martedì, Settembre 21, 2021
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Inquinamento da plastica, una minaccia e un grande problema da risolvere

Dell’inquinamento da plastica nei mari si parla ormai da anni, senza che una soluzione definitiva sia stata ancora trovata per risolvere questo grave problema. Una situazione che mette a repentaglio la sopravvivenza dell’uomo e quella del pianeta

La superficie terreste è coperta per 3/4 dagli oceani  che svolgono azioni fondamentali per la regolazione del clima e della temperatura, la produzione di ossigeno e l’assorbimento di anidride carbonica. Dunque, è più che mai necessario trovare delle soluzioni per arginare la minaccia sempre più grande che l’inquinamento dei mari pone alla Terra.

L’avvento della plastica

La storia dei materiali plastici inizia durante i primi anni del ventesimo secolo, ma è solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che il loro utilizzo si propaga al di fuori dell’ambiente militare. Da quel momento in poi l’uso della plastica si è diffuso a macchia d’olio e ha conosciuto un incremento senza precedenti.

Ad oggi la maggior parte della plastica deriva da idrocarburi fossili e non è biodegradabile. Viene inoltre usata perlopiù per produrre imballaggi; spesso non nasce quindi per essere riutilizzata nel corso del tempo, tanto che la maggior parte dei materiali plastici smette di essere usata nello stesso anno in cui è stata prodotta.

La plastica, dopo il suo utilizzo, può andare dunque incontro a  destini diversi, tutti con rischio di danni ambientali.

Primo fra tutti il riciclo o la creazione di materiali secondari, che a causa della contaminazione rischiano di avere minore qualità e minore valore economico. I materiali plastici possono anche essere inceneriti oppure finire in discariche e nell’ambiente, causando gravissimi problemi.

Per quanto riguarda l’area mediterranea, per esempio, il WWF ha stimato che il 28% dei rifiuti è attualmente gestito in maniera scorretta e si riversa in discarica abusive o in natura, con un alto rischio di finire poi in fiumi e mari.

Inquinamento da plastica, milioni di tonnellate di plastica all’anno finiscono negli oceani

Le stesse caratteristiche che rendono la plastica così utile e versatile, quali la resistenza e la durata nel tempo, fanno sì che questo materiale sia di difficile degradazione. Senza cambiamenti nelle modalità di produzione e gestione dei rifiuti plastici, si prevede che, un quantità di circa 12.000 Mt di plastica entro il 2050  si sarà accumulata in discariche e nell’ambiente.

La stima ad oggi cita che, dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscano negli oceani ogni anno. I 4/5 di questi rifiuti, sono portati dall’azione del vento, dei fiumi e degli scarichi urbani, mentre la quantità rimanente è prodotta direttamente dalle navi.

Una minaccia per il nostro pianeta

Vere e proprie isole si sono formate con la plastica galleggiante nei mari, come ad esempio la Plastic Island o la Great Pacific Garbage Patch con la conseguenza di rilascio di micro-particelle tossiche scambiate per cibo dagli animali. Ingerendo queste microplastiche gli animali  possono soffocare, ammalarsi o anche rimanere impigliati nei rifiuti più grandi.

Sembra stimato infatti che oltre 700 specie marine siano a rischio a causa dell’accumulo di materiali plastici nei mari. Non sono da tralasciare neanche le conseguenze negative in ambito economico, dal momento che gli oceani sono fondamentali in numerosi ambiti quali la pesca, il trasporto, le comunicazioni, il turismo e la produzione di energia.

Le tossine ingerite dagli animali marini e contenute dall’acqua finiscono inoltre sulla tavola , con il pericolo di avvelamento per l’umanità. Un recente studio condotto dall’Università d Newcastle e commissionato dal WWF ha stimato infatti che, tramite il cibo, vengono ingerite circa 5 grammi di microplastiche a settimana;.

Le soluzioni provenienti dai Paesi Bassi

Sono stati sviluppati negli ultimi anni un numero sempre maggiore di iniziative dirette a combattere l’inquinamento dei mari,  iniziative risultate dalla consapevolezza degli effetti negativi della plastica.

Per prima la fondazione “The Ocean Cleanup”, che ha preso vita nel 2013 da Boyan Slat, che si serve di un sistema ad U di barriere galleggianti che consentono il filtraggio dell’acqua fino a tre metri di profondità e il conseguente trattenimento dei rifiuti.

Dopo il primo lancio il sistema si è tuttavia scontrato con le difficili condizioni oceaniche e si è rivelato a volte incapace di trattenere i materiali plastici che raccoglieva. Al momento una nuova versione, la 001/B, risulta essere finalmente operativa.

Sempre dai Paesi Bassi arriva “The Great Bubble Barrier”, un progetto olandese che si serve di barriere di bolle generate in acqua da tubi posti sul fondale dei fiumi. Senza impedire la navigabilità e il transito dei pesci è così possibile deviare i rifiuti plastici, evitando il loro arrivo in mare.

Iniziative europee e mondiali

Claim – Cleaning Litter by developing and Applying Innovative Methods” è  un progetto europeo che mira del mare e dei sui fondali dai rifiuti plastici, tramite lo sviluppo di sistemi sostenibili ed innovativi  come il  filtraggio delle acque di scarico. Un ulteriore obiettivo per cercare di arginare l’inquinamento da plastica, è quello di degradare la plastica senza produrre tossine, producendo energia dal recupero dei rifiuti plastici grazie a sistemi termici chiamati pirolizzatori.

A livello internazionale occorre inoltre menzionare “A line in the sand – The new plastic economy”, un accordo firmato da più di 250 organizzazioni, che producono circa il 20% degli imballaggi in plastica. Lo scopo è favorire il riutilizzo della plastica, introducendo innovazioni in modo che entro il 2025 tutti gli imballaggi siano riciclabili. Il fine ultimo è la creazione di un’economia circolare per la plastica, attraverso il riciclo e il riutilizzo.

Iniziative italiane

Italiana è la startup “Sea Defence Solutions”, che utilizza le cosiddette Blue Barriers, barriere galleggianti e facilmente rimuovibili per far sì che i rifiuti non arrivino in mare. Di plastica, ovviamente riciclata e riciclabile, sono costruite le stesse barriere, in modo che le realtà locali possano beneficiare del riciclo dei rifiuti plastici, nell’ottica di un’economia circolare.

In dieci porti italiani, nell’ambito del progetto LifeGate PlasticLess, sono stati installati inoltre i cosiddetti “seabins”, inventati dagli australiani Pete Ceglinski e Andrew Turton. Si tratta di cestini galleggianti che raccolgono circa 1,5 Kg di plastica al giorno grazie all’azione della corrente e del vento.

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Fonte:  WWF

Foto: Pixabay

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