Per decenni quella sabbia, ghiaia e polvere sono finite in discarica.
Oggi, in diversi poli regionali italiani, lo stesso materiale viene trattato, certificato e rimesso in circolazione come materia prima. La filiera esiste, funziona e tratta già oltre mezzo milione di tonnellate l’anno.
Cosa sono le terre da spazzamento
Le terre da spazzamento stradale (codice CER 200303) sono i residui delle operazioni di pulizia della viabilità pubblica: sabbie, ghiaie, polveri fini, frazione organica, tracce di metalli pesanti o idrocarburi depositati dal traffico. In Italia se ne producono circa 1,5-2 milioni di tonnellate ogni anno (dati ISPRA), in modo continuo su tutto il territorio. Una quantità per cui lo smaltimento tradizionale ha costi crescenti e un impatto difficile da ignorare: occupa suolo, produce percolato, emette gas.
Come funziona il trattamento
Il processo è fisico-meccanico. Il materiale in ingresso viene prima vagliato: la frazione grossolana (ghiaia, detriti) si separa da quella fine (sabbie, polveri). Seguono lavaggi ad alta pressione, vasche di attrizione e cicloni idraulici che separano la componente organica da quella inorganica.
Il risultato: sabbia e ghiaia pulite, classificate per granulometria, con marcatura CE come materie prime secondarie. Materiali che erano rifiuti escono dall’impianto con un documento di conformità e un valore economico positivo.
Il quadro normativo: End of Waste
La certificazione End of Waste stabilisce il momento in cui un rifiuto smette legalmente di essere tale. La base è la Direttiva europea 2008/98/CE, recepita in Italia dal D.Lgs. 152/06. Per le terre da spazzamento, il D.M. 152/2022 ha fissato i criteri specifici: granulometria, contenuto di inquinanti, marcatura CE. Se il materiale rispetta questi standard, esce dalla filiera dei rifiuti e può circolare come materia prima sul mercato delle costruzioni, in sostituzione degli inerti vergini estratti da cava.
Per i Comuni si tratta di un cambiamento pratico: lo stesso flusso che prima generava costi di smaltimento diventa un prodotto con valore economico.
Gli impianti dove il ciclo si chiude
Un impianto di trattamento delle terre da spazzamento è una struttura industriale progettata per lavorare in continuo. Le versioni più recenti integrano automazione e sensori per il controllo qualità in linea. Sul fronte delle capacità, gli impianti italiani di recupero rifiuti da spazzamento stradale raggiungono oggi trattamenti tra le 29.000 e le 70.000 tonnellate per sito. Alcune di queste tecnologie sono state brevettate in Italia e replicate in altri paesi europei.
Poli regionali, non solo grandi città
Questi impianti non servono solo i grandi capoluoghi. I Comuni di medie dimensioni possono conferire le proprie terre da spazzamento a poli regionali condivisi, dove gestori specializzati trattano i flussi di più enti insieme. Il modello è più efficiente di strutture locali sottodimensionate, sia per i costi operativi sia per la qualità del materiale recuperato.
Il PNRR ha accelerato questa transizione: diversi bandi hanno finanziato la realizzazione di nuovi impianti, con scadenze di rendicontazione al 2026 che hanno spinto a passare dai progetti ai cantieri.
Il punto dove siamo
Mezzo milione di tonnellate trattate ogni anno è un punto di partenza, non un traguardo: la quota di terre da spazzamento avviate a recupero resta ancora sotto il potenziale. Molti Comuni scelgono ancora lo smaltimento tradizionale perché è la strada più semplice, non perché manchino le alternative. Le tecnologie ci sono, gli impianti sono operativi, il quadro normativo è definito. Quello che manca, spesso, è la scelta di usarli.