Oliveti, modello intensivo e metodo bio? Si, secondo Cia e Anabio

Occorre rilancio nazionale con impianti nuovi e maggiore densità a ettaro, scommettendo su innovazione e Pac post 2020. Oltre 20% superficie olivicola è biologica

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Per recuperare competitività sui mercati e guadagnare sostenibilità ambientale, l’olivicoltura Made in Italy deve intraprendere al più presto la strada della modernizzazione e dell’innovazione. Occorre investire su un modello produttivo intensivo e tecnologico che sia capace di valorizzare il patrimonio territoriale in tutta la sua ricchezza, utilizzando anche il metodo biologico.

È quanto emerso in sintesi dal convegno “L’olivicoltura biologica intensiva, un’opportunità per la competitività dell’olio extravergine d’oliva italiano” organizzato da Cia-Agricoltori Italiani e Anabio nell’ambito del SANA 2018 a Bologna Fiere.

Attualmente, nel nostro paese, l’olivo è coltivato su un milione di ettari per un movimento commerciale che coinvolge oltre 820.000 aziende agricole e 5.000 frantoi. Il valore della produzione agricola è di 1,3 miliardi di euro, mentre il fatturato dell’industria olearia è di oltre 3 miliardi di euro. L’olivicoltura “bio”, in particolare, rappresenta oltre il 20% della superficie totale, con più di 222.000 ettari lavorati con il metodo biologico.

Oliveti, modello intensivo e metodo bio? Si, secondo Cia e Anabio

Sono numeri importanti che, però, sembrano non bastare. Spiegano infatti Cia e Anabio:Il settore fatica a stare dietro a competitor con sistemi olivicoli più moderni che si stanno espandendo sfruttando un mercato mondiale caratterizzato da domanda crescente. È chiaro, in questo contesto, che migliorare la produttività dell’olio italiano deve diventare la priorità assoluta: ciò vuol dire investire sugli oliveti, accrescendo per esempio estensione e densità”.

La situazione dell’olivocoltura nazionale, infatti, è caratterizzata da basse dimensioni medie aziendali (1,3 ettari) con una superficie occupata da oliveti “adulti”: il 63% ha più di 50 anni, mentre solo 1% ha meno di 5 anni. Non solo poche piante e impianti nuovi, rimane anche la questione della bassa densità a ettaro. In Italia solo c’è solo un 1% di oliveti intesivi con più di 600 piante e un 4% di semintensivi tra 400 e 599 piante, rispetto a un significativo 42% con meno di 140 piante a ettaro.

“Per questo vogliamo proporre un modello di modernizzazione del settore che preveda soluzioni tecniche e linee di indirizzo per il rinnovo degli oliveti italiani – ha spiegato al convegno il presidente nazionale di Anabio, Federico Marchini – così da orientare gli investimenti secondo criteri di convenienza economica, sostenibilità ambientale e resilienza. Ovviamente, non si può ripetere per l’Italia un modello come quello diffuso in Spagna e, su scala minore, in Portogallo e nel Nord Africa, con aziende molto grandi, impianti estremamente meccanizzati e limitate varietà poco caratterizzate. Crediamo, però, che si possano realizzare nuovi oliveti, con il metodo biologico, ad alta densità (400-500 piante per ettaro) utilizzando l’enorme patrimonio varietale italiano fortemente legato al territorio; praticando correttamente potature, irrigazione, difesa fitosanitaria e adottando le nuove tecniche di agricoltura digitale”.

Da questo punto di vista, “il Piano strategico della Pac post 2020 rappresenta l’occasione giusta  -ha aggiunto Cristiano Fini della Giunta nazionale Cia – per definire un vero piano di rilancio del settore, che combini assieme politiche e azioni per rendere l’olivicoltura italiana più competitiva. Condividendo questa scelta d’innovazione tra Ministero e Regioni”.

Competitività maggiore, dunque, da abbinare alla sostenibilità ambientale e alla difesa della piccola produzione. Cominciando, se possibile, a difendere gli ulivi in Puglia o dove, per cedere ad altri interessi, siamo costretti a farne a meno.

FOTO: PIXABAY

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