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HomeAttualitàStoria della legalizzazione della cannabis: come si è evoluta la normativa italiana

Storia della legalizzazione della cannabis: come si è evoluta la normativa italiana

La canapa non è sempre stata illegale in Italia. Ti racconto com’è iniziato tutto e a che punto siamo oggi

L’interesse dell’opinione pubblica nei confronti dello status legale della cannabis è sempre più alto e il dibattito tra proibizionisti e antiproibizionisti accende ancora gli animi di tanti italiani

C’è chi sostiene che il Bel Paese dovrebbe adeguarsi alla linea intrapresa da alcune delle nazioni più progressiste del pianeta e depenalizzare il consumo di questa sostanza per uso personale.

D’altro canto, ci sono anche coloro a cui non va a genio l’idea che oggi gli italiani abbiano la libertà di acquistare prodotti a base di canapa, come i migliori semi di cannabis online su SensorySeeds e su altri noti eCommerce del settore.

Ma, al di là del dibattito, a che punto siamo rispetto alla legislazione in materia e come siamo arrivati alle norme attuali?

Per rispondere a queste domande, illustreremo una breve storia dell’evoluzione della normativa sulla cannabis, spiegando quando e perché è diventata illegale e a che punto siamo rispetto al percorso di graduale legalizzazione che il nostro Paese sembra attraversare da diverso tempo.

Da quando è illegale la cannabis? Da meno tempo di quanto si crede

Forse non tutti sanno che nella prima metà del Novecento la coltivazione della canapa in Italia era legale e fino agli anni ’40 il nostro Paese era il secondo produttore mondiale, dietro solo all’Unione Sovietica.

Il proibizionismo si è diffuso in Europa arrivando dagli Stati Uniti, dove nel 1934 era stato varato il Marihuana Tax Act. Si trattava di una legge che mirava a impedire la coltivazione di canapa per qualunque scopo, anche medicinale.

Nel 1961, 183 Paesi aderenti all’ONU, tra i quali l’Italia hanno sottoscritto la nota Convenzione sugli stupefacenti, un trattato internazionale che proibisce la produzione e la vendita di una serie di sostanze droganti: tra queste, venne inserita anche la cannabis.

La decisione delle Nazioni Unite fu un ulteriore segnale della diffusione del proibizionismo nei confronti della canapa e, in Italia questo fenomeno venne suggellato con il DPR 309/90: questa norma, nota anche come Testo Unico sugli Stupefacenti, è ancora oggi in vigore ed è stata promulgata per disciplinare le sostanze con potere drogante.

Tra quelle indicate nel TU figura anche la cannabis per la quale viene proibita la coltivazione, a eccezione delle specie utilizzate per scopi industriali, come la produzione di fibre tessili.

Dal referendum del ’93 alla Fini-Giovanardi: la lotta tra proibizionisti e antiproibizionisti

In risposta al DPR 309/90, nel 1993 il Partito Radicale Italiano riuscì a far indire un referendum popolare dai contorni decisamente antiproibizionisti: in sostanza, il quesito chiedeva agli italiani di esprimere un parere sull’abrogazione delle pene per la detenzione a uso personale delle droghe leggere.

Fino a quel momento, infatti, il possesso di sostanze stupefacenti derivate dalla canapa era punibile penalmente.

Partecipò al referendum il 77% degli italiani e il risultato della consultazione vide vincere il Sì con il 55.4% dei voti. Da quel momento, la detenzione per uso personale non venne più punita con sanzioni penali, ma solo con sanzioni amministrative, almeno fino al 2006.

Cos’è successo in quell’anno?

Beh, in tanti ricorderanno che venne introdotta la legge Fini-Giovanardi, un passo indietro sul sentiero verso una progressiva depenalizzazione della canapa. Questa norma, infatti, equiparava di fatto le droghe leggere a quelle pesanti, inasprendo in maniera severa le sanzioni contro la produzione, la vendita e il consumo di cannabis.

Nel 2014, questa legge è stata bocciata dalla Corte Costituzionale e le lancette dell’orologio sono state portate indietro alla vecchia normativa, com’era stata modificata in seguito al referendum del 1993. Questa situazione è restata tale solo per due anni.

L’introduzione del concetto di cannabis light nella normativa italiana

Nel 2016 è stata varata una norma emanata allo scopo di promuovere la filiera agroindustriale della canapa, riducendo gli ostacoli legislativi che rendevano la vita difficile alle aziende che coltivavano la cannabis per scopi industriali.

Si tratta della nota Legge 242/2016 che ha stabilito che le varietà di canapa inserite nel Catalogo comune dell’Unione Europea, quando destinate alla produzione industriale di specifici settori (cosmetico, alimentare, tessile ecc.), non rientrano nell’ambito di applicazione del Testo Unico sugli Stupefacenti, a condizione che abbiano una concentrazione di THC inferiore allo 0.2%.

In altre parole, questa fonte di diritto ha depenalizzato la coltivazione della cannabis a basso contenuto di tetraidrocannabinolo per una larga varietà di utilizzi: è da questo momento che è esploso il settore della canapa light.

In seguito alla recente bocciatura del referendum per la depenalizzazione della coltivazione domestica di canapa a uso personale, la normativa in materia è ancora ferma al DPR 39/90 e alla Legge 242/2016. Tuttavia, prima di concludere, è interessante esaminare brevemente qual è lo status legale dei semi di questa pianta.

E i semi di cannabis? Ecco qual è il loro status legale in Italia

I semi di cannabis non contengono sostanze psicoattive e per questo motivo, in linea teorica non rientrerebbero nella disciplina delle norme citate in precedenza.

In realtà, non è così.

La Giustizia italiana, infatti, tiene conto del fatto che i semi di cannabis possono essere usati per produrre sostanze con effetti psicotropi e, dunque, illegali. Per questo motivo, la loro vendita è consentita solo quando non è finalizzata alla coltivazione.

Naturalmente, non c’è nessun modo per sapere con certezza quale sia la volontà del venditore e del compratore. Ecco perché la probabile destinazione d’uso viene individuata in base ad altri elementi, come la presenza di materiale informativo sulla coltivazione.

In altre parole, se i semi vengono venduti assieme a guide, opuscoli e altri prodotti simili che istruiscono sulla coltivazione della cannabis, allora si configura un reato. È legale, invece, l’acquisto dei semi a scopo collezionistico e di preservazione delle genetiche.

In conclusione

Abbiamo spiegato come si è evoluta la normativa italiana in materia di cannabis. In questo momento, la legge del nostro Paese consente la produzione e la commercializzazione della cosiddetta canapa light, alle condizioni indicate dal DPR 309/90 e dalla Legge 242/2016.

La prosecuzione di questo percorso sembrerebbe orientata verso la legalizzazione della cannabis per uso personale, così come accade già in altre nazioni, ma il cammino è stato temporaneamente bloccato in seguito alla bocciatura del referendum di cui si è parlato tanto in questo inizio di 2022.

Ci si può aspettare che gli antiproibizionisti non si diano per vinti e che proseguano la loro battaglia con il vigore che li ha sempre caratterizzati. L’esito sarà diverso? Il futuro ci darà la risposta.

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