Il Bosco di Ogigia, tutto da mangiare

Il Bosco di Ogigia: la permacultura raccontata da Francesca Della Giovampaola

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Il bosco, che fascino. “Passare al bosco, hic et nunc”. Inizia così uno dei miei libri più amati, quel “Trattato del Ribelle” scritto da Ernst Junger su cui hanno stilato più fraintendimenti che sulla Volontà di Potenza del simpatico Friedrich.

Passare al bosco è stato sempre un richiamo di ancestrale fascino per chi scrive. Nemmeno le dionisiache sirene di quel tomo in fuga che risponde al nome di Ulisse avrebbero potuto fare tanto.
Oggi, quel richiamo al bosco non accenna a diminuire. Se poi il bosco porta frutto e si chiama Bosco di Ogigia, c’è da riflettere.

Dietro alle fatiche del Bosco di Ogigia c’è una donna, collega giornalista e infaticabile lavoratrice. Si chiama Francesca Della Giovampaola, di Montepulciano, campagna che scorre nelle sue giovani vene. La incontro alla fine di un interessante evento organizzato da Arga Lazio sul futuro dell’olio italiano.

Nell’elegante sala di Palazzo Rospigliosi il dibattito è appena finito, l’atmosfera concitata. Noi ce la chiacchieriamo davanti ai banchetti dove abbiamo appena degustato 3 tipologie di olio, tra cartelline aperte, fogli scritti e pezzettini di mela funzionali alla pulizia del palato. Facciamo attenzione ai bicchierini superstiti che se si inalberano ci rovesceranno addosso qualche goccia di olio, bastando a tramutarci in maculati “comunicatori”. Iniziamo a parlare.

Il Bosco di Ogigia, tutto da mangiare

Francesca, Il Bosco di Ogigia. Perché questo nome?

Il Bosco di Ogigia deve il suo nome all’isola della ninfa Calipso dove Ulisse si ferma per sette anni e dove tutto cresce spontaneo. Viene descritta all’inizio del canto. Il bosco ha una vegetazione ricca dove i grappoli d’uva cadono dal cielo. Ecco, ho voluto ricreare questa immagine per sintetizzare l’idea perfetta di “food forest”.

Raccontaci il tuo progetto, il bosco

Tutto nasce dalla passione per la permacultura e prima ancora dall’amore per la natura, la buona alimentazione, il rispetto per l’ambiente, da una ricerca anche personale su questi temi che mi ha portato a incontrare la permacultura. Il progetto del Bosco di Ogigia è stato pensato anche per far conoscere questa pratica in maniera più approfondita. Ho aperto un sito, boscodiogigia.it e sono attiva su diversi social, Facebook, Youtube, Instagram. Scrivo articoli, ma racconto soprattutto attraverso video, che realizzo in collaborazione con Filippo Bellantoni, giornalista e videomaker.

Il Bosco di Ogigia, tutto da mangiare

Cosa è esattamente la permacultura?

La permacultura è un sistema di progettazione per garantire ciò di cui l’uomo ha bisogno, rimanendo in equilibrio con gli ecosistemi naturali. La permacultura prende in considerazione l’agricoltura, l’abitare e tante altre cose. Il biologico, l’agroecologia possono abbracciarsi con la permacultura che però, in aggiunta, ha anche dei principi etici alla base che sono molto semplici da enunciare ma in ognuno di essi è contenuto un mondo.

In pratica?

Significa doversi prendere cura della terra, prendersi cura delle persone e condividere equamente le risorse. Produrre, ad esempio, facendo in modo di perpetrare i processi naturali per portare alle persone tutto quello di cui hanno bisogno. Quando ci prendiamo cura degli altri, ci prendiamo cura di noi stessi. La permacultura è condivisione, non è accaparramento, è il giusto equilibrio e quello che possiamo continuare a condividere con la natura stessa.

La permacultura sta molto attenta, infatti, a lasciare sempre uno spazio alla parte selvatica della natura stessa. Il bosco in permacultura è il modello di riferimento di partenza. Noi abbiamo sempre in mente che la terra per produrre vada arata, in realtà il modello più produttivo che abbiamo è proprio quello del bosco. Che è ben diverso che produrre con la chimica che ha desertificato i paesaggi, togliendo alla terra i contadini stessi. Certi paesaggi sono belli ai nostri occhi ma in realtà rappresentano altro. Le terre fertili sono sempre più preziose e noi le stiamo distruggendo.

Il Bosco di Ogigia, tutto da mangiare

Tu parli spesso di “bosco da mangiare”. Che significa?

Diciamo che nel modello produttivo del bosco possono essere inserite tante piante produttive, tutto quello che serve al nostro fabbisogno. Se il sistema è in equilibrio, c’è fertilità, non c’è un patogeno, se si aiuta la natura a ricreare il suo ambiente, la food forest riesce a operare su più livelli, alberi, di alto e medio fusto, arbusti, erbe, tappezzanti, rampicanti e tuberi.

Cerchi di far lavorare insieme i vari elementi e di sfruttare tutte le potenzialità del bosco: riesci ad avere in questo modo più varietà e più produzione, una biodiversità insomma che produce maggiore ricchezza. Il bosco è varietà: Un ettaro di questo tipo rispetto a un ettaro coltivato solo a grano ti permette di avere una massa utile molto più alta.

Come sei arrivata alla permacultura?

La molla per me importante è stata quella del sapore. Quando hai conosciuto determinati sapori, vengo da una tradizione contadina come quella Toscana, non ti rassegni a non sentirli più. E allora ti viene in mente l’unica strada possibile che è quella di metterti a produrre tu questi sapori oppure trovare una rete di amici, conoscenti che fanno quella cosa per te.

Poi c’è anche la ricerca della salute, sai che i pesticidi fanno male, che mangiamo cibo sempre più contaminato e capisci allora che più produci da sola e meno hai bisogno di queste cose che sono contaminate. Sono quindi passata all’orto sinergico, ho seguito un corso sulla permacultura e ci sono arrivata dentro, dal 2013.

Cosa pensi dell’agricoltura 4.0?

Non è un male se applicata con metodo. Mi preoccupano di più le biotecnologie che mirano alla riproduzione di cose perfette per rispondere ai bisogni del mercato. Una melagrana bella rossa, con tutte le proprietà possibili, magari non riesce ad essere resiliente al cambiamento climatico che invece è il vero problema da affrontare per il futuro e che pone grossi interrogativi.

Se le biotecnologie vogliono essere la risposta, la natura sa dare le risposte da sé. Bisogna vedere se poi noi, sostituendoci alla natura, siamo in grado di stare dietro a tutti questi cambiamenti. Il cambiamento climatico la natura lo affronta ma deve essere lasciata libera di farlo.

Il Bosco di Ogigia, tutto da mangiare

Possiamo praticare la permacultura in città?

Sì, perché si parte da principi etici e da principi di progettazione che sono utili anche in altri ambiti della vita. Per scoprire la bellezza di coltivare “il bosco” può bastare anche il davanzale della finestra o il terrazzo. O anche spazi pubblici, pensiamo agli orti urbani. Se non ci va di produrre cibo, piantiamo fiori. Faremo un gran bene per le api.

A proposito di permacultura cittadina, faccio parte di un gruppo di persone interessate alla permacultura. Ci incontriamo per scambiare progetti, sperimentare e far conoscere le nostre pratiche. Il nostro gruppo si chiama PURO, Permacultura a Roma e invitiamo tutti a venirci a trovare a Monteverde, presso il centro che ci ospita, il CIMI, centro italiano di medicina integrata.

I tuoi progetti per il futuro?

La permacultura, che viene dall’Australia, anni Settanta, Bill Mollison e David Holmgren, tra i dodici principi importanti di progettazione, ne ha uno che recita piccolo e lento è bello. Anche nella mia vita, in questo progetto di comunicazione in cui credo moltissimo, cerco di fare un piccolo passo alla volta. Per la permacultura e soprattutto per l’ambiente.

La chiacchierata è finita. Ci incamminiamo uscendo da Palazzo Rospigliosi. A destra, il Quirinale, nella sua istituzionale bellezza, dove il nostro Capo dello Stato è alle prese con un nodo da sciogliere. Tintinnar di clacson, non di spade. Si chiama traffico capitale. Ci manca il bosco. Salutandoci, lo andiamo a cercare. Come un rifugio sicuro.

 

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