Autonomia alle Regioni, Roma diventa una scatola vuota

Con l'autonomia differenziata il rischio c'è: meno soldi e risorse per Roma e per i territori più in difficoltà del nostro paese

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Autonomia differenziata, è sempre una questione di soldi. Miliardi al Nord, 21 per la precisione. E Roma?  Con la riforma delle autonomie alle Regioni, soldi, persone e dipendenti statali sembrano destinati all’esodo biblico. La Capitale potrebbe rivivere il famoso “Sacco”, come nel 1527.

Il governo continua a trattare con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna per mettere a punto le singole intese Stato-Regioni. Il fine è concedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Sanità (trattamento di medici e infermieri), infrastrutture (autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, reti), istruzione (assunzione dei docenti) , beni culturali (musei), politiche per il lavoro (centri per l’impiego), rappresentano solo una parte di questa importante diatriba.

Ancora non sono chiare molte cose: quanti dipendenti, quali strutture e risorse finiranno al Nord con il trasferimento Stato-Regioni? Con l’autonomia differenziata come si risolve il nodo delle compensazioni tra regioni ricche e regioni povere?

Autonomia, i rischi per Roma

Il rischio concreto è un ulteriore impoverimento del tessuto economico di Roma che già vive tempi difficili. Se gli imprenditori stanno facendo la loro parte con il progetto Roma Futura 2030-2050, per salvare la Capitale dal “Sacco” innanzitutto bisogna partire da un assioma: mantenere la clausola di supremazia dello Stato sulle Regioni.

Ovvero, in caso di necessità, è l’amministrazione centrale a dover avere la meglio. Soprattutto di fronte a questioni essenziali come quelle relative all’ambiente, al settore energetico o a quello delle infrastrutture. Interessante quanto dichiarato da Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria, in un articolo di Ernesto Menicucci sul Messaggero: “Per come è concepita, questo tipo di autonomia va a detrimento della Capitale e delle regioni più povere, in particolare del Sud, andando ad intaccare la coesione sociale costruita con molta fatica in tanti anni di storia”.

Il trasferimento delle risorse: come funziona?

Per trasferire risorse dallo Stato alle Regioni verrà utilizzato il meccanismo dei decimi che in pratica finisce per spostare più soldi alle “periferie” ricche, lasciando Roma e i territori più poveri con ancora meno  risorse. Non bisogna scomodare il Pil per capire che gli effetti di questo depauperamento rischiano di ridurre Roma ad una scatola vuota.

Scrive ancora Andrea Bassi sempre sul Messaggero: “Qualche tempo fa, Unindustria, insieme a The European House Ambrosetti, ha stimato che se Roma continua a decrescere allo stesso tasso degli ultimi 8 anni, nel 2030 arriverà ad avere un Pil pro-capite di 25.761 euro, circa il 25% in meno rispetto ad oggi. E una delle ragioni individuate è la costante riduzione del «centralismo statale». Negli ultimi anni, spiegano Unindustria e Ambrosetti, «sono stati fatti tagli ai bilanci che hanno destrutturato la macchina statale senza però riformarla». Un piano che il regionalismo differenziato renderà ancora più inclinato”.

Il nodo più delicato

Il nodo più delicato è quello della scuola. Il personale, docente e non docente, costituisce il 30% dei dipendenti statali. Con l’autonomia differenziata, tanto per fare un esempio che evidenzia il rischio “svuotamento” da una parte e riempimento dall’altra, il Ministero della Pubblica istruzione si troverebbe con 270 mila dipendenti in meno e regioni come il Veneto a dover gestire 70 mila dipendenti in più.

Il Ministero degli Affari regionali invita alla cautela perché il trasferimento di personale potrebbe essere inferiore. Anche se lo sfasamento della bilancia rimane. Con il rischio di un sovradimensionamento del ministero romano come conseguenza di siffatte strategie. Il problema è sempre lo stesso, come evidenziato da Marco Cammelli, esperto di federalismo dell’università di Bologna: di ciò che resta, non si sa bene cosa sia.

Il neocentralismo spinto delle regioni rischia di generare il caos soprattutto a livello di soldi. Non a caso due economisti del CNR, Andrea Filippetti e Fabrizio Tuzi, hanno sottolineato che “per cinque delle 23 competenze (15 per l’Emilia Romagna) richieste dalle Regioni, il costo sarebbe di 1,2 miliardi, ma senza il personale. Se si aggiungessero i dipendenti si salirebbe di 10 miliardi, che potrebbero raddoppiare considerando tutte le altre competenze arrivando, appunto, a 21 miliardi”.

Come se ne esce?

Per evitare il depauperamento di territori già fortemente compromessi, è necessario un progetto di sviluppo reale con risorse adeguate, sia pubbliche che private, che possano colmare un divario che potrebbe avere effetti incontrollabili. Gli industriali hanno già dato l’allarme. Maurizio Stirpe auspica Roma come Città-Regione, una capitale con poteri speciali e risorse parametrate al territorio. Anche l’idea di Città Metropolitana risulta inadeguata di fronte a simili prospettive. Roma deve essere considerata regione a sé, come Parigi e Londra.

La Capitale non può permettersi di perdere dipendenti, funzioni e reddito. Per le attività commerciali e imprenditoriali significherebbe un’ulteriore stangata da aggiungersi ad una crisi che ha portato lo stesso centro storico ad avere vetrine e negozi abbadonati. Come in Via Veneto che, per altri problemi da aggiungersi al resto, oggi simboleggia non più la Dolce Vita ma l’amara realtà.

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