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Mancanza di metano in Sardegna, enigma decarbonizzazione

Entro il 2025 si dovrà dire addio al carbone: questa la data stabilita per la chiusura di tutte le centrali a carbone

Ma da metallurgia e ceramica arriva l’allarme: la manifattura sarda alla luce della situazione attuale sembra essere a rischio.

Il problema è proprio quello dell’energia e l’unica possibilità sembra essere il metano per la manifattura della Sardegna che attualmente conta soprattutto sulla produzione delle centrali a carbone. Da uno studio effettuato dalle organizzazioni sindacali si evince infatti che ben il 60% di energia prodotta, ovvero, 1720 megawatt di energia tra Fiumesanto, Porto Vesme, Sarlux, deriva da fonti termoelettriche tradizionali, mentre il 35% proviene da rinnovabili e il 5% da centrali idroelettriche. Questa la situazione attuale che in vista della scadenza e quindi della chiusura delle centrali a carbone prevista per il 2025, incombe sulla manifattura sarda.

Per creare nuove attività, ma per rilanciare anche quelle già presenti sul territorio, dalla metallurgia alle ceramiche e quindi, terze lavorazioni, l’unica risorsa su cui contare sembrerebbe essere il metano. Un processo di metanizzazione, dunque, quello su cui si punta, ma che sembra ancora andare troppo a rilento per essere concretamente realizzato.

Se si prende in considerazione il settore delle ceramiche, non manca di certo la materia prima: basti pensare che la maggior parte delle argille e feldspati utilizzati nella penisola, partono dai siti minerari di Orani, Ottana, nel Nuorese e Florinas nel Sassarese. Leggiamo in un recente articolo quanto riportato da Il Sole 24 Ore dal titolo significativo Metano a rilento, a rischio la manifattura sarda: “Con il metano non solo si potrebbero creare nuove attività produttive competitive, quasi a bocca di miniera – chiarisce Francesco Garau, segretario regionale della Filctem ma si metterebbero quelle che oggi operano con grandi sacrifici, in condizioni di essere ancora più competitive e di crescere ulteriormente.”

Questo è il caso della Cermed, Ceramica mediterranea, azienda operante a Guspini, nel Medio Campidano dove si lavorano più di trecento tonnellate di argilla al giorno. Lo stabilimento, nato nel 1993 con la legge sulle riconversioni industriali, successivamente privatizzato e ora guidato dall’imprenditore Bernhard Mazohl, produce con sistemi all’avanguardia in grado di recuperare vapore ed energia termica con un risparmio del 30% d’acqua e del 20% di energia elettrica e confida nel metano. Al momento l’approvvigionamento energetico avviene con il Gpl, ma il metano sarebbe ancor più fondamentale per abbattere i costi di produzione di uno stabilimento come questo che ha il vantaggio di avere la materia prima a una distanza ragionevole.

Al momento, dunque, si attende che questo processo di metanizzazione venga attuato attraverso la realizzazione di depositi costieri e della dorsale sarda del valore di oltre 400 milioni di euro. Tuttavia, sulle imprese sarde, aleggia uno spettro: la data di scadenza del 2025, in cui si dovrà dire addio alle centrali di carbone. Ma come fare se queste costituiscono la principale fonte di produzione energetica?

“È chiaro che data la situazione, anche alla luce del raggiungimento della percentuale delle rinnovabili, sarà necessaria una proroga sulla scadenza prevista per il 2025- chiarisce Maurizio De Pascale, presidente di Confindustria Sardegna ancora su Il Sole 24 Ore– allo stesso tempo però deve essere affrontata la questione metano perché deve essere definita una strada che porti alla crescita e allo sviluppo.”

Una svolta energetica che è fondamentale per l’economia delle famiglie e delle imprese della Sardegna. Infatti, secondo uno studio elaborato da Confindustria, è proprio per le famiglie e le imprese sarde che la mancanza di metano ha un costo di circa 430 milioni di euro.  Continua De Pascale “Un centro per la lavorazione lattiero casearia spende circa un milione di euro l’anno in più proprio perché non ha il metano”.

Ed è alla data del 2025 e la questione del metano che si lega anche quella degli investimenti che riguardano il settore metallurgico: nello specifico quelli della filiera dell’alluminio che vedono protagonisti Eurallumina, controllata dalla Russa Rusal, e la Svizzera Sider Alloys. Aziende che portano avanti progetti di riavvio per oltre 300 milioni di euro e che per programmare gli investimenti, sollecitano certezze per l’approvvigionamento energetico negli impianti.

È per oggi, inoltre, che al Mise, viene convocato il tavolo tecnico propedeutico all’avvio della Phase out dal carbone in Sardegna, la fase che permetterà poi l’uscita definitiva. Argomento che unisce nella comune preoccupazione, imprese, sindacati e istituzioni e al centro del cosiddetto “tavolo sui temi dell’energia e dell’industria” aperto nei giorni scorsi dal Presidente della Regione Christian Solinas e dalla responsabile dell’assessorato dell’industria Anita Pili. È nel corso del primo incontro che si è rimarcata la necessità da parte della Regione, di dare vita a un “tavolo nazionale per avviare un ragionamento complessivo sull’industria metallurgica non ferrosa, composta da aziende fortemente energivore”.

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