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Stop al motore termico al 2035: un provvedimento che desta perplessità

Sul motore termico, il dibattito è aperto. Serve riflettere. Un cambiamento così epocale deve avvenire senza distruggere la nostra economia

2035, stop anche dal Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dei Paesi Ue alla vendita di auto nuove benzina e diesel: gli automobilisti non rinunciano al motore termico e pongono dubbi su tempi ristretti, costi elevati, tecnologia non adeguata alle attuali abitudini di mobilità, impatto ambientale poco green ed effetti sul mercato

Anche il Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dei Paesi UE ha trovato l’accordo dando il via libera al blocco delle vendite di auto nuove a benzina e diesel dal 2035. La misura fa parte di un a dir poco ambizioso piano di azione contro il cambiamento climatico Fit for 55 (che prevede di conseguire la neutralità climatica entro il 2050).

Il dibattito aperto si pone come una riflessione infinita su come questa importante rivoluzione possa concretizzarsi senza che per aiutare (come è giusto) l’ambiente, si finisca per danneggiare pesantemente l’intera economia.

Istituzioni, associazioni e produttori sono già pronti a dividersi tra chi pensa che lo stop al motore termico sia l’unico modo per ridurre le emissioni di gas serra e chi invece afferma che non siamo pronti, che non si otterranno effetti positivi sull’ambiente e che, anzi, il provvedimento “demolirà” l’intera filiera automotive italiana.

Ci sono poi gli automobilisti (e i motociclisti) che, a ragion veduta, hanno da dire qualcosa in merito a tutto questo. A questo proposito, risulta interessante una ricerca effettuata dal Centro Studi di AutoScout24 , il più grande marketplace automotive online pan europeo, che ha coinvolto gli utenti per capire cosa ne pensano della riforma e se essa avrà un impatto sul mercato e sugli acquisti attuali e futuri.

Sicuramente la proposta ha avuto un’eco mediatica importante, tanto che ben il 96% del campione dichiara di averla seguita molto bene (54%) o almeno superficialmente (42%). Ma il giudizio non è positivo, anzi, quasi sette utenti su dieci valutano la misura negativamente, con i motori tradizionali che si confermano allo stato attuale “insostituibili”.

Stop al motore termico, quali sono le principali perplessità

È opportuno, dunque, porre alcune domande riguardo allo stop al motore termico al 2035 principalmente su tempi, costi, tecnologie, impatto ambientale e mercato.

Partiamo dai tempi. Come riportato dallo studio in esame, per quasi otto utenti su dieci, il 2035 è una data troppo ravvicinata per un cambiamento così epocale, un parere in linea con i Paesi che chiedono di posticiparne lo stop al 2040.

Sul fronte dei costi, per la maggior parte (90%), il prezzo delle auto elettriche è troppo alto e distante dal budget medio a disposizione degli utenti per l’acquisto di un’auto (circa €24.600) dichiarato dai rispondenti in occasione della ricerca.

Tecnologie ancora inadeguate

Ma la vera barriera è di tipo tecnologico e pochi credono che fra 13 anni ci sarà una vera “rivoluzione” su questo fronte. Secondo gli utenti (86%), infatti, il livello tecnologico non è ancora adeguato in termini di batterie e autonomia, senza contare la carenza dell’infrastruttura italiana delle colonnine di ricarica indicata da ben l’83% del campione. Una fotografia che poco si adatta alle abitudini degli automobilisti, dato che l’83% usa l’auto almeno cinque giorni a settimana, oltre quattro su dieci percorrono in media più di 20 mila km l’anno e molti per spostamenti lunghi.

L’impatto ambientale dell’elettrico, quanto è realmente “green”?

Poi c’è anche un aspetto ambientale. Solo pochi sostengono, considerando tutto il ciclo di vita del prodotto, che le auto elettriche siano veramente green (7%) e che la misura servirà realmente a ridurre le emissioni e l’impatto ambientale (19%). Inoltre, gli intervistati pensano che avremo il problema di come smaltire le batterie (84%). Al contrario, i favorevoli pensano che solo con interventi decisi si potrà promuovere il passaggio verso una mobilità più green, ma per il momento rappresentano la netta minoranza. Non è peregrino affermare che problemi di smaltimento, reperimento, lavorazione dei materiali sia questioni non da poco e su cui non si possono piantare, come sovente accade in questo paese, bandierine ideologiche “per un pugno di voti”.

Mercato e abitudini di acquisto

Al di là delle scelte personali, bisogna anche considerare l’impatto che la misura avrà sul mercato e sulle abitudini di acquisto. Negli ultimi anni la sensibilità degli italiani per le vetture ibride ed elettriche è cresciuta di molto, come confermano nei primi cinque mesi dell’anno sia i dati delle vendite di auto nuove (41,5% sul totale) sia l’incremento del +31% delle richieste di auto ibride ed elettriche da parte degli utenti di AutoScout24. Ma questo riguarda principalmente le auto ibride.

Se si considera l’elettrico puro (BEV), invece, le vendite oggi rappresentano solo il 3,9% sul totale di auto nuove (UNRAE, maggio 2022), un dato cresciuto appena dello 0,2% rispetto a un anno fa nonostante gli incentivi. Anche guardando alle intenzioni di acquisto per il 2022, la maggior parte degli italiani (86%) preferisce ancora i motori diesel e benzina, con due terzi di questi che non sono disposti a passare all’elettrico anche se adeguatamente incentivati.

Per questo la riforma, in questa fase, non sta influenzando la scelta dell’alimentazione e solo il 14% pensa che lo farà in futuro. Piuttosto, se dovessero bloccare la produzione di alimentazioni tradizionali, gli utenti non rinuncerebbero alle auto tradizionali e si orienterebbero sul mercato dell’usato, segmento non colpito dalla riforma e che continuerà anche dopo il 2035 a offrire vetture di qualità con motori benzina e diesel di nuova generazione a prezzi più accessibili.

E le officine?

Una ulteriore domanda: che fine faranno tutti i meccanici che lavorano e vivono dell’assistenza sui motori tradizionali? Sarà davvero possibile riconvertirli o diventerà tutto appannaggio delle multinazionali dell’automobile? Quale sarà la sorte che aspetta tutti questi lavoratori?

“La possibile vendita di auto solo elettriche è una rivoluzione importante e come tale non può che far parte di un processo gradualeafferma Sergio Lanfranchi, Centro Studi AutoScout24 – Le ricerche di auto elettriche sul portale da parte dei nostri utenti sono aumentate nei primi sei mesi dell’anno del +41% e crediamo che continueranno a crescere costantemente anche nei prossimi mesi. Tuttavia, i numeri emersi dallo studio evidenziano un atteggiamento attendista e volto alla preferenza attuale di auto con motori benzina e diesel, mezzi perfettamente adeguati alle esigenze di una platea più ampia di italiani. Per favorire una transizione così epocale bisogna prima eliminare le principali barriere che limitano lo sviluppo dell’elettrico in Italia, rendendo questa alimentazione adeguata alle diverse abitudini di mobilità degli automobilisti, come ad esempio per chi utilizza l’auto per lavoro o per viaggiare”.

Il rischio della demolizione di un intero settore industriale

Ma gli effetti della proposta, sempre secondo gli utenti, potrebbero colpire a livello più “alto”, anche se si tratta di valutazioni che richiederebbero una conoscenza approfondita del mercato nazionale e internazionale, per cui il dato andrebbe considerato con le dovute attenzioni. Per quasi otto utenti su dieci (76%), infatti, la riforma potrebbe “demolire” l’intera filiera italiana dell’automotive, che coinvolge non solo l’industria dell’auto ma anche tutta la subfornitura legata alla componentistica. Inoltre, oltre sette su dieci sono d’accordo sul fatto che sia un “regalo” ai paesi extraeuropei, Cina in primis, che dispongono di risorse maggiori in merito alle materie prime e una tecnologia più avanzata per produrre le batterie.

C’è necessità di una presa di coscienza responsabile su come aiutare il pianeta senza abbandonare alla deriva la già provata nostra economia. Non dimentichiamo che l’intero comparto, compreso l’indotto, coinvolge oltre 5500 imprese con oltre 274.000 addetti (161.000 componentistica) e fattura 106 miliardi pari al 6% del PIL nazionale. Il trend del settore è in crisi da molti anni, anche ante covid. Le immatricolazioni sono passate da circa 1.9 milioni nel 2018 a circa 1.4 milioni. Di pari passo la produzione di veicoli è passata da 660.000 unità a 450.000 con evidenti gravi conseguenze per l’occupazione. In un settore che per molti anni è stato un asse portante del sistema industriale. Come per gli approvigionamenti energetici, occorre una politica che abbia la spina dorsale per dare all’Italia una forte personalità. E magari, una volta per tutte, svincolarsi dal ruolo del “servo sciocco” che dice sissignore e intanto mette in crisi i suoi figli. Tra un giro di valzer e un 8 settembre.

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