Frane, la ricerca storica utile per quantificare il rischio sociale

Uno studio dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpi) fornisce utili informazioni per quantificare il rischio delle frane anche dal punto di vista sociale. GPNews ne ha parlato con uno dei ricercatori coinvolti, Mauro Rossi

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Conoscere sempre meglio le frane in Italia significa riuscire anche a migliorare la qualità della vita delle popolazioni interessate. A questo scopo risultano utili le informazioni che prendono in esame eventi franosi verificatisi nel passato. Un aiuto in più per riuscire a quantificare il rischio. Questo è stato l’obiettivo di un recente studio dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irpi), pubblicato sulla rivista Earth-Science Reviews. Abbiamo chiesto di saperne di più a uno dei ricercatori dell’Irpi coinvolti, Mauro Rossi, che ha messo a punto lo studio con Paola Salvati.

Perché è  innovativo l’approccio della ricerca circa la quantificazione del rischio sociale da frane in Italia?

Una premessa metodologica: per rischio sociale da frana si intende il rischio che le frane pongono alla popolazione nel suo insieme. Il rischio per definizione valuta il grado di perdita atteso ed è in genere quantificato in termini probabilistici. La valutazione del rischio comporta la conoscenza di vari fattori e del modo in cui si combinano: bisogna innanzitutto conoscere dove, quando e come avvengono le frane (riassunto in una parola bisogna conoscere la ‘pericolosità’ posta dalle frane stesse, anch’essa espressa in termini probabilistici) e quali, come e dove sono gli elementi vulnerabili. In questo lavoro prendiamo in considerazione la popolazione che rappresenta il nostro elemento vulnerabile.  La metodologia statistica per la stima del rischio sociale da frana nella pubblicazione può essere considerata innovativa perché è stata proposta ed utilizzata per la prima volta a scala nazionale. Questa è la prima applicazione a livello globale.

Di cosa si tratta esattamente?

La metodologia si pone l’obiettivo di valutare e confrontare in diverse parti del territorio nazionale con quale probabilità/frequenza e tempo di ritorno con cui avvengono le frane fatali, quelle che causano morti, per definite soglie di magnitudo e cioè per un diverso numero atteso di perdite umane. Ad esempio il nostro approccio può rispondere alle seguenti domande: ‘Quale è la probabilità di occorrenza di una frana che causi più di 10 vittime in una data porzione del territorio italiano? Con quale frequenza annuale o tempo di ritorno avviene?’

Cosa si intende per ‘valutazione del tempo di ritorno delle frane fatali in funzione dell’impatto atteso sulla popolazione’?

Il tempo di ritorno è strettamente correlato alla frequenza annuale (matematicamente il tempo di ritorno ci calcola come il reciproco della frequenza annuale). Questa quantità ci dice mediamente ogni quanti anni avviene un frana con determinate caratteristiche. Una frana che causa più di 5 vittime con un tempo di ritorno di 25 anni, ci si attende che avvenga mediamente almeno una volta ogni 25 anni.

Quale è la metodologia alla base della ricerca?

A partire dal catalogo degli eventi di frana che hanno causato danni alla popolazione gestito dal nostro istituto e oggetto di varie pubblicazioni, abbiamo costruito un modello statistico basato sulla distribuzione di Zipf (la frequenza di un certo evento, ndr) valida per variabili discrete, che permette di stimare, analizzare e confrontare il rischio sociale da frana sul territorio nazionale.

frane informazioni utili
Lo studio conferma che il rischio sociale da frane in Italia varia largamente ed è funzione della combinazione di tre parametri: l’evento con il più alto numero di vittime registrato (F), il numero totale di frane con vittime (E) e l’esponente della distribuzione di probabilità adottata (s), cioè la proporzione tra frane con bassa e alta magnitudo, ovvero perdite umane. Le tre variabili sono state calcolate su una griglia con celle di 10 km di lato per consentire una valutazione regolare ed uniforme del rischio sociale sull’intero territorio nazionale

Quanto è importante la ricerca storica dei dati?

È fondamentale perché ci ha permesso di costruire uno dei cataloghi storici di eventi geo-idrologici tra i più completi al mondo (tra quelli di cui si ha notizia). In Italia la ricerca storica è facilitata dall’abbondanza di fonti storiche di diverso tipo anche se tale attività è estremamente onerosa in termini di tempo e richiede competenze specifiche. La qualità, rappresentatività e completezza del contenuto informativo dei cataloghi influenza fortemente i modelli che si costruiscono su di essi e i relativi risultati.

Il vostro studio sull’impatto sociale delle frane riguarda tutta l’Italia?

Sì. Per poter avere dati confrontabili sul territorio è stato fondamentale innanzitutto utilizzare una metodologia di raccolta dati uniforme, e successivamente avere metodologie analitiche in grado di utilizzare al meglio tali dati che per le loro caratteristiche sono spesso chiamati ‘dati di tipo disperso’ (in inglese sparce data). Per utilizzarli  al meglio si deve ricorrere a tecniche specifiche come quella proposta nella nostra pubblicazione.

frane in Italia
I diversi colori mostrano la distribuzione geografica del rischio sociale di frana in Italia per il periodo di 155 anni, dal 1861 al 2015, studiando 1017 frane. Solo dove c’è il bianco, nelle piane alluvionali, il pericolo non si è registrato

Come è la situazione rischio sociale frane nelle diverse regioni?

I risultati principali della pubblicazione sono riferiti a porzioni di territorio sub regionale che non contemplano limiti amministrativi, che poco hanno a che fare con i processi naturali. Ma  sia in questa pubblicazione che in quelle precedenti abbiamo cercato di valutare il rischio sociale a livello regionale. È comunque importante sottolineare che il nostro lavoro offre un quadro esaustivo delle variabili che concorrono alla definizione del rischio sociale. I risultati possono essere utilizzati ed interpretati in vari modi in funzione delle variabili considerate. Se ad esempio ci interessa ordinare le regioni per una funzione della ‘probabilità’ di occorrenza di eventi con un basso numero di morti (ad esempio con uno), le zone con la più alta probabilità sono Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Mentre se si è interessati alla ‘frequenza’ dello stesso tipo di eventi (con una sola perdita umana) le regioni peggiori sono la Campania e, ancora, il Trentino Alto Adige. Queste classifiche cambiano in funzione del numero di vittime atteso, la magnitudo. Cercando di generalizzare i risultati possiamo affermate che le regioni in corrispondenza delle Alpi centrali e del nord-est, delle Alpi occidentali e la Campania sono quelle a maggior rischio sociale.

I dati identificano aree più a rischio di altre? E forniscono qualche soluzione?

Sì relativamente al rischio sociale, ma non hanno l’obiettivo di fornire soluzioni. Semmai il nostro lavoro fornisce il quadro informativo aggiuntivo che può essere utilizzato dai responsabili istituzionali per prendere delle decisioni/soluzioni informate.

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