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L’Italia è anche wilderness

Insomma, l’Italia ci riserva sempre nuove sorprese, come quella di avere un bel po’ del suo territorio wilderness. E cioè? In queste zone non ci sono case, pali elettrici, ripetitori, strade e così via, testimonianze di una presenza umana talvolta davvero troppo invadente

L’uomo sembra non esserci e, se c’è, ci entra (o ci dovrebbe entrare) con grande rispetto, osservando e godendo di quel ben-di-Dio ancora selvaggio e intatto. L’Associazione Italiana per la Wilderness (AIW) cerca di lasciare del tutto così queste zone. Fondata nel 1985, il suo segretario/fondatore è Franco Zunino. Il suo obiettivo? Diffondere la filosofia della conservazione e del mantenimento di vaste aree naturali selvagge.

Cosa significa wilderness, Franco Zunino?

Una protezione ambientale duratura nel tempo, così che alcuni di questi luoghi possano restare selvaggi per sempre, salvaguardati da grandi opere antropiche o strade, assicurando comunque un loro uso equilibrato da parte dell’uomo.

Cioè: no alla loro valorizzazione?

L’Associazione Italiana per la Wilderness è contraria alla loro valorizzazione, se per tale si intende aprirle al turismo come un qualsiasi oggetto o area che deve rendere economia locale a tutti i costi. L’obiettivo dell’AIW è una fruizione e quindi un indotto anche economico, che sia sì limitato ma, proprio per questo, garantito a lungo nel tempo.

Le aree wilderness sono riserve integrali?

No. Certamente se i visitatori però fossero in numero eccessivo ci sarebbe il rischio di un depauperamento della loro situazione e ambientale e psicologica dei visitatori. Ma in Italia non esiste, purtroppo, ancora una legge che le riconosca e, quindi, ne disciplini la fruizione come invece avviene negli Stati Uniti d’America.

Quante sono le aree wilderness italiane?

Hanno raggiunto ormai quota 73, divise in 117 settori per un totale di circa 55mila ettari e sono sparse in 10 regioni e 22 province. L’ultima in ordine cronologico è quella di Viterbo, la prima area wilderness provinciale, che cade nel comune di Sutri, di cui è sindaco Vittorio Sgarbi, tra l’altro presidente onorario dell’Associazione dal 2015. Un’area che comprende non solo il famoso anfiteatro etrusco per cui la cittadina è nota, ma tutto il  paesaggio rurale posto alle sue spalle, a cavallo con il limitrofo comune di Capranica. Si tratta di circa 26 ettari, tra cui il selvaggio ed incassato burrone denominato Valle Mazzano e parte dell’antica via Francigena. Stiamo aspettando poi la designazione di area wilderness della Val Parina, Bergamo.

Quali aree wilderness sono particolarmente selvagge?

Posso citare la Valmontina, nel comune di Perarolo di Cadore, Belluno, la più “chiusa” di tutte le vallate lungo il bacino del fiume Piave, paesaggio di una straordinaria e aspra bellezza. Ma anche la Val di Vesta, nel comune di Gragnano, Brescia, ha caratteristiche speciale. In realtà ciascuna di queste zone sparse per l’Italia è degna di nota e necessita di conservazione.

Possono essere liberamente visitate?

Sì, salvo eventuali autorizzazioni degli enti o proprietari gestori. La nostra associazione si interessa solo della loro designazione.

L’attenzione  verso la filosofia wilderness cambia nelle varie zone del paese?

In linea di massima, le regioni del sud sono molto interessate, forse perché, al contrario di ciò che talvolta capita in quelle del nord, prestano occhio al rispetto del territorio e non a trasformarlo in un oggetto di consumo.

Ultima nota: la presenza di un’area wilderness rappresenta per i comuni un marchio di qualità rurale e di eccellenza turistica, all’insegna di una gestione sostenibile delle risorse. In proposito, si è creata una “Wilderness Community” tra comuni che possano scambiarsi conoscenze e idee.

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