Italia addio, non tornerò, docufilm sulla fuga dei giovani dal nostro paese

Un importante docufilm con cui la Fondazione Paolo Cresci, che promuove la conoscenza dell'emigrazione italiana dall'Ottocento sino ai nostri giorni, invita a riflettere

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Italia addio, non tornerò. Il docufilm di 50 minuti proposto dalla Fondazione Paolo Cresci sulla situazione della nostra emigrazione giovanile, è un “macigno”. Sulle coscienze della retorica e sulle strumentalizzazioni facili. Il progetto, curato dalla giornalista Barbara Pavarotti, verrà presentato ufficialmente alla Camera dei Deputati, in sala Nilde Iotti, martedì 12 febbraio, con ingresso alle 14 (necessario accreditamento).

Italia Addio, non tornerò: il progetto

Il docufilm riporta dati sull’attuale emigrazione giovanile impressionanti e traccia uno stigma che, almeno per i più ricettivi, contribuisce a generare una diversa consapevolezza del fenomeno. Ognuno di noi ormai ha un figlio, un parente, un amico emigrato all’estero perché in Italia non ha trovato lavoro. Mentre qui da noi, il lavoro è come la legalità: se ne sente parlare. Emigrare ora è facile: i curricula si inviano via internet e le aziende straniere coprono le spese del viaggio per il colloquio conoscitivo; gli stipendi sono adeguati e il sistema si basa sulla meritocrazia.

Italia addio, non tornerò, docufilm sulla fuga dei giovani dal nostro paese

Per individuare i giovani, emigrati in 3 continenti, la Fondazione Cresci ha contattato, tramite i social, 70 Gruppi di Giovani Italiani nel mondo ed è entrata in contatto con circa 350.000 persone. Il criterio di scelta, visto le numerose richieste di partecipazione al progetto, si è basato sulle mete preferite dai giovani: in Europa, Londra, Monaco ma anche la Spagna; negli Usa, New York e Los Angeles, le metropoli sulle sponde dei due Oceani; l’Europa dell’Est con Tallinn, città all’avanguardia nell’informatica; Melbourne per l’Australia.

Per quanto riguarda le professioni, sono stati individuati giovani impegnati nelle attività più varie, e con titoli di studio diversi. Gli intervistati sono pizzaioli, ristoratori, medici, ingegneri, astronomi, artisti, produttori cinematografici, imprenditori, professori universitari, dipendenti di aziende varie, ricercatori, baby sitter, fondatori di attività legate all’Italia. Vengono da quasi ogni regione italiana e sono nati, per lo più, negli anni Ottanta e Novanta. Il campione, seppure limitato, rispetto alle cifre impressionanti dei giovani all’estero, è risultato significativo.

La testimonianza della Fondazione Cresci, alcuni dati

La Fondazione Paolo Cresci per la storia dell’emigrazione italiana, che si occupa di promuovere la conoscenza dell’emigrazione dall’Ottocento ai giorni nostri – e che da quasi 20 anni costituisce il più importante archivio italiano in materia – non poteva non approfondire questo autentico dramma italiano che si sta consumando negli ultimi anni: l’esodo dei nostri giovani all’estero, in cerca di lavoro e di un futuro che non trovano in patria. Di fatto c’è un unico filo che lega le grandi migrazioni di ieri a quelle di oggi ed è per tutti la ricerca di una vita migliore.

Secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Migrantes, nel 2017 hanno lasciato l’Italia in modo ufficiale per espatrio 128.193 italiani. 243.000 sono invece coloro che, sempre nel 2017, si sono iscritti all’Aire, l’Anagrafe italiani residenti all’estero. Secondo l’Ocse (l’organizzazione mondiale per la cooperazione e lo sviluppo) l’Italia è oggi all’ottavo posto nel mondo come paese di emigrazione.

L’emigrazione italiana, fermatasi per decenni dagli anni Settanta, è tornata ai livelli del dopoguerra. L’Italia vorrebbe essere lasciata da quasi un terzo dei residenti. Il costo di questo esodo è enorme. L’Italia forma giovani nel percorso scolastico e universitario che poi portano le loro competenze ed energie all’estero. Un danno economico che Confindustria ha calcolato in 14 miliardi di euro all’anno. Una perdita di “capitale umano” stimata in un punto di Pil, il prodotto interno lordo, ogni anno. Dati impressionanti che evidenziano un fallimento del sistema Italia. Il nostro paese, invecchiato e pessimista, non sembra più essere un posto per giovani.

L’emigrazione di un tempo e quella attuale

L’attuale emigrazione non è più quella del secolo scorso e del precedente, quando i nostri emigranti partivano con la valigia di cartone e nel profondo dell’animo lo strazio del distacco e il dolore per la terra perduta. Ora, nell’epoca della globalizzazione e degli spostamenti facili, i nostri giovani, istruiti e formati, partono consapevoli di se stessi e delle proprie capacità che in Italia non hanno potuto applicare.

Molti poi si sentono cittadini del mondo, fanno parte della generazione abituata a vivere senza confini, viaggiatori per natura, affascinati da scoperte e nuove avventure. Sono internazionalizzati e ritengono l’Italia un paese immobile e invecchiato, ripiegato su se stesso. A costoro, in larga parte, l’Italia sta stretta. Sono esuli volontari e contenti di essere tali, moltissimi per necessità, chi per passione, per scelta, per curiosità e voglia di sperimentare.

Cosa emerge dal docufilm

Se l’Italia è vittima del pessimismo, della depressione, della rassegnazione e della sfiducia, i giovani che vivono e lavorano all’estero hanno raccontato alla Fondazione Cresci di aver sperimentato fuori dai nostri confini una realtà diversa: meno stress e più meritocrazia.

In Italia, dicono tutti, il sistema taglia le gambe, fa strada solo chi è raccomandato, chi ha una famiglia che conta alle spalle, nessuno ti vuole insegnare niente, anzi ti mettono i bastoni fra le ruote per timore che un giorno tu possa rubargli il lavoro. In Italia, dicono, si tende ad avere verso i giovani un atteggiamento negativo, ad avere fiducia solo verso chi può già vantare una buona esperienza, mentre all’estero ti mettono alla prova e se lavori bene si fidano di te. Come non dar loro ragione? Parliamoci chiaro: qui le raccomandazioni non bastano più, servono i poteri sovrannaturali per riuscire a lavorare. Soprattutto in certi settori, inutile menarsela di buoni propositi.

Tutti sostengono che all’estero non c’è spazio per la rassegnazione o per le lamentele. Anzi, si sono rimboccati le maniche e hanno tirato fuori le loro migliori energie, quelle che i laccioli italiani e il clima di scoraggiamento generale non gli hanno permesso di esprimere. Partire è un’assunzione di responsabilità perché costa fatica stare fuori dal nido e quindi si sono concentrati maggiormente sul proprio impegno, sulle proprie motivazioni e sul raggiungimento dei propri obiettivi.

Emerge poi che anche per i nostri giovani, come per i nostri emigranti di un tempo, gli inizi sono particolarmente difficili. Parlano di spaesamento, di lingua e abitudini diverse, mancano la famiglia, i parenti, gli amici. Difficoltà burocratiche e pochi soldi. E nulla viene regalato: anche se con titoli di studio alcuni all’inizio fanno i camerieri, i lavapiatti, sbucciano patate. Però non si fermano qui: chi vale va avanti e le tappe per il conseguimento di una buona carriera sono più ravvicinate rispetto all’Italia. Tutti sostengono di aver raggiunto in poco tempo obiettivi che nel nostro paese sarebbero stati impossibili e sono in larga parte soddisfatti della propria carriera.

I nostri giovani si integrano bene

Un dato importante emerso dalle interviste riguarda l’integrazione. I giovani intervistati sono tutti consapevoli che bisogna adattarsi agli usi e costumi del paese in cui vivono, e lo fanno con entusiasmo: “Siamo immigrati, dobbiamo integrarci”, dicono. Rispettano le altrui usanze e per tutti il confronto con culture diverse è fondamentale.

Ma non rinunciano alla loro italianità. Rimangono orgogliosi di essere italiani, per la storia, l’arte e la cultura che ci identificano nel mondo. Anzi, tutti dicono che stando all’estero apprezzano molto di più l’Italia perché la vedono con gli occhi degli stranieri: un paese pieno di fascino e di bellezza. Fuori dai nostri confini è ancora un brand la parola “Italia”, mentre chi rimane qui non se ne rende conto a sufficienza.

Vogliono essere integrati ma senza rinunciare alle proprie radici e alla creatività tutta italiana senza cadere negli eccessi pantomimici del Made in Italy, troppe volte etichetta furbacchiona per parlare di altro. All’estero, dicono, sono più rigidi, noi siamo più fantasiosi e creativi e troviamo soluzioni dove sembra impossibile. La nostalgia e il senso della perdita, dicono, è un sentimento che affiora spesso, proprio come accadeva ai nostri nonni all’estero. Però quando tornano per brevi periodi spesso si sentono in difficoltà: sentono che la loro vita è altrove.

Vogliono tornare in Italia? Nemmeno a parlarne

Tornare a casa è bello solo per poco tempo, insomma. Il dato più significativo del documento, infatti è quello allarmante che sottolinea che i giovani in Italia non vogliono più tornarci per ristabilircisi definitivamente. L’Italia, dicono, non è più un posto in cui sperare, ci piace, ma da turisti.

E lanciano un appello: non rimanete chiusi nel vostro paese perché lì pensiamo non ci sia più futuro. La conclusione è particolarmente amara e ci casca addosso come la finale di Sanremo. Speriamo che, al di là del “va tutto bene”, il docufilm sia di stimolo e di riflessione per riflettere davvero sul fenomeno, ponendo più di una domanda alla politica.ché le cose cambino.

Colonna sonora, valore aggiunto del docufilm

Il valore aggiunto del documentario è la colonna sonora originale firmata da Massimo Priviero, un musicista con base a Milano, che ha messo a disposizione della Fondazione i brani del suo ultimo album tutto dedicato all’emigrazione italiana di ieri e di oggi. Si intitola “All’Italia” ed è un inno di amore e di dolore per la nostra “Povera Patria”, come cantava Battiato.

Suo figlio stesso fa parte della generazione espatriata. I brani delle canzoni sono la narrazione, in chiave musicale, degli stessi sentimenti, emozioni ed esperienze raccontate dagli intervistati.Il docufilm quindi si svolge su due livelli, che si intersecano e si arricchiscono a vicenda: musica e parole che portano alle stesse conclusioni. Massimo Priviero apre il documentario con una dedica scritta da lui: “Dedicato a ogni italiano partito ieri, in partenza oggi e che partirà domani. Possa il suo destino essere giusto, forte e dolce”. Le immagini di repertorio sono dell’archivio video Mediaset.

“Italia addio, non tornerò”, docufilm di 50 minuti, è la più ampia raccolta video di testimonianze dei nostri giovani emigrati raccolte in tre continenti, in base a un campione di 350.000 persone contattate tramite i social. Prodotto dalla “Fondazione Cresci per la storia dell’emigrazione italiana” di Lucca. Ecco link del trailer.

Alla presentazione interverranno:

L’onorevole Massimo Ungaro, circoscrizione Europa, molto attivo per gli expat anche nell’ottica del rientro. Ha presentato una proposta di legge per il controesodo, con specifiche e nuove agevolazioni fiscali per il rientro dall’estero dei lavoratori italiani.
Il segretario Pd Maurizio Martina
La senatrice Laura Garavini
On. Angela Schirò
On. Nicola Caré
(Garavini, Schirò e Carè sono tutti eletti in circoscrizione estera. Garavini e Schirò per l’Europa, Carè per Australia)

Presenti anche:

Il presidente e il direttore della Fondazione Cresci, Alessandro Bianchini e Pietro Luigi Biagioni
L’autore della colonna sonora del docufilm, Massimo Priviero.

Le grandi agenzie di informazione per gli italiani all’estero.

Di particolare interesse la partecipazione di Costanza Patti, di Fondirigenti, con il progetto D20 LEADER. Fondirigenti è il fondo professionale di Confindustria e Federmanager e stanzia due milioni per selezionare nelle università e scuole 100 giovani per un corso formativo di 6 mesi. Lo scopo è istruirli a diventare leader in Italia.

Foto: Pixabay

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