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Inge Morath. La vita. La fotografia, al Museo di Roma in Trastevere

Roma ospita nel Museo di Roma in Trastevere la retrospettiva italiana di Inge Morath. La vita. La fotografia, aperta al pubblico sino al 19 gennaio 2020 . Una retrospettiva di circa centoquaranta scatti in bianco e nero che rende omaggio ad Inge Morath (Graz, 1923 – New York 2002). “La fotografia è essenzialmente una questione personale: la ricerca di una verità interiore”, così considerava lo scatto Inge Morath (1923-2002), prima fotoreporter donna  entrata nella storica agenzia Magnum Photos

Green Planet News ha partecipato all’inaugurazione che si è tenuta al Museo di Roma in Trastevere alla presenza di Luca Bergamo, vice Sindaco con delega alla Crescita culturale del Comune di Roma, di Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali,  di Silvana Bonfili, responsabile del Museo di Roma in Trastevere ed uno dei curatori dell’esposizione Kurt Kaindl.

Inge Morath. La vita. La fotografia. al Museo di Roma in Trastevere
Inge Morath, Autoscatto, Gerusalemme, 1958

Chi era Inge Morath?

Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Studia lingue romanze all’Università di Berlino, cresce e vive in un ambiente colto e intellettuale. Ama viaggiare: non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche. Venezia è la meta del suo primo viaggio in Italia, la passione per la fotografia prende forma tra le strade dell’antica Repubblica Serenissima. Inge rivolge il suo obiettivo verso i luoghi meno frequentati e i quartieri popolari della città, cogliendo le persone nella loro propria quotidianità.

Inge Morath, una viaggiatrice

Inge Morath era una viaggiatrice insaziabile. Il marito Arthur Miller, che conobbe sul set de Gli spostati, ultimo film finito di Marilyn Monroe, descriveva così questa sua passione: “Inge inizia a fare i bagagli non appena vede una valigia”.

Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medio Oriente, Stati Uniti, Russia e Cina, tutti preparati con cura maniacale. La conoscenza di diverse lingue straniere le permette di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente con preparazione, conoscenza, empatia. “Così può giungere al momento magico, quello della chiusura dell’otturatore. Un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tende una mano verso un oggetto desiderato”, amava ripetere la fotografa.

Inge Morath inizia a scattare nel 1952. Grazie a Robert Capa comincia a lavorare per Magnum Photos a Parigi. Il suo primo importante reportage, datato 1953, è dedicato ai “Preti operai”. Fondamentale l’incontro con Henry Cartier-Bresson, un sodalizio decennale. Nel 1960, l’anno del ritratto di Rosanna Schiaffino, Inge accompagna Cartier-Bresson a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. È in questa occasione che scatta uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn quasi scomposta che sola, lontana dal set, prova dei passi di danza.

Inge Morath, Un lama a Times Square, New York, 1957

Un percorso ricco, articolato in 12 sezioni

Oltre 140 scatti e numerosi documenti inediti, il cammino umano e professionale di Inge Morath, dagli esordi come giornalista, all’apprendistato al fianco Ernst Haas ed Henri Cartier-Bresson, fino alla collaborazione con: Picture Post, LIFE, Paris Match, Saturday Evening Post e Vogue, tra le riviste più prestigiose del periodo.

Minuziosa e seria nell’affrontare il lavoro,  affronta ogni viaggio con preparazione e studiando la lingua e la cultura del luogo. Conosceva e parlava in maniera fluente tedesco, inglese, francese, spagnolo, rumeno, russo e mandarino. “Più attratta dall’elemento umano che dall’astratto”, come lei stessa sottolinea.

“Ho amato la gente. Mi hanno permesso di fotografarli, ma anche loro volevano che li ascoltassi, per dirmi quello che sapevano. Così abbiamo raccontato la loro storia insieme”. In tutte le fotografie  emerge la sua passione per le culture e per il nuovo che le ha permesso di realizzare degli scatti pieni di vita, in grado di raccontare con grande attenzione l’elemento umano ed i suoi atteggiamenti.

Ricca, infatti, la sezione dedicata ai grandi artisti, scrittori e celebrità: Henri Moore, Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso, André Malraux, Doris Lessing, Philip Rothe, Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Imperdibili le foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Cechov.

Non solo ritratti, ma anche opere concettuali. A New York collabora con Saul Steinberg, studiando i soggetti e le ambientazioni, per realizzare un reportage di interazione tra le maschere create dell’artista e i cittadini della Grande Mela. Mentre In Romania fotografa tutte le città ai bordi del Danubio in epoca comunista, riuscendo a interpretare dignità e semplicità di un popolo.

Inge Morath, Audrey Hepburn sul set di “Unforgiven”, Messico, 1959

Inge Morath muore il 30 gennaio 2002, al momento della morte, lascia un rullino ancora da sviluppare. I suoi collaboratori, all’interno del rullino, trovano un autoscatto del 1958 su cui la fotografa ha posato con una pianta secca a mo’ di maschera. Una maschera come metafora, la volontà di Inge di mimetizzarsi fino alla morte con l’ambiente circostante. “La fotografia è un fenomeno strano … Ti fidi dei tuoi occhi ma non puoi fare a meno di mettere a nudo la tua anima”, come affermava Inge Morath.

L’ultima fotografia, un autoscatto del 1958 con una pianta secca a mo’ di maschera

L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Marco Minuz, Brigitte BlümlKaindl, Kurt Kaindl. Organizzazione: Suazes, in collaborazione con Fotohof e Magnum Photos, e con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Catalogo: Silvana editoriale

Per tutte le informazioni: Museo di Roma in Trastevere.

Foto: per gentile concessione Ufficio stampa

Articolo curato dalla redazione e realizzato con il contributo di Manola Testai

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