“Capitalismo della sorveglianza”, in arrivo altre app

App e tecnologie sono davvero al nostro servizio o siamo noi ad esserne manipolati, alimentando una pia illusione?

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“Capitalismo della sorveglianza”, l’ennesima operazione in grande stile, per tenerci d’occhio ancora meglio con qualche app in più? L’espressione di Shoshana Zuboff quando parla del futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri sottolinea il guado della realtà in cui siamo immersi.

Io questa di questa app non ne voglio sapere” sentenziano le mogli in quarantena durante la passeggiata in salotto. “Non gridare sempre al complotto” rispondono i mariti per oltrepassare un discorso attorno a cui si aggrappa la zizzania della potenziale litigiosità ai tempi del coronavirus.

Invece, una frase che può far gridare al populismo i finti intellettuali, analfabeti funzionali al gioco della malafede, che invece si fa riflesso di verità. E, come tante altre volte, le donne mostrano la diffidenza obiettiva di chi deve farsi strada nel mondo delle pari opportunità che sono molte volte come le app. Un gioco paraculo sui destini della gente.

Ora, questa breve digressione per porre una riflessione. Immuni già scatena il dibattito. Al di là di quanto circola in relazione alla proprietà di questa app, già ti fa palesare all’orizzonte il famoso gesto dell’ombrello a chi te la propone come le tavole della Torah coronotecnologicosalvifica. Questa app insomma non è né più nemmeno come tante altre? L‘ennesima sentinella del Capitalismo della sorveglianza cui fa riferimento Shoshana Zuboff?

Immunity, Alexa, Siri incarnano alla perfezione le Kapò del capitalismo della sorveglianza, le guardie armate dell’occhio che registra, ascolta, suggerisce, elabora dati, abitudini, like, l’intelligenza artificiale che, come su alcune fortunate serie tv, dal quartier generale di Quantico organizza il profilo del soggetto ignoto che così diventa stranoto.

Siamo ormai in gran parte consapevoli di come il Grande Leviatano abbia cambiato volto. Non più operazioni sfacciatamente militari ma, come ai tempi dell’Anticristo, il sorriso untuoso di chi “lo fa per noi”. Noi ci divertiamo? E loro immagazzinano dati. Nel libro di Gianluigi Paragone, La vita a rate, viene descritto questo stato di fatto, in un passo particolarmente interessante: “La connessione integrata dei supporti tecnologici che ci circondano comporta la “cattura” di ogni singolo momento della nostra giornata. Orecchie invisibili, occhi invisibili, microfono sempre accesi: tutto in teoria è fatto per semplificarci la vita eppure il conto da pagare è salato. Altro che gratis o free”.

Se insomma non c’è niente da vendere, il prodotto in vendita diventiamo noi. Con il nostro consenso. Perché come scrive la professoressa americana: “Nel 2008 due […] professori hanno calcolato che una lettura accettabile di tutte le ‘norme e condizioni’ che ognuno incontra in un anno sarebbe durata 76 giorni lavorativi pieni”.

“Il capitalismo della sorveglianza” agisce sui nostri desideri e sulla nostra emotività tramite la rete. rendendoci impossibile il più delle volte di verificare le condizioni. L’esercito dei robot di cui parlava Asimov eccolo qua. Si nasconde in quell’untuoso “Ti potrebbero interessare anche…”. E quest’untuosa affermazione ci riporta ai racconti più belli dell’infanzia dove certe figure si stagliavano all’orizzonte dei nostri interminabili pomeriggi immersi nella lettura di certe parole a cui pensavamo le notti d’estate: “Un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Il conduttore del carro che porta i ragazzi felici e inconsapevoli nel Paese dei balocchi. Loro scelgono, loro, contenti, si ritrovano manipolati dal diabolico omino e vengono trasformati come ciuchi.

Insomma è sacrosanto preoccuparci di chi manipola le nostre informazioni. Giova ricordarlo: la maggior parte dei colossi cinesi che stanno dietro le app fanno riferimento ad un apparato governativo che di certo democratico non è. Come non lo è quello americano. In questo contesto, logico che “eretici” come Julian Assange diventino i mostri da isolare, esponendoli alla gogna, come tanti altri Ezra Pound della ribellione all’usura intellettuale ed economica.

Se pensiamo al giro d’affari che ruota intorno alla tecnologia, capiamo il mondo in cui siamo immersi. Nel 2018 è stato di 642 milioni di dollari e nel 2023, proiezioni alla mano, prima che si scatenìasse la pandemia, si è calcolato un volume d’affari di 160 miliardi con circa un miliardo e mezzo di pezzi venduti. E quindi? Cosa possiamo fare per mettere fuori la testa e respirare un po’ di ebbrezza rivoluzionaria di autentica libertà? Intanto verificare, capire, approfondire, pensarci non una ma dieci volte, e poi scegliere. Tanto siamo controllati comunque.

Se la tecnologia entra con determinazione nelle “Vite degli altri”, il paragone con il film non è casuale, dire di poterne fare a meno, sarebbe un’utopia. Come credere che questo sia ancora il migliore dei mondi possibili. Bisognerebbe fare in modo che il business non si anteponesse alle vite dei clienti, i famosi altri siamo noi. Dovremmo imparare a smarcarci noi da questo gioco a uomo e contare su scelte politiche adeguate. Quanta libertà davvero ci rimane?

Ci aiuta a capirlo nel libro Il Filtro, Eli Pariser: “Quando entriamo nella bolla dei filtri, permettiamo alle aziende di scegliere quali alternative possiamo prendere in considerazione. Ci illudiamo di essere i padroni del nostro destino ma la personalizzazione può produrre una sorta di determinismo dell’informazione, nel quale ciò che abbiamo cliccato in passato determina ciò che vedremo in futuro, una storia che è destinata a ripetersi all’infinito. Rischiamo di restare bloccati in una versione statica e sempre più ridotta di noi stessi, una specie di circolo vizioso”.

Accade quanto descritto da Naomi Klein in No Logo. Gli slogan libertari del Sessantotto diventano appannaggio delle grandi multinazionali, lo stesso oggi accade con la rete, con le sue indiscutibili potenzialità. Che possono aiutarci a capire. Districarsi non è facile, siamo nella modernità. Però possiamo augurarci, forse, che tutta la forza degli algoritmi si scateni per produrre una nuova app. Prima di immuni, impariamo ad usare “awareness”, consapevolezza. Abbreviateci pure le “norme e condizioni”. Per capire meglio e divertirci di più. Anche con Alexa e dirle: stai buona che ora decido io.

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