua romantica bellezza. Vivian Maier sarà una bambinaia per tutta la vita. Non avrà figli.

September 10th, 1955, New York City

Vivrà appartata e solitaria ad accudire i figli degli altri. Unica compagna: la sua inseparabile Rolleiflex. La immagino mentre accompagna i bambini, mentre si ferma e scatta, rende immortali gli attimi della sua solitudine in mezzo alla gente, a contatto con gli altri.

E’ una donna dall’aspetto severo, di una eleganza austera e romantica che, allo stesso tempo, comunica la dolcezza delle persone che si “dissociano” perché sono nel mondo ma fuori dal mondo.

E’ l’ansia che cerca l’assoluto, la solitudine dell’artista, l’incarnazione della sensibilità che si muove agognando visioni. Sembra affermare continuamente quanto scritto da Garcia Lorca: “Como me pierdo en el corazón de algunos niños, me he perdido muchas veces por el mar. Ignorante del agua, voy buscando una muerte de luz que me consuma, Come mi perdo nel cuore di qualche bambino, mi sono perduto molte volte nel mare. Ignorante dell’acqua, vado cercando una morte di luce che mi consuma. Non è fragilità, né debolezza ma una dolce raffinatezza.

Vivian adora cappellini e cianfrusaglie di ogni tipo e riempie scatole di fotografie e di tutto ciò che accumula quasi a sottrarre spazi preziosi al mondo. Ad un certo punto scompare, torniamo a non sapere nulla di lei.

Finché un giorno del 2007, John Maloof, all’epoca agente immobiliare, acquista durante un’asta, il contenuto di un deposito con cappellini, rullini, fotografie, e quei cappottoni con cui Vivian amava intabarrarsi per attraversare la realtà ma distante da tutti. E intanto fare click. Un immenso patrimonio torna alla luce, che oggi può nutrirci e vivificarci l’anima. John Maloof non smettedi cercare materiale riguardante questa misteriosa fotografa, arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe.

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata è l’esposizione che, in programma al Museo di Roma in Trastevere fino al prossimo 18 giugno, ricostruisce il lavoro fotografico di questa straordinaria artista.

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, prodotta da diChroma Photography, realizzata da Fondazione FORMA per la Fotografia in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, e curata da Anne Morin e Alessandra Mauro.

Parliamo di una meravigliosa selezione di 120 fotografie in bianco e nero realizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni Settanta, oltre ad alcuni filmati in super 8 che mostrano come Vivian Maier si avvicinasse ai suoi soggetti, interpretando la realtà con i suoi occhi.

Ha spiegato Alessandra Mauro, curatrice della mostra: “Figura imponente ma discreta, decisa e intransigente nei modi, Vivian Maier ritraeva le città dove aveva vissuto – New York e Chicago – con uno sguardo curioso, attratto da piccoli dettagli, dai particolari, dalle imperfezioni ma anche dai bambini, dagli anziani, dalla vita che le scorreva davanti agli occhi per strada, dalla città e i suoi abitanti in un momento di fervido cambiamento sociale e culturale. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano una grande fotografa”.

New York, 1954

Vivian Maier mi affascina per diversi motivi. Realizza un corpus fotografico immenso ma lo custodisce gelosamente, quasi a voler proteggere dal mondo la sua unica ricchezza. Osservando questo patrimonio, spicca la presenza di numerosi autoritratti, non selfies, autoritratti.

Non è il desiderio di apparire e farsi “immagine” come accade oggi, troppe volte, in un mondo senza volto, immerso nel colloso magma di una massificazione banale.

No. E’ il suo rapporto con la realtà che Vivian trasmette nei suoi ritratti, raccogliendo un lascito, quella che vuole essere l’emanazione di sè, confermando quella che il filosofo Julius Evola ebbe a definire come “pathos delle distanze”. Col mondo e col pubblico, Vivian non ha mai voluto a che fare.

Una diversa concezione dello scatto di sé. Ci sono ma mi proteggo, cammino nel mondo ma lo evito.

Come scrive Marvin Heiferman “Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. Maier si dedicò alla fotografia anima e corpo, la praticò con disciplina e usò questo linguaggio per dare struttura e senso alla propria vita conservando però gelosamente le immagini che realizzava senza parlarne, condividerle o utilizzarle per comunicare con il prossimo.

Proprio come Maier, noi oggi non stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto col produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi”.

Accompagna la mostra il libro Vivian Maier. Fotografa pubblicato da Contrasto e introdotto da un testo di Geoff Dyer.

Oggi possiamo ammirare le sue fotografie grazie al lavoro di John Maloof, che ha riportato alla luce, alcuni anni fa, la straordinaria opera della Maier e che cura questo volume.

“Vivian Maier era profondamente interessata a tutto ciò che la circondava – ha ricordato John Mallof nel volume – Scopre la passione per la fotografia intorno al 1950 e continua a fotografare fino alla fine degli anni Novanta, lasciando un corpus d’immagini che comprende più di centomila negativi. Oltre agli scatti realizza anche alcuni filmati amatoriali e registrazioni audio. Fra i suoi soggetti preferiti ci sono persone anziane appartenenti alla comunità polacca di Chicago, vecchie signore in abiti vistosi e il mondo urbano della comunità afroamericana. Si dedica anche a riprendere episodi tipici della società americana, come la demolizione di vecchi edifici che lasciano il posto a nuove costruzioni, le vite sconosciute dei poveri e degli oppressi e alcuni dei luoghi più caratteristici di Chicago”.

Senza titolo, senza data

Vivian Maier ha scattato, tra il 1950 e il 1990, centinaia di migliaia di fotografie in giro per il mondo, dalla Francia agli Stati Uniti. I suoi scatti in bianco e nero evidenziano le qualità principali dello street photographer d’eccellenza: occhio per il dettaglio, per la luce e per la composizione, il tempismo, la capacità di creare empatia con gli altri nonostante la sua vocazione solitaria e la “modalità scatto continuo” non una dissertazione tecnologica ma l’atteggiamento mentale proteso verso l’infaticabile “bulimia fotografica” per avere sempre tra le mani l’istante nell’istante.

E’ la vita urbana filtrata dall’occhio di una donna capace di guardare il mondo attraverso il mirino, baluardo tra sé e tutto il resto del vivere.

Geoff Dyer sottolinea: “Vivian Maier è un caso estremo di riscoperta postuma: ciò che visse coincise esattamente con ciò che vide. Non solo era sconosciuta in ambito fotografico ma sembra addirittura che nessuno l’abbia mai vista scattare fotografie. Può sembrare triste e forse anche crudele – una conseguenza del fatto che non si sposò, non ebbe figli e apparentemente nessun amico – ma la sua vicenda rivela anche molto su quanto sia grande il potenziale nascosto di tanti esseri umani. Come scrive Wisława Szymborska nel poema Census a proposito di Omero, “Nessuno sa cosa faccia nel tempo libero”.

 

Dove Museo di Roma in Trastevere Piazza di Sant’Egidio, 1/b  Roma

 

Quando 17 marzo – 18 giugno 2017

 

Orari da martedì a domenica ore 10-20, chiuso lunedì e 1 maggio

La biglietteria chiude alle ore 19.00

 

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

 

Prodotta da

 

Realizzata da

diChroma Photography

 

Fondazione FORMA per la Fotografia in collaborazione con Zètema Progetto Cultura

 
A cura di

 

Catalogo

Anne Morin e Alessandra Mauro

 

Contrasto

 

Biglietti Tariffe non residenti: Intero € 9,50  –  Ridotto € 8,50

gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

 

Info www.museodiromaintrastevere.it – tel 060608

 

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