domenica, Giugno 20, 2021
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Cicliste per caso, Silvia Gottardi e Linda Ronzoni sulle tracce di Alfonsina Strada e dell’emancipazione femminile

Due donne in bicicletta per un giro d’Italia diverso, sulle tracce della prima ciclista al femminile, Alfonsina Strada, e sulle tracce delle donne forti di oggi e dei loro traguardi. Cicliste per caso, L’Italia in bici sulle tracce di Alfonsina Strada di Silvia Gottardi e Linda Ronzoni (Ediciclo Editore, pagine 144, 15 euro, collana Biblioteca del ciclista, con illustrazione di Giulia Neri), un volume che corrisponde a un progetto: parlare di donne e di emancipazione femminile, prendendo come spunto la bicicletta. Ne parliamo in questa intervista con una delle autrici Silvia Gottardi

Sabato è partita l’edizione 104 del Giro d’Italia. Se la bicicletta ha sempre rappresentato un simbolo di “sudore e fatica”, proviamo ad immaginare quanto poteva esserlo per una donna in epoche dove molti aspetti della società erano ad esse preclusi. Come nello sport. Il volume Cicliste per caso di Silvia Gottardi e Linda Ronzoni mette insieme una storia che interessa, coinvolge e fa riflettere. Si, perché rivela quello che occorre da sempre alla nostra esistenza perché possa definirsi degna: rispetto, opportunità, libertà di scegliere, entusiasmo per l’avventura, amore e gioia di andare a letto la sera col desiderio di aprire gli occhi e di nuovo gioire per un nuovo giorno.

Le Cicliste per caso sono Silvia Gottardi (padovana – ex cestista nazionale, giornalista, fotografa/videomaker, editrice del magazine Pink Basket) e Linda Ronzoni (milanese – graphic designer e art director), due grandi amanti della bicicletta, che usano quotidianamente a Milano, dove vivono. Cicliste per caso è un progetto che parla di donne ed emancipazione, prendendo come spunto la bicicletta, uno dei simboli dell’emancipazione femminile. L’obiettivo è quello di incoraggiare le donne a viaggiare, essere autonome e intraprendenti.

Dilatare il tempo, rallentarlo, starci dentro. Forse è questo il senso, per noi, di metterci in viaggio in bicicletta. Essere ancora quella bambina che ha imparato ad andare senza rotelle; essere Alfonsina quella prima volta che si è sentita padrona del mondo col vento in faccia; essere ogni bambina al mondo nel momento esatto in cui trova il coraggio di alzarsi dalla sella e scattare sui pedali veloce come il vento, più veloce dello scirocco, più veloce del maestrale”.

Le Cicliste per caso e Alfonsina Strada

Alfonsina è stata la prima e unica donna a correre il Giro d’Italia nel 1924, ed è ritenuta una pioniera nella parificazione di genere in campo sportivo. Da quando Linda e Silvia si sono imbattute nella sua storia, Alfonsina è diventata la loro musa ispiratrice e ha guidato tutti i loro viaggi, spronandole con il suo esempio di donna caparbia e libera, indicando loro la strada, è proprio il caso di dirlo. I 3.700 km pedalati in Italia sono dedicati a lei e a tutte le donne che le Cicliste per Caso hanno incontrato. Alcune erano donne semplici che hanno vissuto la propria vita in silenzio, quasi nell’ombra, altre, come la partigiana Angela, o Annalisa Durante, vittima della camorra, donne che sono entrate di petto nella storia. Tutte però, sono l’esempio e l’incarnazione di quell’idea di Alfonsina di andare dritti a inseguire le proprie passioni, senza tradire i desideri profondi che ci animano.

Wyoming

Cicliste per caso, anche il Grizzly Tour

A dicembre 2020 è uscito il documentario del loro viaggio lungo la Great Divide: 4000 km dal Canada al Messico attraverso le Montagne Rocciose. Un’ulteriore magnifica esperienza dal titolo Cicliste per caso, Grizzly Tour (Il documentario è acquistabile su Amazon Prime), un’impresa epica che le ha portate a percorrere 4.000 km e scalare 60.000 metri e che, giorno dopo giorno, le ha costrette a misurarsi con i propri limiti, con la propria forza e la propria fragilità, la quale ha messo alla prova il loro legame. Eccola “la grande bellezza”. Condividere una strada, nell’avventura e nella vita. Perché ogni viaggio in fondo è una storia d’amore. Ci racconta tutto in questa intervista Silvia Gottardi.

Cicliste per caso: Cile, Patagonia, Ciclovie in Europa per arrivare ad Alfonsina Strada e Emmeline Pankhurst. Come è nato il progetto e perché sulle tracce di Alfonsina Strada?

Il nome Cicliste per caso e il nostro blog sono nati “per caso” durante un folle viaggio in bicicletta lungo la mitica “Carretera Austral”, nella Patagonia cilena. Abbiamo unito la passione di Linda per la bicicletta e la mia per i viaggi avventurosi e ci siamo buttate. Prima di allora il viaggio più lungo che avevamo fatto in bici era stato una 3 giorni lungo il Po. Alfonsina Strada l’abbiamo “incontrata” poco dopo quel viaggio. Si parlava ancora poco di lei, ma è subito diventata la nostra musa perché con coraggio e determinazione voleva inseguire i suoi sogni… Solo dopo è diventata una pioniera dell’emancipazione femminile, ma allora voleva solo correre in bici e andare veloce. Quello di inseguire le proprie passioni ci è sembrato un messaggio bellissimo! Inoltre non volevamo avere solo un blog di viaggio, volevamo pedalare portando con noi un messaggio che avesse senso, per noi e per gli altri. Crediamo che ancora oggi sia molto importante parlare di emancipazione e pari opportunità, noi lo facciamo viaggiando in bicicletta e scrivendo sul blog.

Perché la bicicletta è particolarmente simbolica per quanto riguarda l’emancipazione delle donne? Cosa significa per due donne che si amano partire in bicicletta a fare 3700 km per l’Italia

La bicicletta ha fatto tantissimo per l’emancipazione femminile. Basti pensare alle prime donne che nell’’800 riuscivano, grazie ad essa, ad allontanarsi dal focolaio domestico e ad avere un minimo di indipendenza; all’introduzione dei pantaloni per le donne proprio per essere più comode in bici, alle suffraggette, al ruolo chiave “staffette partigiane” durante la resistenza… Ancora oggi la bicicletta è un tabù per molte donne in diversi paesi islamici. Nel nostro piccolo abbiamo incontrato, soprattutto nel sud Italia, chi ci diceva che eravamo “matte” a pedalare da Milano a Catania. “Matte”, proprio come dicevano ad “Alfonsina” nel 1924. Da allora sono passati tantissimi anni, ma incredibilmente ancora oggi c’è chi pensa che sia strano o azzardato che due donne viaggino da sole per il mondo in bici. Il nostro progetto vuole invece spronare le donne a viaggiare, essere coraggiose, libere, autonome. Viaggiare in questo modo, come coppia, a volte è complicato, perché siamo due persone molto diverse… Ma questa è la fatica ma anche la forza del nostro progetto. Questo tipo di viaggi rafforza il nostro legame, ci costringe a trovare i punti di contatto e nel confronto a crescere.

In Sardegna

Nel libro si legge: Se nel 1924 ci fosse stato un concorso di Miss Italia che, anziché misurare seno-vita-fianchi, avesse misurato la forza, la caparbietà e il coraggio, Alfonsina Strada avrebbe indiscutibilmente indossato la fascia e il diadema di vincitrice. Invece Alfonsina, Fonsina per tutti, non aveva vinto un bel niente, era una donna sbagliata, che non si era mai preoccupata di prendere le misure prima di fare, una matta, come dicevano tutti. Ma lei si sentiva una vincitrice comunque, anche se le urlavano puttana mentre passava con la sua bici e i pantaloncini corti. Lei era una vincitrice perché dopo mille tentennamenti avevano deciso di farla partecipare al Giro d’Italia. Con gli uomini. La matta”.

Raccontiamola, “Fonsina”

La storia di Alfonsina è una storia bellissima e ricchissima di eventi, un po’ la raccontiamo noi nel libro, ma è stata documentata benissimo da Paolo Facchinetti nel suo “Gli anni ruggenti di Alfonsina Strata”, che vi consigliamo. Alfonsina è nata in una famiglia numerosa e poverissima, il suo futuro da sarta e madre era già scritto, ma è riuscita ad emanciparsi grazie alla bicicletta. Le sue avventure sono tantissime e non bastano poche righe: ha girato l’Europa esibendosi in teatri e circhi, lo Zar di Russia le ha regalato un diadema, si è iscritta al Giro d’Italia con un nome da uomo per non richiamare l’attenzione prima della partenza (Alfonsin Strada), ha aperto una ciclo-officina a Milano da cui sono passati i più grandi campioni, guidava una Moto Guzzi… Uno degli aneddoti che preferiamo è quello che riguarda il suo matrimonio. Nata Morini, ha sposato Luigi Strada, cognome che poi ha fatto suo e che già presagiva il suo futuro. Ma la cosa ancora più bella è che il marito, sposato perché la famiglia non ne poteva più del suo essere ribelle e voler correre in bici, per il matrimonio le ha regalato proprio una bici da corsa!

Nel libro si legge ancora: “sulla strada dell’emancipazione femminile in Italia si trovano molto traffico e salite davvero faticose.

Come si superano gli stereotipi di genere in una società sempre più dominata da tifoserie e opposti estremismi?

L’argomento ovviamente è complesso. Quello che da anni abbiamo cominciato a fare è informarci e documentarci, leggendo più testi possibile del femminismo, sia passati che presenti. Formare anzitutto una coscienza critica è già un buon inizio per noi. Nel nostro piccolo, quello che faremmo, è cominciare dalle scuole, dai bambini, per formare delle nuove generazioni consapevoli, educate alla libertà di espressione in tutte le sue forme e rispettose di tutte diversità.

Basilicata

Nella tua attività di film-maker hai realizzato il documentario She Got Game che si richiama a He got game di Spike Lee: ci racconti il tuo documentario e quali messaggi hai voluto trasmettere?

Il nome del documentario è un gioco con il film di Spike Lee che hai citato, anche perché Got è il mio soprannome). Per tantissimi anni il basket è stato tutto il mio mondo, e in qualche modo sentivo che gli dovevo qualcosa. Troppo spesso il basket femminile, ma più in generale tutti gli sport femminili, vengono snobbati perché ritenuti ingiustamente meno belli e inferiori di quelli maschili. Volevo in qualche modo ridare dignità e visibilità al mio sport, e parlare anche di tutti gli stereotipi e le discriminazioni che ci sono. Porre l’attenzione sulla disparità di trattamento con gli uomini: noi non siamo professioniste, non abbiamo TFR né pensione, non ci sono tutele di sorta, gli stipendi sono decisamente inferiori, anche se l’impegno e la professionalità sono gli stessi. Per fortuna da quando ho realizzato il documentario nel 2015 le cose stanno lentamente cambiando: c’è un fondo di maternità per le atlete (anche se abbastanza ridicolo), e il calcio femminile a breve diventerà il primo sport professionistico femminile. Inoltre la candidatura di Antonella Bellutti alla presidenza CONI ha sicuramente risvegliato l’opinione pubblica su molte delle tematiche di cui avevo già parlato nel documentario.

Durante i 3700 km percorsi in Italia quante altre Alfonsine strada hanno incontrato le “Cicliste per caso”? Quante storie significative per l’emancipazione femminile?

Alfonsine sono tutte quelle donne che hanno il coraggio di inseguire le proprie passioni, nonostante le difficoltà. Possono essere donne “normali” o donne che “hanno lasciato un segno nella storia”. Donne comunque che sono da esempio per tutte e tutti. Dalla partigiana Angela alla piccola Annalisa Durante (vittima della camorra). Dalla chef stellata Chiara Pavan all’imprenditrice e mamma lgbt Francesca Cavallini. Dalla cantante heavy metal Anna Liguori con le sue Testharde alla brigantessa calabrese Ciccilla. Dall’Associazione Terremutate dell’Aquila all’archeologia arborea di Isabella della ragione. Dai vini biologici delle gemelle di Fonterenza a Santa Barbara.

Raccontiamo il percorso che descrive il libro e come lo avete preparato. Cosa significa viaggiare in bicicletta, mezzo green per eccellenza e da tempi immemori?

La bici per noi è uno stile di vita, oltre che una scelta di viaggio. È bello sapere di andare a esplorare il mondo senza inquinarlo, perché la bicicletta ha in sé qualcosa di profondamente giusto: non consuma energie, che non siano quelle che possiamo emettere con i nostri muscoli, non fa rumore, se non quelli perfetti del meccanica in movimento. Per quanto riguarda il viaggio in Italia… In verità sono tre viaggi: uno da Milano a Catania, uno da Bari a Milano e uno in Sardegna. Il libro sarebbe dovuto uscire dopo Bari/Milano, ma a causa del Covid tutto è slittato e allora abbiamo inserito anche i racconti del bellissimo viaggio in Sardegna che lo ha arricchito ulteriormente. Ogni viaggio richiede una lunga preparazione, soprattutto per scovare le storie e organizzare gli incontri che poi Linda mette sulla carta. Ma è una parte fondamentale del nostro progetto, ci piace andare a incontrare le persone e scoprire le loro storie. Anche se si tratta di leggende o personaggi del passato.

Che “ambiente” avete trovato sulle tracce di Alfonsina Strada? Quali posti vi sono più rimasti nel cuore e perché?

Ovviamente i posti più belli da pedalare sono quelli senza traffico, nella natura. Ma non è sempre possibile o facile trovare questi itinerari. Più si va a Sud meno piste ciclabili si trovano e il traffico si fa più indisciplinato. In alcuni tratti abbiamo dovuto pedalare su stradoni con macchine e camion che ci sfrecciavano di fianco, abbiamo avuto paura, non c’è molto rispetto per i ciclisti. Una cosa bellissima però è poter arrivare in bici nei centri storici vietati alle macchine. Parcheggiare davanti ad una chiesa o a un museo ed essere subito dentro, godere appieno della bellezza. È una cosa stupenda per cui sentiamo privilegiate. L’Italia è un paese magnifico per il cicloturismo, su cui riteniamo si dovrebbe lavorare molto.

Chioggia

Cosa significa per voi “prendere in faccia il mondo e respirarlo tutto”?

La bicicletta è un mezzo che definiamo sempre un po’“anacronistico”, perché si fa fatica, si va piano, si è in balia degli agenti atmosferici, del caldo, del freddo, la pioggia, a volte ci si annoia… Tutte cose che nella nostra vita quotidiana super frenetica e comoda rifuggiamo costantemente, la bici invece ce le sbatte in faccia. Questo significa. E poi la bicicletta è un mezzo gentile, che crea empatia nelle persone. Quando si va in bici si conosce tanta gente, ci si confronta molto.

In conclusione, cosa significa davvero viaggiare in bicicletta?

Viaggiare in questo modo ci ha insegnato a rallentare. Ci ha insegnato a ridurre all’essenziale tutto, a vivere le esperienze al nudo e crudo della loro bellezza. A prendere tutto quello che arriva come un regalo, come una sorpresa.

Foto: per gentile concessione di Silvia Gottardi

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