Italia in Artico: ricerca d’eccellenza

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, assieme al presidente del Cnr, Massimo Inguscio, ha visitato la base italiana in Artico ‘Dirigibile Italia’, situata a Ny-Ålesund, nelle Isole Svalbard. E il governo stanzia un milione di euro all’anno per il Programma di ricerche in Artico 2018-2020

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La ricerca scientifica italiana è di grande eccellenza in ogni settore, nonostante fughe all’estero dei cervelli più acuti e finanziamenti che languiscono un po’ (ma non sempre come stiamo per accorgerci). E poi c’è un’eccellenza particolare, quella della ricerca che si svolge nella base italiana ‘Dirigibile Italia’, situata a Ny-Ålesund, nelle Isole Svalbard, nella regione artica, gestita dal Consiglio nazionale delle ricerche. Alla fine di giugno, per la prima volta, un ministro della Repubblica l’ha visitata con tutte le altre infrastrutture scientifiche italiane tra cui Climate Change Tower CCT, stazione di Gruvebadet): è il responsabile dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Marco Bussetti, che ha incontrato i ricercatori assieme al presidente del Cnr, Massimo Inguscio.

Ricerca in Artico
Inguscio e Bossetti (foto Vittorio Tulli)

Presenze importante in questo luogo dove è forte l’impegno della ricerca italiana impegnata a studiare, capire e contrastare il riscaldamento globale. In proposito infatti il ministro ha detto: “Abbiamo voluto dare un segnale forte nel venire qui  e sottolineare l’importanza della ricerca in queste aree. Abbiamo confermato il nostro impegno con la scorsa legge di bilancio, costituendo il Programma di ricerche in Artico per il 2018-2020, che prevede lo stanziamento di un milione di euro l’anno”. L’obiettivo? “Potenziare quanto più possibile la ricerca in Antartide e nell’Artico”, promette Bussetti, aggiungendo: “È necessario dare continuità a questi programmi e aumentare le risorse. Come anche mantenere e sostenere le infrastrutture di ricerca, favorire sempre di più la collaborazione con gli altri Paesi, garantire un’adeguata formazione per stimolare la crescita professionale di una nuova generazione di ricercatori”.

La ricerca promuove pace e interazione tra i popoli

La ricerca è un modo per interagire tra i popoli, puntare alla pace, lavorando tutti insieme per il bene dell’umanità e del pianeta: no, non sono parole retoriche ma un intento preciso. Tanto è vero che si è appena creato un nuovo organismo, l’Istituto di Scienze polari sempre coordinato dal Cnr.  Il ministro ha rilevato in proposito come sia “fondamentale promuovere un maggiore coordinamento dei programmi di ricerca artica e antartica e procedere a una fusione dei due in un’unica entità nazionale per la ricerca polare, in un programma di sinergie che punta al “rafforzamento della cooperazione scientifica internazionale”.

Ricerca in Artico
La base italiana (foto Giuseppe Pellegrino)

Un nuovo impegno anche economico per valorizzare la ricerca

Del resto, l’Italia è presente in Artico da oltre vent’anni: una preziosa attività scientifica, cui si aggiunge quella per l’Antartide, che il nostro Governo ha rafforzato ottimizzando le risorse destinate alle attività di ricerca polare. “Al finanziamento strategico assegnato dal Miur al Piano di Ricerca in Artico (Pra)”, ha spiegato Bussetti, “si aggiunge quello per il mantenimento della stazione ‘Dirigibile Italia’ del Cnr e delle sue piattaforme osservative nelle Svalbard. Con il Pra è stato inoltre costituito il Comitato Scientifico per l’Artico (Csa), al fine di implementare la strategia italiana in quest’area. A queste importanti risorse economiche si aggiunge il finanziamento di 23 milioni di euro assegnato al Programma Nazionale di Ricerca in Antartide”.

Perché la ricerca “polare” è importante per il riscaldamento globale?

Il presidente del Cnr, Massimo Inguscio, ha rivolto la sua attenzione al perché sia così importante la ricerca in Artico per contrastare i cambiamenti climatici terrestri. “Il riscaldamento in Artico è maggiore di quello globale e nei fiordi più veloce che nel resto dell’Artico. Per questo il lavoro di ricerca scientifica artica e polare italiana e del Cnr, che svolgiamo con la nostra base artica ‘Dirigibile Italia’ di ricerca a Ny-Ålesund, dal 1997, è essenziale al fine di comprendere e cercare di mitigare il riscaldamento globale e più in generale per la protezione della Terra e il futuro dell’umanità”. Come mai è così determinante studiare gli eventi che vedono l’Artico riscaldarsi più rapidamente di ogni altra regione del pianeta?  Il presidente ha risposto così: “Perché le conseguenze sono negative anche alle medie latitudini, incluso gli effetti sul Mediterraneo. Entrambe le regioni polari sono cruciali per la stabilità climatica e ambientali del pianeta. Con i due nuovi istituti di Scienze polari e di Bioeconomia del Cnr possiamo essere partner strategici dei colleghi scientifici norvegesi che operano con strategia e autorevolezza in questo campo a livello mondiale”.  E attirando i migliori ricercatori, italiani e non.

Ricerca in artico

Bussetti e Inguscio hanno posato una targa commemorativa presso il pilone d’attracco da cui partì il Dirigibile Italia capitanato dal generale Umberto Nobile, per ricordare l’impresa finita in modo tragico e anche tutti gli esploratori delle terre polari

La “atlantificazione” dei fiordi

L’aumento delle temperature medie dell’aria nel Kongsfjorden, che dal 2010 non gela più in inverno, è di 1.5°C ogni decennio. Si assiste anche all’aumento del flusso di radiazione infrarosso e a una riduzione della copertura di ghiacci di circa il 3% per decade, che provoca un aumento di temperatura delle acque oceaniche. La “atlantificazione” del fiordo, con un incremento della salinità di 0.7 unità per decade e della temperatura dell’acqua intermedia (4.3 oC/decade) e di fondo (1.6 oC/decade), ha ripercussioni su copertura di ghiaccio, alghe, catena trofica e sull’intero ecosistema. L’accelerazione dello scioglimento del permafrost in Artico, inoltre, libera gas serra e intensifica il riscaldamento globale: alla fine del 2100, il rilascio dei gas serra da parte del permafrost potrà raggiungere il 25% del corrispondente rilascio legato all’uso dei combustibili fossili.

Alcune immagini sono state scattate dai ricercatori del Cnr e visionabili nella mostra interattiva Artico.

 

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