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Giansanti, un’agricoltura forte e sostenibile per le sfide del futuro

Intervista al presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti: siccità, desertificazione, aumento della popolazione, i principali temi da affrontare. Tecnologia, innovazione, politiche agricole mirate, rinnovabili, le soluzioni.

La guerra in Ucraina ha complicato una scenario complesso fortemente messo in crisi dalla pandemia. Estati sempre più torride e carenza di piogge hanno messo in ginocchio economia e agricoltori. Dobbiamo affrontare una serie di importanti battaglie per non farci “travolgere” dagli impegni Agenda 2030 e 2050 che pongono una serie di importanti necessità per fare in modo che trasformazioni sociali e modifiche del clima non creino un mondo inospitale per molti

Ne abbiamo parlato in questa intervista a Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, con cui abbiamo provato a capire come l’agricoltura, comparto determinante per l’economia, possa svolgere un ruolo “forte” e soprattutto sostenibile.

Massimiliano Giansanti è dal 2016 presidente di Confagricoltura. Presidente e amministratore delegato dell’azienda agricola Giansanti Di Muzio, presente nelle province di Roma, Viterbo e Parma, è stato anche vicepresidente e componente della Giunta esecutiva di Confagricoltura, presidente di Confagricoltura Roma e vicepresidente di Confagricoltura Lazio. Dal settembre 2020 è vicepresidente del Comitato delle organizzazioni agricole europee (Copa).

Presidente Giansanti, partiamo così: di fronte alla siccità e all’evidenza dei cambiamenti climatici, quale lo stato dell’agricoltura? Di cosa abbiamo più bisogno per affrontare in futuro un problema sempre più grave e su cui da anni non si fa nulla?

L’Italia sta affrontando un quadro ambientale senza precedenti, che prefigura un rischio di desertificazione per la degradazione del suolo che va estendendosi rapidamente in larga parte d’Europa. In tale contesto, occorre considerare che l’irrigazione è indispensabile per diverse colture, al Nord come al Sud, visto che l’84% dell’agroalimentare italiano deriva dall’agricoltura irrigua: un ettaro irrigato produce il 30% in più rispetto ad un ettaro non irrigato.

L’attuale fase di siccità è indiscutibilmente un evento eccezionale, figlio di una serie di fattori predeterminanti caratterizzati da una continuativa scarsità di piogge e nevicate nel periodo invernale. Inoltre, la maggior parte delle compagnie assicurative ha cessato ormai da tempo di assicurare il rischio siccità, privando le imprese agricole di un importante sostegno economico al verificarsi di simili eventi. Da un punto di vista geografico, in alcune zone si evidenzia una situazione ancora gestibile ma che tende al peggioramento con il passare dei giorni, mentre altre, come quella del bacino padano, vivono una situazione già notevolmente drammatica.

Pertanto, nel breve periodo una soluzione utile a mitigare questi danni causati dalla siccità potrebbe essere lo sversamento dei serbatoi idroelettrici per l’irrigazione agricola, mentre nel lungo periodo occorrerà indubitabilmente avviare nuove opere infrastrutturali finalizzate ad aumentare le riserve d’acqua per far fronte ad una situazione climatica che non si prevede migliorerà nei prossimi anni.

È stato molto interessante ascoltarla a Rete 4. In particolar modo su un punto. Lei ha ricordato che 40 anni fa avevamo eccedenze produttive, oggi siamo esattamente all’opposto. Come è stato possibile arrivare a questa “catastrofe” per il nostro paese e che tipo di politica occorre esattamente per tutelare il futuro delle nostre produzioni?

Purtroppo, in Italia, così come in Europa, è mancata la lungimiranza e lo dimostrano i fatti: la Comunità Economica Europea era a 12 Paesi, non a 27 e, dopo l’allargamento, si è cercato di mantenere un equilibrio economico senza tener conto della politica agraria. Oggi abbiamo 27 modelli di agricoltura, ciascuno diverso dall’altro. Il mercato non si è più governato secondo i bisogni europei, ma secondo le logiche del mercato globale: spesso la terra è lasciata incolta per soddisfare logiche di mercato effimere per beni non strettamente essenziali.

A differenza dell’emergenza pandemica, l’attuale crisi ucraina ha fatto emergere la questione già aperta dell’autosufficienza alimentare, che non vuol dire autarchia, ma garantire cibo per le popolazioni e stabilità per le imprese di filiera. Si deve considerare che nel 2050 la popolazione sarà aumentata del 30% rispetto ad oggi; quindi, dovremmo quasi raddoppiare l’attuale produzione di cibo, senza però pregiudicare le risorse naturali. È quantomai necessario adottare una politica europea basata sulla food security: promuovere investimenti per la produttività e la sostenibilità, senza demonizzare tecnologia ed innovazione; occorre una nuova pianificazione agricola più lungimirante e semplificata, dalla semina al raccolto.

I punti principali di una Food Policy capace di dare all’Italia nuove prospettive?

Come accennavo in precedenza, è necessario porre produzione e produttività come obiettivi al centro delle politiche agricole. La produzione sostenibile di maggiori prodotti con medesima superficie e numero di capi, quella che noi definiamo la “Intensificazione sostenibile” è un obiettivo alla nostra portata, che deve essere necessariamente perseguito con convinzione.

Si vagheggia ancora il ritorno ad una agricoltura dei tempi andati, inadatta ai nostri tempi ed alle sfide del millennio dell’agenda sostenibile per il 2030. Davvero pensiamo che potremmo avere cibo per tutti a prezzi sostenibili estendendo in maniera indiscriminata i principi dell’agricoltura biologica? O rinunciando a moltissimi principi attivi per la difesa fitosanitaria senza valide alternative? O peggio, non decidendoci ad introdurre tecniche di miglioramento genetico innovative che consentono di avere piante ed animali resistenti alle avversità senza mutarne le proprietà organolettiche? Dobbiamo investire per innovare, e farlo presto, le sfide che abbiamo davanti non possono più attendere.

Concentrare le risorse su questo obiettivo prioritario è essenziale, ma, naturalmente, c’è un insieme di altri elementi: la necessità di maggiori incentivi all’aggregazione del prodotto, un’efficace politica di filiera che migliori il ruolo degli agricoltori nella catena del valore o, ancora, investimenti in logistica, stoccaggi compresi, per rendere più efficace il mercato che va pure compreso meglio con strumenti conoscitivi che aiutino ad orientare gli operatori. Misure accessorie che non devono far perdere di vista però il tema della “Intensificazione sostenibile”, che rimane centrale.

Cosa bisogna fare in concreto per un’agricoltura davvero sostenibile e cosa risponde a chi accusa l’agricoltura di impattare troppo sull’ambiente?

Il settore agricolo è consapevole del ruolo centrale che assume l’impresa agricola nella mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, attraverso le proprie produzioni, le proprie superfici ed i propri residui, in uno scenario di incremento della temperatura che comporterà una maggiore aridità dei suoli, cambi colturali importanti a livello territoriale, attacchi di patogeni sempre più diffusi, fenomeni meteorologici sempre più estremi.

Le risposte da parte di un’agricoltura e silvicoltura competitive, allora non potranno che prevedere soluzioni innovative e smart. Questo significa certamente agricoltura 4.0, ma anche intensificazione sostenibile delle produzioni agricole, diffusione delle biotecnologie, energia rinnovabile (biogas, biomasse, fotovoltaico) e i fertilizzanti organici prodotti in ambito agricolo quali il digestato. Altro percorso che potrà consentire di perseguire una maggiore sostenibilità ambientale del settore agroforestale è quello legato al carbon farming: la capacità dei sistemi agricoli e forestali di sequestrare nei suoli e nei vegetali la CO2 dell’atmosfera andando così a porre le basi utili per traguardare la neutralità carbonica al 2050 dell’UE, obiettivo alla base della strategia europea del Green Deal.

Occorre poi fare formazione e mettere gli imprenditori nella condizione di conoscere gli strumenti che possono rendere le loro produzioni sempre sostenibili. Spesso mancano le conoscenze per utilizzare al meglio quello che offre il mercato della tecnologia e dell’innovazione. In questo le organizzazioni agricole possono agire come efficaci “Innovation broker”, perché sono i soggetti naturalmente più vicini alle aziende, conoscendone i fabbisogni ed essendo capaci di trasferire le innovazioni sviluppate da chi fa ricerca.

Il conflitto in Ucraina ha messo in evidenza la “questione del grano”: come se ne esce, come risolvere i problemi di chi lavora e oggi è ancora più in difficoltà, dopo due anni di pandemia, per il problema gas ed energia?

Lo scenario bellico che sta devastando gli equilibri dei mercati ha generato una situazione senza precedenti in termini di instabilità dei prezzi conseguente a tre fenomeni consecutivi dall’effetto dirompente: prima la pandemia, poi il rincaro dell’energia e quindi dei prodotti agricoli. Tutto questo sicuramente minaccia la food security mondiale, ma occorre ricordare che l’Europa, e soprattutto l’Italia, non corrono problemi concreti di autoapprovvigionamento di frumento, poiché non è dipendente esternamente ai propri confini, differentemente da altri Paesi del mondo, trovando possibili difficoltà solo nel mantenimento del livello di export di prodotti finiti come la pasta. Quest’ultimo non è un punto da sottovalutare, poiché vorrei ricordare come nel 2021 l’Italia abbia raggiunto il record storico di 52 miliardi dell’export agroalimentare italiano.

Tuttavia, lo squilibrio dei mercati e l’aumento dei prezzi trovano soluzione in un piano di crescita delle energie rinnovabili, a partire dalla produzione elettrica e nella sostituzione del gas naturale di importazione dalla Russia con lo sviluppo del biometano. Abbiamo bisogno, nel breve termine, di integrare e diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, dando maggiore impulso alle produzioni da fonti rinnovabili ed in particolare alle agroenergie. Le imprese agricole possano dare un contributo determinante su fotovoltaico, biogas e biomasse.

Al contempo, le politiche che l’Europa dovrebbe prevedere, nell’immediato, una compensazione dell’aumento dei costi di produzione e contenere contestualmente il calo di redditività aumentando la liquidità delle imprese, mentre, nel medio-lungo termine, concentrarsi su una strategia di gestione del rischio, migliorando la posizione degli agricoltori nella catena del valore e tutelare i consumatori.

Lei ha più volte sottolineato la necessità di “un’agricoltura forte” per superare i problemi legati alla filiera, e quindi ai prezzi dei beni alimentari: possiamo spiegare cosa intende esattamente per “agricoltura forte”?

Avere una “agricoltura forte” significa avere imprese agricole che possono resistere agli squilibri di mercato, capaci di produrre e di far fronte anche a shock improvvisi come quelli che stiamo vivendo, private del rischio di essere messe fuori mercato dal perdurare di esercizi con margini operativi negativi.

Ci sono vari modi per “rafforzare” i sistemi produttivi agricoli, ma in primo luogo occorre renderli meno soggetti alle tante già numerose variabili che interferiscono su coltivazioni ed allevamenti, una condizione già “naturale” per le imprese agricole di cui nessun altro settore ha esperienza. Inoltre, vanno potenziati ad esempio gli strumenti di gestione del rischio, in maniera che si minimizzino gli effetti negativi di avversità e si compensino i cali del reddito, nonché attingere a strumenti moderni, già utilizzati nelle politiche agricole di altri Paesi che occorrerebbe sostenere di più, proprio perché gestiti dagli stessi agricoltori.

Occorre finanziare maggiormente la liquidità delle imprese e gli investimenti, ed infine, come ho accennato in precedenza, adottare politiche di intervento sul mercato che aiutino gli agricoltori a qualificare il proprio prodotto in maniera che sia meno indifferenziato possibile, ad appropriarsi di altre fasi della filiera conquistando il valore aggiunto che oggi va ad altri; in altre parole, ad essere protagonisti del mercato e non a subire le condizioni dettate da altri.

Oggi la dieta mediterranea, autentico baluardo per la salute, rischia di essere messa in crisi da chi vorrebbe portare sulle nostre tavole insetti, cavallette e altro amenità del genere: cosa possiamo rispondere a questi tentativi di modifica delle nostre abitudini alimentari?

La Dieta Mediterranea riconosciuta nel 2010 dall’ UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, rappresenta un modello di dieta sana e sostenibile con i suoi effetti positivi anche in ambito ambientale ed economico. Al giorno d’oggi, però, la già citata problematica dell’autosufficienza alimentare, da un lato, e la necessità di aumentare la produzione di cibo in maniera sostenibile, dall’altro, necessitano di nuove risposte. Un supporto a raggiungere tali obiettivi può derivare dalla produzione degli insetti, anche attraverso metodi biologici.

L’allevamento degli insetti è in linea con gli obiettivi del Green Deal e rientrare nella strategia Farm to fork e l’80% della popolazione mondiale include regolarmente gli insetti nella propria alimentazione, mentre il restante 20%, che vive soprattutto in Occidente, potrebbe doverlo fare presto, in un Pianeta sempre più depauperato dove c’è urgente bisogno di nuove fonti proteiche, o divenirne uno dei principali produttori.

Dunque, se ci saranno le condizioni per sviluppare questi prodotti innovativi e le imprese agricole potranno fare la loro parte in questo ambito, non vedo aspetti negativi o particolari controindicazioni. È la naturale evoluzione del mercato e gli agricoltori non hanno mai disdegnato nuove frontiere dell’offerta come dimostra la propensione alla innovazione di prodotto, prima che di processo. Cambieranno le abitudini alimentari? È possibile, già oggi ci cibiamo in maniera decisamente diversa rispetto a cinquanta/sessanta anni fa. La dieta mediterranea rimarrà comunque un modello di riferimento al quale ispirarsi per una sana e corretta educazione alimentare ed una nutrizione equilibrata e salutare.

Gli aiuti europei all’agricoltura: come li considera?

La PAC è la prima politica europea nata in un momento di riassestamento e ripartenza: il II Dopoguerra. Dal 1962 i fondatori dell’attuale UE hanno previsto che i Trattati UE sancissero come obiettivi principali della politica agricola quelli di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, un reddito agli agricoltori e cibo a prezzi accessibili per i consumatori; da qui la grande porzione di budget che la UE ha sempre destinato a tale politica.
Col passare degli anni, però il budget si è eroso, passando da oltre il 50% degli inizi ai 28% – 30% attuali, mentre contestualmente agli agricoltori sono chiesti maggiori impegni con pagamenti ridotti. La futura politica agricola, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2023 rappresenta una rivoluzione copernicana in questo senso, destinando il 25% dei pagamenti agli agricoltori che prestano un servizio nel rispetto dell’ambiente e soggetto a nuovi vincoli in favore dell’ecosistema e della sostenibilità, ma distribuendo gli aiuti dapprima ai piccoli produttori indipendentemente dalla loro efficacia ed efficienza.

Gli incentivi all’agricoltura devono rimanere ed anzi dovrebbero essere aumentati se intendiamo perseguire maggiori obiettivi ambientali e sociali; perché la strategicità del settore è dirimente, ma dovrebbero essere distribuiti secondo una logica di impresa e non sociale. Le finalità sociali devono essere perseguite e raggiunte con altre politiche e non con la PAC.

Come Confagricoltura, cosa state facendo in concreto per venire in supporto di un mondo agricolo sempre più in difficoltà?

È inevitabile non citare nuovamente le criticità che stiamo vivendo: autosufficienza alimentare sostenibile in un mondo con una altissima crescita demografica in un momento di crisi generato dalla pandemia, dai conflitti e dai cambiamenti climatici.
La filiera agro-alimentare è uno dei pilastri della bioeconomia, generandone oltre la metà del valore della produzione e dell’occupazione e svolgendo, oltre alla funzione primaria della nutrizione e della salvaguardia della salute, un ruolo fondamentale per la protezione della biodiversità, la cura del territorio e la trasmissione dell’identità culturale.

La pandemia ha inoltre riportato all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico l’importanza decisiva che rivestono la ricerca, libera da qualsiasi condizionamento, e il ricorso alle migliori competenze scientifiche, unitamente alla necessità di uno stretto collegamento tra ricerca e sistema delle imprese. In questo contesto, la diffusione delle tecnologie digitali sta aprendo nuovi orizzonti e inaspettati nel settore agricolo: si tratta di tecnologie in grado di garantire la maggiore efficienza per tutte le fasi della filiera, sia nella coltivazione che nelle attività complementari. Confagricoltura si impegna da sempre nel guidare e supportare il sistema agricolo verso una maggiore competitività, resilienza e sostenibilità, mediante le direttrici della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica e della formazione.

Si parla molto di mancanza di personale e reddito di cittadinanza: esiste questo problema anche nel mondo agricolo?

Le potenzialità dell’agricoltura in termini di offerta di lavoro sono notevoli. In particolar modo, in considerazione del nuovo panorama definito dagli obiettivi di sostenibilità, da raggiungere attraverso lo strumento principe dell’innovazione, la richiesta di manodopera va sempre più qualificandosi con la richiesta di nuove professionalità. Sicuramente la disponibilità di sufficiente manodopera ad una giusta remunerazione, che soddisfi il lavoratore e sia ritenuta compatibile con la sostenibilità economica delle imprese agricole, è una situazione ben difficile da conseguire. Confagricoltura ha tentato varie modalità innovative per avvicinare domanda ed offerta di lavoro nei campi e negli allevamenti. Recentemente è stato definito un rinnovo del contratto collettivo degli operai agricoli che è stato considerato di mutua soddisfazione.

Certo, disposizioni come il “reddito di cittadinanza” potrebbero aver avuto l’effetto di deprimere l’offerta di manodopera in agricoltura considerato il sussidio a carico dell’erario e il fatto che la remunerazione in agricoltura è comunque contenuta rispetto alle altre attività. Andrebbero fatte comunque delle analisi più approfondite per verificare quanti e chi sono i percettori del reddito di cittadinanza e se davvero si tratta di “braccia rubate all’agricoltura”.

Concludendo: che tipo di innovazione è maggiormente vicina alla realizzazione di un’agricoltura più moderna?

Non credo possa esistere una singola innovazione per risolvere tutti i problemi che, da anni e nell’ultimo periodo in particolare, affliggono il settore agroalimentare italiano. Piuttosto è necessario lavorare su un sistema in cui convivono diverse innovazioni che, come Confagricoltura, abbiamo l’impegno di promuovere nella sua interezza. Ad esempio, la diffusione delle tecnologie digitali sta aprendo orizzonti inaspettati, tanto da trovare diffusione anche in uno dei settori in cui forse ce lo saremmo aspettato meno: quello agricolo. Oggi si sente sempre più parlare di Agricoltura 4.0, facendo riferimento all’utilizzo dell’Internet of Things (IoT), dell’Intelligenza Artificiale (IA), della robotica e dei Big Data. Queste sono tutte delle tecnologie in grado di garantire la maggiore efficienza per tutte le fasi della filiera, sia nella coltivazione, che nelle attività complementari, divenendo per le aziende delle opportunità importanti, capaci di valorizzare il territorio e le sue particolarità. Essendo l’agricoltura uno dei campi economici storicamente di punta per il Made in Italy, non approfittare di queste nuove tecnologie per ottimizzare la propria attività sarebbe uno spreco di risorse.

Tuttavia, non possiamo pretendere che tutte le aziende agricole siano pronte a trasformarsi contemporaneamente. Bisogna essere realisti, e comprendere che alcune aziende, per motivi strutturali, anagrafici o di semplice predisposizione, sono più “pronte” di altre. Bene, saranno proprio queste aziende ad iniziare il percorso di trasformazione.
È proprio per supportare questo processo di transizione che Confagricoltura ha sviluppato la piattaforma HubFarm; un sistema che permetterà alle aziende di effettuare con semplicità questo salto qualitativo, superando i problemi legati all’interoperabilità dei vari sistemi oggi esistenti e fornendo un valido supporto alle decisioni nelle varie fasi produttive. Noi come Confagricoltura siamo pronti alle sfide che il futuro ci sottoporrà e lo stiamo dimostrando, affiancando costantemente, con il coraggio e la serietà che ci contraddistingue, le nostre imprese nel cammino del progresso.

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