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Gianni Berengo Gardin, raccontare gli italiani e il mondo del lavoro

Un fotografo speciale, non solo per la sua capacità di fare belle immagini, ma anche per il suo spessore umano

Conosciamo Gianni Berengo Gardin in questa intervista in cui ci racconta segreti e curiosità della sua arte fotografica

Gianni Berengo Gardin nasce nel 1930 a Santa Margherita Ligure. Anche se sostiene che a Santa Margherita è nato per sbaglio, si sente a tutti gli effetti veneziano. Di madre svizzera e padre veneziano, trascorre i primi anni di vita a Santa Margherita ligure, crescendo in uno degli alberghi più prestigiosi dell’epoca: L’Imperiale, gestito dalla madre.

Quando gli affari cominciano ad andare male, la famiglia va a vivere prima in una villa più piccola, poi a Roma dove il padre si è trasferito per lavoro. Dopo qualche anno la famiglia si trasferisce a Venezia, dove Gianni Berengo Gardin lavora in un negozio di famiglia, e nel tempo libero comincia ad appassionarsi alla fotografia fino a trasformarla in un lavoro.

Nella sua carriera di fotografo, si è sempre dedicato al reportage, dove con le sue immagini ha raccontato per decenni la vita degli italiani e il mondo del lavoro. Ha sempre avuto una particolare attenzione per le tematiche sociali, tra i suoi lavori più significativi, quello sui manicomi, dove con Carla Cerati ha fatto conoscere lo stato di degrado in cui vivevano i malati, contribuendo così con le sue immagini alla sensibilizzazione su questa tematica, che porterà alla fine degli anni 70 alla riforma Basaglia.

A questo lavoro di denuncia, ne sono seguiti tanti altri, tra questi negli anni Novanta un progetto sui campi Rom, e nel 2013 una campagna di sensibilizzazione per allontanare le grandi navi dal centro di Venezia. Nella sua vita di fotografo ha realizzato più di 250 libri.

Ci incontriamo nel suo studio di Milano che si trova nelle vicinanze del negozio di fotografia NEWOLDCAMERA, dove di tanto in tanto lo si può incontrare, e dove Ryichi Watanabe, il proprietario, gli ha preparato a una sedia da regista con il suo nome, dove farlo accomodare in occasione delle sue visite.

In mansarda, si apre un mondo; non quello di un fotografo, come sarebbe logico aspettarsi, ma quello di un collezionista. Ovunque sparsi, su mensole, tavoli, librerie, meravigliosi giocattoli di latta: moto, macchine, aerei, navi, persino un sommergibile. Poco più avanti ecco sulla destra una collezione di barche di legno veneziane e un numero indefinito di modellini di nave, che poi Gianni racconterà aver costruito per anni.

Allora Gianni, racconta come hai cominciato a fotografare

All’inizio scrivevo per delle riviste di aviazione, sono sempre stato appassionato di aerei, e le fotografie servivano per illustrare gli articoli che scrivevo. Poi un giorno a Venezia, passando davanti a una vetrina, ho visto le fotografie del circolo fotografico la “Gondola”, gestita allora da Paolo Monti, e ho cominciato ad interessarmi ad una fotografia che non fosse solo di documentazione aerea.

Nel contempo avevo uno zio che viveva in America, amico di Cornell Capa, che mi mandò una serie di libri consigliati da lui. Fu così che cominciai a guardare i lavori dei fotografi di “Life”, Gene Smith in particolare, poi quelli della “Security Farm Administration ” e ho capito che con la fotografia si poteva fare qualcosa di diverso dalle foto artistiche: raccontare delle storie e documentare dei fatti. Cominciai così a fotografare in modo diverso.

E il tuo primo libro di fotografia quale è stato?

Il mio primo libro è stato Venice des Saisons rifiutato da ben otto editori italiani, poi Bruno Zevi mi ha fatto una mostra a Londra con le medesine foto all’istituto di architettura. Il caso ha voluto che passasse di lì un editore svizzero di Losanna, che viste le foto, mi mandò un telegramma proponendomi di farne un libro . Libro che vide la luce in un mese e mezzo, con testi di Mario Soldati e Giorgio Bassani. Il libro fu un grande successo editoriale, con diecimila libri venduti, e da lì è iniziata la mia carriera.

Ma come mai in Italia era stato rifiutato da gli editori italiani?

Intanto perché le foto erano in bianco e nero, e poi perché il libro raccontava la vita dei veneziani e gli editori pensavano che quel tipo di foto non sarebbero interessate ai turisti.

In famiglia come è stata vissuta la tua scelta di fare il fotografo?

Mio padre mi aveva detto, o studi e ti mantengo, o vai a lavorare; così ho scelto di andare a lavorare, e mi sono trasferito per un paio di anni a Parigi, dove per vivere facevo inizialmente il cameriere. Qualche mese dopo mi sono trasferito in un grande albergo, dove lavoravo dalle cinque del mattino fino a mezzogiorno e avevo tutto il pomeriggio libero.
La Parigi di quegli anni era il massimo per un ragazzo di 25 anni, e ho potuto imparare tanto dai fotografi di reportage francesi dell’epoca: Boubat, Doisneau, Masclet,Willy Ronis. Quest’ultimo lo considero un po’ il mio maestro; gli ho fatto prima da portaborse per due anni e poi ho cominciato ad andare a fotografare con lui.

Esisteva una frequentazione tra questi fotografi?

Mica troppo, io li ho conosciuti perché un cineclub molto attivo: il 30×40, organizzava tutti i mesi delle serate, dove i grandi fotografi che erano invitati si raccontavano. E ho avuto cosi modo di conoscerli e frequentarli.

Parliamo ora di macchine fotografiche: hai sempre usato Leica?

La Leica è sempre stato il mio grande amore, anche se all’inizio i giornali volevano negativi di grande formato, ho quindi cominciato per lavoro con la Rolleiflex 6×6. La famosa foto dell’operaio che dorme sui mattoni l’ho fatta con quella macchina. Ricordo che ho fatto una scatto solo, avevo paura che si svegliasse e mi corresse dietro. Poi per lavoro ho usato tante altre macchine nella mia carriera, tra cui l’ Hasselblad, che utilizzavo per le foto di architettura. Ma per le mie foto, ho sempre e solo usato Leica, e che che se ne dica, con il telemetro la messa a fuoco è molto più precisa che con le reflex.

A proposito di Leica, mi ricordo in occasione di uno dei nostri incontri mi avevi raccontato di quella volta che avevano cercato di rubartela

I tentativi di furto non sono stati uno, ma ben due. La prima volta è accaduto a Palermo, era ferragosto ed erano le due del pomeriggio. Camminavo in una via deserta e avevo le due Leica al collo, una con il 35 e l’altra con il 90.

Ad un tratto passano due ragazzini con un motorino e mi accorgo subito che mi guardano in modo strano, poi passano una seconda volta e subito capisco che qualcosa di grave sta per succedere. Afferro forte le cinghie delle macchine fotografiche, e un istante dopo vengo scaraventato a terra, ma non mollo la presa. Vengo trascinato per diverse decine di metri poi i ladri si arrendono e mi mollano.

Me la cavo con qualche sbucciatura e la rottura del 90 mm che mi si stacca dalla macchina.
La seconda volta invece capita a Roma, anche qui due macchine fotografiche al collo. Improvvisamente una moto di grossa cilindrata con due tipi distinti mi schiaccia in un angolo contro un muro.

Mi arriva un pugno in faccia che mi spacca gli occhiali, e poi uno dei due estrae un coltello che mi punta alla gola. Sono già pronto per dargli le macchine, quando un vecchio rigattiere esce da un piccolo negozio, e con una scopa comincia a picchiare con forza i due malviventi. Miracolosamente questi scappano e anche questa volta me la cavo. Il pover uomo rinuncerà a qualsiasi compenso dicendo che ha fatto solo il suo dovere.

Cosa ne pensi ora del digitale?

Dico che non fa per me, ho fatto appositamente preparare un timbro con la scritta: vera fotografia, che appongo dietro le mie immagini, per chiarire che le foto con questo marchio non hanno subito alterazioni di alcun tipo.

Fotografi ancora?

No, non fotografo più, o meglio faccio ancora qualche scatto con la mia Leica nel mio giardino della casa in liguria; sono foto che ho già fatto decine di volte, forse più per il piacere di sentire scattare la macchina che per documentare qualcosa.

Le immagini sono scatti delle fotografie di Gianni Berengo Gardin tratte dai libri dedicati al fotografo e realizzate da Alberto Bortoluzzi.

Articolo curato dalla redazione e realizzato con il contributo (testi e foto) di Alberto Bortoluzzi.

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