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Cristo Velato e Cappella Sansevero, meraviglie di Napoli

Il Museo Cappella Sansevero è tra i gioielli architettonici di Napoli. Tra i capolavori presenti, il misterioso e affascinante Cristo Velato, due buoni motivi per un viaggio all’ombra del Vesuvio, ripercorrendo la vita del principe alchimista Raimondo di Sangro

Una buona occasione per visitare Napoli è quella di optare per una giornata di cultura e arte, facendosi avvolgere della bellezza che promna indiscussa dalla Cappella Sansevero e dal travolgente e mistico fascino del Cristo Velato.

Senza esagerazioni, viene spontaneo pensare che il poeta Yannis Ritsos nello scrivere la sua intensa frase “i belli, i solitari, gli indifesi/ i silenziosi, i fieri/ quelli/ che si innamorano delle statue” non abbia che potuto considerare il Cristo Velato e la Cappella sansevero per squarciare il velo di Maya delle illusioni per farne luce.

Il progetto di Raimondo di Sangro

L’aspetto attuale della Cappella Sansevero risponde a un progetto iconografico ben preciso, ideato dal principe Raimondo di Sangro (1710-1771), personalità complessa, cosmopolita, geniale, alchimista e massone, e posto in essere dagli artisti che lavorarono sotto la sua supervisione.

Dall’ingresso principale si accede all’unica navata, in fondo alla quale si apre l’abside con l’Altare maggiore. Le due pareti laterali presentano quattro archi a tutto sesto, ciascuno dei quali accoglie un monumento sepolcrale, fatta eccezione per il terzo arco alla sinistra dell’ingresso principale, che sormonta l’accesso laterale, e per il terzo arco sulla destra, che immette nel passetto ove è la Tomba di Raimondo di Sangro.

Cappella Sansevero – Foto di Marco Ghidelli – © Archivio Museo Cappella Sansevero
 

I mausolei ospitati nelle cappellette laterali sono intitolati agli avi illustri della famiglia di Sangro, mentre i gruppi scultorei addossati ai pilastri, che separano gli archi, sono dedicati alle donne passate e presenti del casato (salvo il Disinganno, eretto alla memoria di Antonio di Sangro, padre di Raimondo).

Sono certamente queste ultime statue il fulcro dell’originale progetto iconografico del principe di Sansevero: esse rappresentano infatti diverse Virtù, tappe di un cammino iniziatico mirante alla conoscenza e al perfezionamento interiore. Non meno importante nel contesto simbolico complessivo è poi il pavimento con il motivo a labirinto, ideato dal principe e realizzato da Francesco Celebrano: segno antichissimo, il labirinto rappresenta la difficoltà del percorso sapienziale.

Le origini della Cappella Sansevero


Le origini della Cappella Sansevero sono legate a un episodio leggendario. Narra, infatti, Cesare d’Engenio Caracciolo nella Napoli Sacra del 1623 che, intorno al 1590, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al giardino del palazzo dei di Sangro in piazza San Domenico Maggiore, vide crollare una parte del muro di cinta di detto giardino e apparire un’immagine della Madonna.

Egli promise alla Vergine di donarle una lampada d’argento e un’iscrizione, qualora fosse stata riconosciuta la propria innocenza: scarcerato, l’uomo tenne fede al voto. L’immagine sacra divenne allora meta di pellegrinaggio, dispensando molte altre grazie.

Poco dopo, anche il duca di Torremaggiore Giovan Francesco di Sangro, gravemente ammalato, si rivolse a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (oggi visibile in alto sull’Altare maggiore), una “picciola cappella” denominata Santa Maria della Pietà o Pietatella.

Della fase seicentesca della Cappella Sansevero sono rimaste pressoché inalterate solo le dimensioni perimetrali e la snella architettura dell’insieme, nonché la decorazione policroma dell’abside; sono ancora visibili, inoltre, quattro mausolei nelle cappellette laterali, mentre altri di cui si ha notizia sono stati rimossi.

L’attuale assetto della Cappella e la quasi totalità delle opere in essa contenute, infatti, sono frutto della volontà di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, che a partire dagli anni ’40 del Settecento riorganizzò la Cappella secondo criteri del tutto nuovi e personali.

La sistemazione seicentesca

La sistemazione seicentesca della Cappella rimase inalterata fino agli anni ’40 del Settecento, quando pose mano all’ampliamento e all’arricchimento del tempio Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero. Fu così che vennero alla luce opere come la Gloria del Paradiso, la Pudicizia e le altre statue delle Virtù, il Cristo velato.

Il principe di Sansevero mantenne a grandi linee la semplice struttura architettonica della fase seicentesca. La Cappella presenta un’unica navata a pianta longitudinale con quattro archi a tutto sesto per lato; il cornicione, costruito con un mastice di invenzione del di Sangro, corre lungo tutto il perimetro al di sopra degli archi.

Nel 1901 fu completata la pavimentazione in cotto napoletano, smaltato in giallo e azzurro – colori del casato di Sangro – in corrispondenza dello stemma gentilizio.

Il bellissimo pavimento settecentesco, con l’enigmatico motivo a labirinto, realizzato con un sistema inventato anch’esso dal principe, andò distrutto alla fine del XIX sec.: è possibile oggi vederne un campione nel passetto antistante la tomba di Raimondo di Sangro.

Da tale passetto si accede sulla sinistra a una scala che conduce alla Cavea sotterranea, che il principe ideò ma non fece in tempo a vedere terminata: tale ambiente oggi ospita le famose Macchine anatomiche, che il principe conservava in un appartamento del suo palazzo.

Il Cristo Velato, capolavoro dell’arte mondiale

Posto al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo Velato è una delle opere più suggestive dell’arte con cui sia venuto a contatto come poche altre (ad esempio, la tomba del Canova ai Frari, la Nike di Samotracia al Louvre, le statue di Amore e Psiche).

Cristo velato (Giuseppe Sanmartino, 1753) – Foto di Marco Ghidelli – © Archivio Museo Cappella Sansevero

Il Cristo Velato, capolavoro dell’arte mondiale, – nelle intenzioni del principe – doveva essere collocato nell’ambiente ipogeico da lui progettato, quella Cavea sotterranea destinata a ospitare anche i futuri sepolcri dei Sansevero, ma che non fu mai portata a termine così come l’aveva immaginata il geniale mecenate (l’aspetto attuale della Cavea è dovuto a interventi successivi alla sua morte).

La statua doveva essere eseguita da Antonio Corradini che però muore nel 1752. Fa in tempo solo a terminare un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato al Museo di San Martino.

Raimondo di Sangro, allora, incarica il giovane artista napoletano, Giuseppe Sanmartino. Il compito del giovane scultore sarà quello di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.

Il Cristo di Giuseppe Sanmartino avrebbe dovuto essere rischiarato dalla fiamma di un lume perpetuo, invenzione del principe di Sansevero anch’essa pregna di rimandi esoterici.

Simbolismo e suggestione

Sanmartino terrà poco conto del precedente bozzetto dello scultore veneto. Ma come nella Pudicizia, ad opera di Corradini, anche nel Cristo Velato l’originale messaggio stilistico è nel velo.

I sentimenti tardo-barocchi di Sanmartino imprimono al sudario un movimento e una significazione molto distanti dai canoni corradiniani. Il Cristo Velato è un’opera profondamente avvolgente per la sua modernità. L’artista scolpisce, scarnifica il corpo senza vita. Il ritmo impresso alle pieghe del velo è l’espressione pura del tormento veicolato al corpo martoriato.

La vena gonfia, i segni dei chiodi sulle mani e sui piedi esprimono l’intesa ricerca dell’artista che culmina nel costato scavato ma rilassato finalmente nella morte liberatrice, per questo il Cristo è Trionfante.

Perché è il segno che presagisce il mondo nuovo della speranza e della resurrezione. L’arte di Sanmartino si risolve qui in un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.

Tante leggende sono sorte intorno a questa meravigliosa scultura. Da sempre studiosi e visitatori rimangono “avvolti” dal velo e dalla “trasparenza del sudario” al punto di ritenerlo la conseguenza di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero.

Il Cristo Velato, ricavato da un unico blocco di marmo, come attestato da numerosi documenti, è una pura sintesi dell’arte barocca la cui forza è tutta alla penetrante capacità di esecuzione dell’artista. Ma il mistero alchemico che ancora ruota attorno alla figura del principe di Sansevero e alla “liquida” trasparenza del sudario continua a sussistere.

Difficile non innamorarsi di statue come il Cristo Velato, per tornare alla citazione di Ritsos. Senonaltro perché, da quella bellezza fredda, promana un calore d’eternità a dir poco “inebriante”.

Da sapere

Il Museo Cappella Sansevero è aperto tutti i giorni: 9.0019.00 (ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura). Chiuso il martedì.

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