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Ridurre l’impronta ambientale del digitale

La digitalizzazione avanza. Il nostro universo digitale cresce senza sosta ed esponenzialmente: creiamo, scambiamo e utilizziamo un’imponentissima mole dati ogni giorno, praticamente senza interruzione

L’industria, la finanza e la ricerca basano sempre di più il loro sviluppo sulla creazione, l’elaborazione, l’utilizzo e la condivisione di dati. Ogni utente produce dati, e tutta la nostra vita digitale lascia delle tracce. Questa produzione ha anche una crescente impronta ambientale e la cosa preoccupa gli esperti, che chiedono un intervento decisivo per fermare l’inquinamento digitale. Vediamo più nel dettaglio di cosa tratta

Con l’espressione “impronta ecologica” si indica il consumo umano delle risorse naturale della terra. Questo concetto è stato introdotto per la prima volta nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees con il libro “Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth”. L’impronta ecologica misura in ettari a quanto ammonterebbe l’estensione delle aree biologiche produttive della terra, che servirebbero per rigenerare le risorse consumate dagli esseri umani ogni anno. Sostanzialmente, questo calcolo ci permette di quantificare di “quanti pianeta Terra” avremmo bisogno per conservare il nostro attuale consumo di risorse. Secondo gli esperti attualmente avremmo bisogno di 1,7 pianeti.

In questo quadro, secondo le stime pubblicate da un report di Capgemini, l’information technology è responsabile del 4% delle emissioni di anidride carbonica a livello globale. Il dato che preoccupa particolarmente però è che si presume che questa percentuale triplicherà da qui al 2025. In pratica, nel 2025 le imprese It avranno la stessa impronta di carbonio che hanno 463 milioni di veicoli in un anno. Due professori di docenti di gestione della conoscenza e strategia della Loughborough University, Tom Jackson e Ian Hodgkinson, hanno avanzato l’ipotesi della “decarbonizzazione digitale”. Secondo gli studiosi è fondamentale ridurre le emissioni legate ai dati digitali. La digitalizzazione in sé non è un pericolo, al contrario. Tuttavia, come hanno dichiarato a The Conversation, occorre stimare l’impatto ambientale del digitale nelle nostre attività quotidiane, per imparare a gestirlo e a ridurlo.

Sul tavolo degli imputati sono finiti soprattutto i data center. I centri per l’immagazzinamento e l’elaborazione dei dati, infatti, consumano 10-50 volte le risorse energetiche di qualsiasi ufficio tradizionale. L’Agenzia Internazionale per l’Energia stima che i data center attualmente rappresentano l’1% della domanda di energia globale. Ovviamente, con la crescente digitalizzazione si prevede un aumento significativo di questa domanda. Come si sta rispondendo a questa necessità? Greenpeace già da tempo ha accusato le big tech americane di essere in ritardo sui piani fissati in materia sostenibilità digitale. Tra le aziende con maggiori responsabilità in termini di inquinamento digitale troviamo Google, Apple, Meta e Amazon. Da non trascurare anche i colossi del digitale cinese, ovvero Baidu, Alibaba, Tencent e Xiaomi. Tuttavia, iniziano ad arrivare buone notizie su più fronti.

Ridurre l'impronta ambientale del digitale
Foto di fancycrave1 da Pixabay

Negli ultimi tempi le maggiori aziende operanti nel settore del cloud e dei data center stanno facendo investimenti massicci per migliorare l’efficienza e la sostenibilità ambientale della loro attività. Google ha dichiarato che entro 2030 cesserà completamente di utilizzare energia ricavata da fonti combustibili, attualmente la più utilizzata nel settore. Google Cloud, inoltre, supporta i clienti per ridurre l’impronta di carbonio nel cloud introducendo nuove raccomandazioni di sostenibilità con Active Assist. Amazon ha investito in 6,5 gigawatt di energia rinnovabile, sia nel solare che nell’eolico. Microsoft entro il 2025 manderà avanti i suoi data center con energie 100% rinnovabili. Samsung ha dichiarato che nei suoi nuovi modelli verranno utilizzati materiali riciclati, che eliminerà la plastica dal packaging dei suoi prodotti.

Anche i colossi dell’intrattenimento digitale si stanno muovendo in questo senso. Ad esempio, PokerStars prende parte ormai ogni anno alla celebrazione della Giornata della Terra, ogni 22 aprile. Nel farlo, il gruppo ribadisce alcune delle sue politiche aziendali più importanti mirate proprio a ridurre l’impronta ambientale del mondo digitale. Lo fa condividendo alcune delle buone pratiche messe in atto nei suoi uffici di Sofia, in Bulgaria: isolamento termico degli uffici, raccolta delle acque piovane, impianti fotovoltaici e maggiore utilizzo delle biciclette.

La società di telecomunicazioni Verizon punta sul machine learning per ottimizzare il raffreddamento dei suoi data center, per un risparmio annuo di 55 milioni di kilowatt-hours.

Sempre secondo i dati elaborati e pubblicati da Capgemini, il passaggio delle grandi aziende ad architetture cloud “green” ha rappresentato anche un taglio dei loro costi annui del 19%. Insomma, nel complesso ripensare la digitalizzazione è un investimento che si dimostra conveniente anche dal punto di vista economico.

Piccoli grandi contributi per ridurre l’impronta ambientale del digitale possono darli anche i singoli utenti, assumendo tante buone pratiche quotidiane. È importante ridurre le dimensioni dei file che si inviano online, rimuovere allegati inutili dai messaggi di posta elettronica, archiviare i dati localmente, senza abusare del cloud. Se vedersi in call non è necessario ai fini di una conversazione, meglio spegnere la videocamera.

Nell’ottica di ridurre l’impronta ambientale delle attività umane, ogni piccolo contribuito ha il suo valore.

Ridurre l'impronta ambientale del digitale
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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