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Ferdinando Scianna: Viaggio, racconto, memoria

Sono questi gli ultimi giorni per visitare a Palazzo Reale a Milano la mostra Viaggio, Racconto, Memoria dedicata a Ferdinando Scianna

Sono questi gli ultimi giorni per visitare a Palazzo Reale a Milano una bellissima mostra fotografica Viaggio, Racconto, Memoria dedicata a Ferdinando Scianna, primo fotografo italiano a fare parte della famosa agenzia Magnum

Ferdinando Scianna, una intervista nel suo studio milanese. Alla sua mostra, circa duecento immagini tutte in bianco e nero.

Si parte dalla Sicilia della sua adolescenza, con fotografie di vita quotidiana, feste popolari, e mondo contadino. Successivamente ci sposta nei suoi vari viaggi di reportage in giro per il mondo; prima come inviato dell’Europeo e poi per l’agenzia Magnum.

Fa seguito una sezione dedicata ai ritratti e la mostra si conclude con gli scatti di moda realizzati per due giovani stilisti, allora alle prime armi: Dolce e Gabbana, che volendo dare un “look” diverso al loro brand, gli chiesero di realizzare questi servizi in stile reportagistico in giro per la Sicilia, accompagnati dalla bella modella olandese Marpessa Hennink.

Ma il vero valore aggiunto di questa mostra, è l’audioguida, dove è lo stesso Ferdinando Scianna a raccontare le atmosfere e i luoghi che ha fotografato, e lo fa con un pathos e un trasporto che non può lasciare indifferenti.

Con i racconti di Ferdinando Scianna si vive appieno la Sicilia di quegli anni, una terra fatta di contraddizioni: da una parte una terra generosa, dall’altra spietata, dove è la mafia che detta le regole del vivere quotidiano.

Ricorda lo stesso Ferdinando Scianna, che proprio in occasione della sua nascita, il 4 luglio del 1943 a Bagheria, esplose una bomba vicino a casa sua, ci furono dei morti, e lui con la madre furono portati in un casolare di campagna con un carretto. La madre per lo spavento ebbe una gran montata di latte. “Non darglielo! È latte spaventato, può uccidere il bambino” dicevano le anziane al loro seguito.

La madre poi venne bendata e su consiglio di una vecchia parente, le attaccarono un cagnolino per liberarla da quel “latte spaventato”. Ma i racconti e gli aneddoti di Ferdinando Scianna sono tanti: dal suo struggimento in Africa nel vedere i medici pesare i bambini denutriti, per poi fare una scelta di quali aiutare a sopravvivere, alla dura vita dei Kami, tribù di minatori sulle Ande Boliviane. E questi sono solo alcuni dei tanti aneddoti che si possono ascoltare durante la visita.

A corredo della mostra, un bel catalogo edito da Marsilio, con alcuni dei testi che Scianna racconta nell’audioguida. (Sarebbe stato bello che in allegato ci fosse stato un cd con la sua voce narrante a completarne l’opera.) La mostra chiuderà i battenti il 5 Giugno.

Ovunque ci sono ricordi della sua vita, una immagine di Sciascia sulla sua destra, manifesti di mostre, fotografie, oggetti di tutti i tipi. Proprio di fianco a lui appeso al muro un porta pipe regalatogli da Marpessa, e lì vicino un bel disegno fattogli dall’amico e artista Mimmo Palladino.

Partiamo dall’inizio, dalla  tua prima macchina fotografica e di come è nata la tua passione per la fotografia

La mia prima macchina fotografica era una Voigtlander Vito C che regalò mio padre a me e a mio fratello, quando fece ritorno dal loro viaggio di nozze, fatto ben 15 anni dopo la mia nascita: quando si erano sposati c’era la guerra.

Sono sicuro che se solo avesse saputo che con quel regalo sarei diventato fotografo, non me l’avrebbe mai regalata; lui sognava per me una carriera ben diversa, magari come medico o ingegnere.

Eri già appassionato di fotografia?

Assolutamente no, anzi, all’inizio quella macchina la usavo molto poco, più che altro come mezzo di seduzione per catturare l’attenzione delle mie compagne di scuola, le più carine!

Poi piano piano cominciai a fotografare il mondo che mi circondava, le feste religiose, la vita di tutti i giorni; c’erano tante cose che odiavo della Sicilia, ma anche tante che amavo e che desideravo immortalare. Non sapevo neppure io a chi mostrare il mio lavoro, non esisteva una cultura fotografica.

Il fotografo del mio paese, era un fotografo di cerimonie: matrimoni cresime e battesimi e poi immortalava i morti.Ne ritoccava orgoglioso le immagini per farli sembrare vivi, questa era la fotografia che andava di modo a quei tempi a Bagheria.

L’unico che mi dava dei consigli fotografici validi era un fotografo di Palermo: Enzo Sellerio, un rappresentante della fotografia Bressoniana in Italia.

E come hai cominciato la tua carriera di fotografo?

Tutto accadde per caso; feci una piccola mostra nel circolo culturale del mio paese, passò Leonardo Sciascia e mi lasciò un bigliettino facendomi i complimenti.

Qualche tempo dopo ci conoscemmo, e lui mi propose di andare con lui a Bari per la presentazione di “ Morte dell’inquisitore” e nell’occasione provare a proporre un libro da realizzare insieme sulla Sicilia all’editore Laterza.

La cosa non andò a buon fine, ma quella sera conoscemmo un altro editore che si interessò al nostro progetto e nacque “ Feste religiose”; da qui cambiò la mia vita.

È allora che ti sei trasferito a Milano?

Si, avevo 21 anni e di lì a poco fui assunto dall’Europeo, dove lavorai per 17 anni, prima come fotografo, poi come fotografo giornalista e infine come corrispondente da Parigi.

È lì che hai conosciuto Cartier Bresson?

Si avevo avuto anche una lettera di presentazione, ma non gliela feci mai vedere, mi vergognavo. In occasione della uscita del mio libro i Siciliani, pubblicato da Einaudi, gliene inviai una copia allegandogli una lettera in cui gli scrivevo di quanto le sue fotografie avessero avuto un ruolo fondamentale nel mio modo di fotografare.

È così che siamo diventati amici, e quando nel 1982 decisi di andarmene da Parigi, licenziandomi dall’Europeo, fui presentato da lui alla Magnum e incomincio questa nuova avventura.

Il mondo del reportage è cambiato molto rispetto ad allora

Eccome, un certo modo di intendere la fotografia è finito. Viviamo in un epoca bizzarra, dove apparentemente esiste una grande libertà, ma in realtà siamo pieni di proibizioni.

Cosa intendi quando dici che le tue fotografie nascono nell’ombra

Intendo dire che chi viene da fuori a fotografare la Sicilia, è colpito dalla sua luce e la illustra sempre luminosissima. Chi invece come me ci è nato, fa spesso foto scurissime, mostrandone invece i lati più oscuri e drammatici.

Come è stata la tua esperienza con il mondo della moda?

Mi sono divertito moltissimo, cosa che non credevo; ho anche goduto di qualcosa di nuovo, il piacere della socialità, prima la mia compagnia serale era la lettura di un libro; ora le persone con cui condividevo questa esperienza; i fotografi sono solitamente dei solitari.

E poi con il tempo mi è svanito anche quel senso di colpa che avevo all’inizio, quando pensavo di violare in qualche modo il reportage creando delle immagini finte. Alla fine mi sono reso conto che anche in quel tipo di immagini non esisteva finzione: si partiva da una ambientazione predefinita, ma poi quanto succedeva dopo non era per nulla preordinato.

Come hai vissuto l’avvento del digitale?

All’inizio come il mio amico Gianni Berengo Gardin l’ho rifiutato, poi ho capito che era un mezzo che offriva diverse nuove possibilità, e così ho cominciato a lavorarci anche io.

Se solo ripenso agli anni con L’Europeo, in cui dovevi portarti appresso due macchine fotografiche, una per il colore e l’altra per il bianco e nero, l’avrei benedetto già allora il digitale.

Anche lo scrivere ha un ruolo importante per te

Come non potrebbe, sono Siciliano, terra di scrittori: Pirandello Verga e tanti altri, non potevo non esserne influenzato.

A un certo punto ho sentito la necessita di mettere nero su bianco alcune mie riflessioni, specialmente di fotografia, e ora che da un po’ che non fotografo più, la scrittura mi ha salvato la vita. Ho cominciato a pensare a dei libri dove scrittura e immagini potessero coesistere. Fotografare e scrivere sono due cose molto diverse.

Nel fotografare è il mondo che ti viene incontro, nello scrivere sei tu che vai verso il mondo.

Articolo curato dalla redazione e realizzato con il contributo (testi e foto) di Alberto Bortoluzzi.

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