Cheers: il fotovoltaico dalla feccia di vino

Un progetto innovativo all’insegna della sostenibilità sviluppato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia con il contributo delle università di Udine e Malaga e l’azienda Serena Wines 1881. I residui del vino vengono trasformati in materia prima valorizzata per ottenere componenti dedicate alle celle solari fotovoltaiche a colorante organico

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Cheers: il fotovoltaico dalla feccia di vino. Avete mai sentito parlare di “feccia” di vino? La denominazione viene in genere attribuita a quei sedimenti di liquidi che sono fermentati: più precisamente, l’utilizzo maggiore è quello relativo alla indicazione dei residui rossastri di melma, i quali tendono a depositarsi sulle pareti e sul fondo delle botti in cui il vino viene posto a fermentare o anche a invecchiare. In pratica, le fecce sono costituite da vinaccioli e bucce di uva, ma anche da cellule e spore microbiche, oltre che da cremortartaro e le sostanze che sono usate come dei chiarificanti (gli esempi più classici sono quelli della gelatina, del tannino e dell’albumina).

Se vi dicessero che dalla feccia di vino è possibile produrre energia restereste comprensibilmente sorpresi. Invece è esattamente così. Un’innovazione all’insegna della sostenibilità: produrre energia rinnovabile recuperando uno scarto di produzione e trasformandolo in una risorsa “green”. Un’applicazione scientifica di quella “economia circolare” della quale il nostro pianeta ha sempre più urgentemente bisogno.

Al Vinitaly, la manifestazione veronese dedicata al mondo del vino che si è conclusa lo scorso 8 aprile, è stata presentata la prima cella fotovoltaica realizzata con i residui della vinificazione.

Cheers: il fotovoltaico dalla feccia di vino “Cheers”, questo il nome del progetto, è stato sviluppato dall’’Università Ca’ Foscari Venezia finanziato dalla Commissione Europea attraverso il programma Fondo Sociale Europeo, gestito localmente dalla Regione Veneto. Altri partner del progetto sono Università degli Studi di Udine, Università di Malaga, Fondazione Università Ca’ Foscari Venezia e l’azienda Serena Wines 1881.

L’obiettivo di “Cheers” è l’identificazione di soluzioni innovative tramite il recupero e la valorizzazione di scarti del vino, tecnicamente chiamati feccia. Nella fattispecie, la ricerca impiega il residuo che si deposita nelle vasche di lavorazione del vino – ricco di colorante naturale – e lo trasforma in materia prima valorizzata per ottenere componenti dedicate alle celle solari fotovoltaiche a colorante organico, le cosiddette celle di Gräetzel. Cheers: il fotovoltaico dalla feccia di vino Il colorante ottenuto, verrà utilizzato per la produzione dei prototipi e simula il processo della fotosintesi clorofilliana. I pigmenti colorati catturano la luce del sole e la trasmettono al circuito sotto forma di elettroni, che successivamente saranno tramutati in corrente elettrica rinnovabile e sostenibile. Una vera e propria innovazione.

Questo tipo di cella solare, come spiegato da Elisa Moretti, professoressa di Chimica Inorganica al Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi di Ca’ Foscari , “ rappresenta un’alternativa valida ai sistemi tradizionali (celle al silicio) sia per vantaggio economico, sia per metodologie costruttive eco-friendly, che permettono un riciclo a basso impatto ambientale, sia per l’efficienza di conversione energetica in caso di clima nuvoloso o illuminazione artificiale“.

Cheers: il fotovoltaico dalla feccia di vino

Luca Serena, , direttore generale e quinta generazione della famiglia a capo dell’azienda ha tenuto a sottolineare che: “Siamo entusiasti di far parte di questo progetto perché per Serena Wines 1881 è importante promuovere un approccio al ciclo di produzione e gestione dei rifiuti organici nell’ottica della green economy. L’azienda da sempre presta attenzione ai vantaggi ambientali che possono derivare dal recupero e riuso dei rifiuti di lavorazione e per questo sta lavorando allo sviluppo di tecnologie che sfruttino il nostro materiale di scarto in azioni tangibili volte all’ecosostenibilità”.

 

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