mercoledì, Dicembre 7, 2022
13.5 C
Roma
spot_imgspot_imgspot_img
spot_imgspot_imgspot_imgspot_img
HomeAltroIntervisteQuando cammino canto e... prendo il volo

Quando cammino canto e… prendo il volo

Perdersi per ritrovarsi, proiettarsi nel tempo che sa di eterno e nello spazio che non ha limiti: questo è camminare. Parlando di percorsi, territori, overtourism, economia, ambiente, umanità, esperienze di vita profondamente "catartiche"

Intervista all’autrice del volume Quando cammino canto. Maria Corno svela una vera e propria fenomenologia del camminare dove il cammino è uno strumento privilegiato per indagare insieme il mondo e se stessi e soprattutto per aprirsi alla fiducia

Quando cammino canto, il cammino come esercizio di trasformazione (Ediciclo, 18 Euro), il volume di Maria Corno che mette in luce tutta la profonda e terapeutica bellezza del cammino. Qual è il senso oggi di mettersi in cammino su lunghe distanze? Che cosa accade al corpo, alla mente, al nostro approccio alla vita? Attingendo alle proprie esperienze di cammini in Italia e in diversi paesi in Europa e nel mondo, sulle rotte di antichi pellegrinaggi e non solo, l’autrice parla del camminare come esperienza di profonda trasformazione che riguarda il corpo, la mente, le emozioni, le relazioni.

Lo zaino diventa il simbolo-contenitore delle proprie paure, una onnipresente “coperta di Linus” da vivere come esercizio di essenzialità. Cosa significa camminare in solitudine? Significa perdersi per ritrovarsi, proiettarsi nel tempo che sa di eterno e nello spazio che non ha limiti.

Vuol dire poi incontrare gli altri e il territorio, imparando a leggerli per poi, con fiducia, affidarsi alla strada e ai propri passi in una rilettura costante di rituali e simboli mutuati dalle tradizioni dei pellegrinaggi antichi.

Maria Corno è nata a Lecco, dove è tornata ad abitare da poco, dopo più di trent’anni vissuti a Milano. Si è occupata in diversi periodi della sua vita di insegnamento, progetti educativi, visual design, editoria, scrittura, canto e sviluppo vocale, corpo ed educazione somatica.

Iniziata da piccola all’escursionismo secondo la tradizione delle montagne lecchesi tra cui è nata, da circa quindici anni si dedica con interesse crescente al camminare da viandante e pellegrina di lungo corso, ma anche in veste di ospitaliera volontaria e testimonial del cammino come pratica di trasformazione.

L’autrice, in questo libro, alterna riflessioni e racconti dando vita a una fenomenologia del camminare, in una ricognizione a tutto tondo che vede emergere il cammino come uno strumento privilegiato per indagare insieme il mondo e se stessi. Green Planet News ha voluto intervistarla per farsi raccontare direttamente questo esercizio di trasformazione. Parlando di percorsi, territori, overtourism, economia, ambiente, umanità, esperienze di vita profondamente “catartiche.

Storie, pensieri, filosofia, pratica: cosa significa davvero camminare per lei? Cosa significa fare esercizio di trasformazione?

Camminare è una passione che è poi diventata una pratica di benessere. Ho sempre camminato, da escursionista, essendo nata a Lecco, un luogo sul lago di Como circondato da montagne dove l’escursionismo è una tradizione: da piccola mi portavano a camminare in montagna. Ma è solo in età matura, quando mi sono presa il tempo per un cammino di 50 giorni dalla Francia a Santiago e Finisterre – attraverso la via di Le Puy e poi il cosiddetto Cammino Francese in Spagna – che ho scoperto la magia dei cammini lunghi. Lì ho scoperto che camminare a lungo, cioè la pratica della viandanza e del pellegrinaggio, è qualcosa di molto diverso dall’escursionismo che avevo conosciuto fino ad allora. Diverso anche dalla pratica del trekking per gli scopi, che non sono principalmente sportivi.

Ho scoperto le profonde trasformazioni che avvengono nel corso di un lungo cammino, che riguardano il corpo e quindi anche la mente, che riescono a raggiungere un’integrazione raramente presente nella vita quotidiana; e si trasformano le emozioni, le relazioni con le persone, con i luoghi e con sé stessi…

In questo senso camminare diventa un esercizio di trasformazione: non un esercizio come lo si intende quando si va in palestra, non è un allenamento. Non c’è niente altro da fare che mettere con pazienza e dedizione un piede davanti all’altro, per un tempo sufficientemente lungo: e allora a poco a poco il tempo rallenta, i sensi si aprono, la mente si calma: è il cammino stesso che ti trasforma. Per me è diventata una pratica di benessere a cui torno appena posso. Dopo quel primo cammino ne sono venuti infatti molti altri, cerco se possibile di fare almeno un lungo cammino ogni anno, oltre a percorsi più brevi quando posso.

Cosa “succede” quando cammina da sola e perché proprio da sola decide di farlo?

Per me la dimensione del camminare da sola è fondamentale per quei processi a cui ho accennato. È solo così che si può arrivare davvero fino in fondo: in fondo alla stanchezza, ai tuoi limiti, ai tuoi desideri, alle tue paure… senza scuse dietro cui nascondersi. Camminare da soli diventa un modo per conoscere davvero sé stessi, e può essere anche doloroso: non sempre ciò che ci portiamo dentro ci piace! Ma è anche una grande risorsa.

Non dico niente di originale affermando che è proprio camminando che spesso vengono le idee migliori: il cammino mette in movimento i pensieri, le emozioni, la creatività… ma questo non avviene chiacchierando in compagnia! Camminare da sola mi mette anche alla prova, mi mette di fronte alle mie paure; ma proprio per questo, poiché in qualche modo devi cavartela, mi dà anche la misura delle mie risorse, aumenta la mia fiducia in me stessa.

Naturalmente non sempre ho camminato da sola: condivido volentieri con amici e amiche qualche breve cammino e ho preferito affrontare con un’altra persona alcuni cammini su terreni decisamente insoliti per me. Ma ritengo che l’esperienza di un lungo cammino da soli sia fondamentale per comprendere veramente il senso di questa pratica.

Come nasce il libro Quando cammino canto?

Nasce dalla esperienza di ormai quindici anni di lunghi cammini, in cui ho accumulato, come avviene per tutti, riflessioni e storie a non finire. Come dico nel libro, il cammino mette in movimento le storie. E conservo intere scatole di diari, scupolosamente annotati ogni giorno, prima che un comodo I-pad mini arrivasse a sostituire i quaderni. Ma ciò che ha trasformato tutto questo in un libro è stata l’esigenza, direi quasi l’urgenza, che ho avvertito a un certo momento di dare voce all’esperienza profonda del camminare, che affonda le proprie radici nelle pratiche antiche e universali dei pellegrinaggi con tutti i loro significati: significati che noi oggi riviviamo per la maggior parte in chiave laica e attraverso narrazioni magari diverse, ma che tuttavia vanno a toccare corde profonde, che riguardano la nostra esistenza come esseri umani in ricerca di qualcosa che, pur prendendo nomi diversi, non credo sia molto differente per noi e per i pellegrini antichi. E non parlo solo dei pellegrini cristiani: pratiche di viandanze ‘spirituali’ esistono in molte culture, io stessa ho percorso il lungo cammino buddista di Shikoku in Giappone, e cito nel mio libro pratiche diverse, dai pellegrinaggi indù alle sorgenti del Gange alla pratica del ‘walkabout’ degli aborigeni australiani.

Per tornare alla domanda: oggi il camminare è diventato di moda e trovo che sia una bellissima notizia! E di cammini si parla molto, da tanti punti di vista: discorsi che includono giustamente anche temi di pianificazione territoriale, di opportunità economiche, di infrastrutture ‘turistiche’; discorsi, volti spesso ad attirare nuovi ‘clienti’ al cammino, che tendono a fare del cammino stesso uno dei tanti beni di consumo in vendita, una facile esperienza – magari proposta in gruppo, con guida e trasporto zaini, tutto prenotato e pianificato – che sicuramente diffonde modelli virtuosi di fruizione del territorio, meno predatoria, più attenta ai bisogni e alle risorse locali. Ben vengano dunque questi discorsi! Ma sono lontani, riferiti a qualcosa di ben diverso da quel camminare lento, solitario, frugale, prolungato nel tempo, aperto alle incognite del cammino e ai suoi doni imprevisti, che si riallaccia, reinterpretandole, alle grandi tradizioni dei pellegrinaggi spirituali e di cui si rischia di perdere la memoria, e forse le parole per raccontarli. Ecco l’urgenza che ho sentito, culturale prima che personale: di dare voce a quell’esperienza, e non perché la ritenga migliore delle altre che ho citato, ma perché è semplicemente altra cosa. E però è proprio quella idea originaria del cammino che conferisce l’identità specifica e un’attrattività unica a percorsi come il Cammino di Santiago o la nostra via Francigena. A quella tradizione che rischia di perdersi, e alle pratiche a cui noi oggi possiamo accedere attingendovi, ho voluto dare voce. A partire dalle mie esperienze, naturalmente, cercando semplicemente di descrivere, da tanti punti di vista diversi, che cosa accade in cammino, toccando temi che vanno dalla ‘filosofia’ alla pratica.

Parlo nel libro di corpo, di mente, del tempo e dello spazio, di zaini, di piedi, di vie, di rituali, di paure, di incontri… alternando riflessioni e aneddoti. Un amico ha scritto che con questo libro ho inaugurato un nuovo genere, la ‘camminosofia’. Il libro era un progetto a cui pensavo da qualche tempo ma sono stati poi i lunghi mesi di confinamento anti pandemia che mi hanno permesso la concentrazione necessaria a portare a compimento il lavoro.

Raccontiamo i suoi percorsi più amati e perché?

Questa domanda mi fa pensare a quella povera madre, di biblica memoria, a cui Salomone chiese quale tra i suoi figli avrebbe voluto salvare! I miei percorsi li ho amati tutti, perché ogni percorso è un’avventura dell’anima e del cuore, sempre mi hanno portato a scoprire qualcosa di importante per me e di vitale. Poi naturalmente i percorsi sono diversi: diversi i paesaggi, diversi gli incontri, le culture e quindi ogni cammino prende un proprio sapore, che però fatico a distinguere da quel sapore particolare che assunse per me in quel momento. Per esempio, ho percorso due volte il Cammino Francese in Spagna, la prima volta in primavera circa quindici anni fa nel mio primo cammino in assoluto, e la seconda volta recentemente, nell’autunno 2021 appena dopo le prime riaperture dai confinamenti anti Covid: lo stesso percorso ma due esperienze molto diverse per la stagione, le condizioni e le domande che mi muovevano!

Premesso questo, che dire? Ho amato tutti i cammini ma ciascuno mi ha regalato doni specifici. Il Cammino Francese – il classico cammino da Roncisvalle a Santiago – sebbene molto inflazionato non lo si può non amare: è la madre e matrice di tutti i cammini, quello in cui si sente più forte, nonostante l’estrema massificazione odierna, la tradizione anche con i suoi simboli e rituali. Restando alla Spagna, il Cammino del Nord è magnifico per i suoi paesaggi sull’oceano; la Via della Plata, da Siviglia a Santiago, una sorpresa continua per la varietà di paesaggi e testimonianze storiche, dalle arabe alle romane. Ho amato la via di Le Puy per la raccolta bellezza dei suoi villaggi e delle sue chiese, che le conferiscono un carattere di intima spiritualità. Ho amato moltissimo la nostra via Francigena, che non ha eguali per bellezza e varietà dei paesaggi! E la via Francigena nel Sud, da Roma e Santa Maria di Leuca, mi ha rapito il cuore e la mente per la stratificazione inaspettata delle storie che rivela, oltre che per la cordialità della gente. La Via Egnazia, da Durazzo a Istanbul passando attraverso l’Albania, la repubblica macedone e la Grecia, è stata una grande avventura nella storia, un interessantissimo viaggio a ritroso verso Oriente, e mi ha regalato anche l’esperienza di camminare nella vita di tutti, fuori dai precorsi riservati ai camminatori.

Lo stesso è avvenuto nel mio attraversamento della Turchia da Istanbul a Mersin, forse il cammino che più mi è rimasto nel cuore per la straordinaria accoglienza della gente nei villaggi, oltre che per i paesaggi straordinari, dall’altopiano anatolico alla Cappadocia. Il Cammino di Shikoku è stata un’immersione intensa in una cultura totalmente diversa, in cui mi è sembrato di poter entrare lentamente in profondità giorno dopo giorno, passo dopo passo, tempio dopo tempio.

Ecco, li ho citati quasi tutti. Se proprio si vuole una graduatoria, il primato della bellezza alla nostra via Francigena, in tutta la sua estensione fino a Leuca; il primato degli incontri, che ne hanno fatto inaspettatamente un vero “cammino del cuore”, al percorso in Turchia; il primato della primogenitura e dell’imprinting naturalmente al Cammino Francese in Spagna; al cammino degli 88 templi di Shikoku il primato dell’esotismo, della sfida a entrare nel diverso.

Camminare può rappresentare uno strumento per fare in modo che se la bellezza non salverà il mondo, il cammino però forse sì?

Io penso proprio di sì. Il cammino insegna il rispetto del territorio, in cui entriamo in punta di piedi, in attitudine di attenzione e di ascolto. Dedico proprio a questo tema specifico un capitolo del mio libro in cui parlo di genius loci, l’espressione con cui i Romani designavano lo spirito, l’anima di ogni luogo, Ecco, camminando viene meno quell’attitudine utilitaristica e spesso predatoria che caratterizza in generale l’approccio di noi “moderni” verso il mondo: l’attitudine a “sfruttare” e piegare il mondo  – la natura, l’ambiente, le relazioni – ai nostri scopi, che siano economici o di svago.

Il turismo tradizionale non fa eccezione: è evidente come il turismo di massa abbia stravolto e distrutto molti ambienti nell’illusione di valorizzarli. Il turista pretende, dice un motto molto popolare tra i camminatori: è un “consumatore” del mondo e finisce effettivamente col consumarlo. Al contrario, nel camminare l’unica cosa che si consuma sono le proprie scarpe! L’impronta ecologica sull’ambiente di chi cammina è minima: il camminatore non inquina, non distrugge. Soprattutto, l’andare piano permette a chi cammina di entrare in una relazione non superficiale con i luoghi che attraversa, di predisporsi all’ascolto e quindi di entrare in contatto e in dialogo con l’anima profonda dei luoghi, con il genius loci.

Di più: il camminare non solo non depreda il mondo ma crea valore. Perché chi cammina raccoglie e valorizza i segni del territorio che ne raccontano le storie, contribuendo a restituire identità a luoghi che magari la stanno perdendo; accende relazioni con luoghi e persone perché ha il tempo necessario a coltivarle, favorendo così la costruzione di nuove reti sociali. Il cammino crea valore anche economico perché attinge, per mangiare, per dormire, alle risorse e micro-economie locali, stimolandone la vitalità. Non sono rari i casi di luoghi, appartenenti alle cosiddette “aree interne”, gettati ai margini dello sviluppo economico moderno, svuotati dall’abbandono e poi invece rinati proprio per lo stimolo di un cammino di passaggio. E quindi sì, il camminare può contribuire a salvare il mondo, insegna quel rapporto virtuoso e sensibile con l’ambiente e i luoghi di cui sempre più si avverte il bisogno: occorrerebbe proporlo ai bambini e i ragazzi delle scuole per il suo valore pedagogico. E in effetti non pochi iniziano a farlo.

Nel piccolo il grande, nel poco il tanto: raccontiamo il suo “elogio dei sensi”

Camminare regala qualcosa di incommensurabilmente prezioso: il tempo. E nell’andare piano, a 4, 5 chilometri all’ora, entriamo in una scala di relazioni col mondo perfettamente umana, a misura delle nostre possibilità e della funzionalità dei nostri sensi. “A passo d’uomo”, come si dice non a caso, i nostri sensi hanno tutto l’agio di percepire, di vedere, di sentire: di aprirsi al mondo, che è la funzione per cui ne siamo dotati.

Quando corriamo affannati da un luogo all’altro per l’ingordigia di “visitare” tutto il visitabile in realtà alla fine non riusciamo a percepire veramente nulla, i nostri sensi sono sopraffatti e si chiudono per difesa autoprotettiva. Al contrario, nell’agio della lentezza il mondo arriva a noi e si rivela vivido, nuovo ogni momento, perché un momento non è mai uguale all’altro per i nostri sensi! Per dirla con Picasso, abbandonando l’affanno di “cercare” possiamo finalmente “trovare”. Trovare la sorpresa, la meraviglia anche in ogni piccola cosa: quel sasso dalla forma speciale, il disegno di quei licheni su una roccia, quei fiori che accendono il prato, quel canto di un uccello, quel saluto cordiale di chi incontriamo, quel sorriso, il buon gusto della mela in cui hai appena affondato i denti… Percepite da vicino, con l’agio di lasciarle arrivarle davvero fino a noi, anche le cose apparentemente più modeste possono brillare e stupirci, e toccarci: è così che nel piccolo possiamo trovare il grande e nel poco il tanto.

Come possiamo provare a far capire la gioia della gratitudine per le piccole cose

Non è una cosa che si possa far capire, va provata. La gratitudine sgorga da sola, spontaneamente se ci apriamo alla sorpresa, alle piccole meraviglie che il cammino ci regala a ogni istante. Il cammino ci esercita all’ascolto, all’apertura al mondo e allora, quando siamo in ascolto, il mondo parla e ci elargisce i suoi doni: doni enormi nella apparente piccolezza, come ho appena detto parlando dei sensi. Disponibili per chiunque, in totale gratuità, senza merito alcuno. Doni, va detto, non sempre e necessariamente belli – il mondo non è un parco divertimenti e talvolta con le rose arrivano anche le spine – ma sempre significativi e arricchenti se li accogliamo e li lasciamo risuonare in noi. E allora “grazie” è l’unica cosa da dire. Dice quel motto popolare che ho ricordato poco sopra: “il turista pretende, il pellegrino ringrazia”.

Qualche consiglio pratico a cominciare dallo zaino quando si vuole iniziare a camminare, come ci si prepara, pianifica e ci si mette anche “in guardia”

Ognuno ha il suo stile, il suo modo e ha il diritto di scoprirlo da solo. Per questo non ho molti consigli da dare. Certo, lo zaino sia il più leggero possibile, ma senza rinunciare al sacco a pelo, le scarpe ben rodate, le calze adatte; si porti un presidio essenziale di pronto soccorso e qualche medicinale di base (per me l’arnica è una vera risorsa); sempre si abbia acqua con sé. Per le attrezzature e ciò che serve alla sicurezza molto dipende dalla stagione e dal percorso che si sceglie: in ogni caso ci si premunisca per la pioggia (si cammina anche sotto l’acqua…) e ovunque io trovo comodo usare i bastoncini da trekking. Per il resto… si parta con fiducia! Il cammino stesso ci insegnerà ciò che dobbiamo imparare e ci porterà ciò di cui abbiamo bisogno. Ecco, un consiglio però lo voglio dare: se possibile, fatevi il regalo di un tempo lungo, che non vi costringa dentro una programmazione serrata delle vostre giornate, che vi lasci la possibilità di aprirsi all’imprevisto.

Che gusto c’è se sapete già ciò che farete, dove arriverete e dormirete e che cosa mangerete e visiterete? Come può arrivare il nuovo, come potreste scoprire qualcosa se conoscete già tutto? Regalatevi il coraggio, e il grande privilegio, di abbracciare davvero, sia pure per un tempo limitato, la vostra identità un po’ precaria di nomadi: ne sarete ricompensati!

Solvitur ambulando e molte volte, anche io, con una camminata si rimettono a posto i pensieri. Il libro è nato anche da questa esigenza?

C’è una grande verità nel detto “Solvitur ambulando”! È vero che il camminare, misteriosamente, mette ordine nei pensieri. Forse semplicemente perché li si lascia andare: mentre il corpo lavora, passo dopo passo, la mente cede un po’ del proprio accanimento, tende ad acquietarsi. E allora i pensieri, ma anche i sentimenti, le emozioni, hanno modo di andare dove possono e devono, in qualche modo di autoregolarsi, fino a realizzare disegni perfetti! Si pensa in modo diverso in cammino: meno pre-occupato di raggiungere a ogni costo un obiettivo, dando maggiore spazio all’intuizione. E allora il pensare diventa più creativo, si apre probabilmente lo spazio per modelli di pensiero nuovi. È esperienza comune che camminando ci si senta più creativi.

A me capita di sentire arrivare, senza averle cercate, formulazioni efficaci attorno a qualche tema: quando senti che hai trovato le parole giuste, che il cerchio si è chiuso! Ma è un processo che sembra arrivare da sé. Nel libro parlo di veri e propri piccoli insight che rendono improvvisamente vivida nella mente un’idea di chiarezza cristallina, che forse non si può ancora chiamare pensiero e che richiederà un lavoro successivo per prendere la forma di un pensiero comunicabile.

Il libro sicuramente è frutto anche di questo: non tanto in modo programmatico ma contiene tanti pensieri nati così; e la fatica della scrittura è stato proprio il tentativo di ”tradurli” in discorso cercando di non tradirne  la chiarezza, direi la luminosità, originaria.

Raccontiamo qualche curiosità durante i suoi percorsi

Rinuncio, dovrei raccontarne troppe!  Mi si affollano immediatamente della mente immagini una dopo l’altra, ma se inizio l’elenco non mi fermerei più… Rimando per questo alla lettura del mio libro, in cui, proprio per dare spazio alle tante vicende accadute, alle tante curiosità incontrate, talune anche bizzarre, ho sentito il bisogno di intercalare i capitoli più riflessivi con “intermezzi” – li ho chiamati proprio così – di taglio narrativo, per raccontare episodi, aneddoti, incontri accaduti nei miei vari cammini.

Maria cosa ha davvero capito camminando e dove vuole poter arrivare ancora (programmi e progetti futuri)

Ho capito un sacco di cose, che in parte ho cercato di dire fin qui: sul tempo, sullo spazio, sulle vie antiche e moderne, sul corpo e la mente, sulla cura di sé, sullo strano paradosso della meta, necessaria a suscitare la partenza ma per rivelare poi che non sta in quella meta il senso del cammino, e così via: sarebbe lungo l’elenco degli insegnamenti; per non dire poi tutto ciò che ho imparato sul mondo, sui luoghi che ho attraversato, le culture incontrate. Il cammino per me è davvero uno strumento speciale per indagare insieme il mondo e me stessa.

Più che di cose capite voglio però dire qui di un sentire che il cammino mi ha regalato e che porto in eredità con me, rafforzato ogni volta: ed è il sentimento della fiducia. Il cammino è una grande scuola di fiducia: fiducia nelle risorse proprie e del mondo, infine della vita. Non c’è problema che non trovi la sua soluzione, tribolazione che non riveli il suo senso, incontro che non porti i suoi doni, bisogno che alla fine non trovi risposta (se si smette di cercarla con accanimento): questo per me, e per molti, è la grande eredità del cammino. Una eredità foriera di nuova leggerezza (da non confondere con la superficialità), da portare poi con sé nella vita di tutti i giorni. Quanto ai programmi futuri, sono tante – troppe – le cose che vorrei fare!

Sul fronte della scrittura, sto lavorando a un libro sul cammino degli 88 tempi in Giappone che spero di poter concludere a breve. Sul fronte dei cammini, ce ne sono così tanti che non mi basteranno gli anni a venire per soddisfare la mia curiosità! Voglio però rivelare un segreto finora custodito per scaramanzia: il mio prossimo cammino lungo sarà la prima tranche – da Venezia a Istanbul – della Via della Seta, fino a Xian, che voglio percorrere a tappe con una cara amica e grande camminatrice. Non posso al momento dire di più: se tutto va bene, spero di poter rivelare tra non molto dettagli più precisi. Aggiungo, solo, per chi fosse interessato, segnalare alcune delle prossime presentazioni di Quando cammino canto: il 18 a Milano nell’ambito di BokkCity (Ostello Bello Grande, h 18, in dialogo con Fulvio Vancore), le presentazioni del 24 novembre a Brindisi, del 30 novembre a Monte Sant’Angelo, altre in via di definizione in quel periodo in Puglia, e il 9 dicembre a Roma nell’ambito della fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi, in dialogo con Sergio Valzania.  Leggi anche

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

- Advertisment -spot_img
spot_img

I PIù LETTI