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Pozzi privati e sorgenti di montagna: quali rischi corre chi beve acqua non collegata alla rete pubblica

Pozzi privati e sorgenti di montagna: quali rischi corre chi beve acqua non collegata alla rete pubblica
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Viene pescata da un pozzo scavato nel cortile decenni fa, da una sorgente captata a monte della casa, da una cisterna riempita con l’acqua piovana.

Per chi ci vive è spesso un motivo d’orgoglio, l’acqua “buona” di una volta, fresca, senza il sapore di cloro di quella cittadina.

Il problema è che quella stessa acqua, a differenza di quella distribuita dalla rete pubblica, non è sottoposta a controlli sistematici da parte di nessuno, e la responsabilità di verificarne la qualità ricade interamente su chi la beve. Molti lo scoprono solo quando qualcosa va storto.

Cosa cambia rispetto all’acqua dell’acquedotto

L’acqua della rete pubblica è soggetta a un sistema di controlli regolato dal decreto legislativo che ha recepito la più recente direttiva europea sulle acque destinate al consumo umano. Il gestore del servizio idrico esegue analisi periodiche lungo tutta la filiera, dalla captazione ai serbatoi alla distribuzione, e le autorità sanitarie svolgono verifiche indipendenti. Quando un parametro supera i limiti, scattano comunicazioni e provvedimenti, dalla clorazione straordinaria all’ordinanza di non potabilità.

Per un pozzo privato a uso esclusivamente familiare questo sistema semplicemente non esiste. La situazione cambia se l’acqua viene utilizzata per un’attività aperta al pubblico, come un agriturismo, un ristorante o un rifugio, perché in quel caso valgono obblighi specifici di controllo e autocontrollo. Ma per la casa di famiglia, per la seconda casa in montagna, per la cascina ristrutturata, nessuno verifica cosa contiene l’acqua che esce dal rubinetto, a meno che non lo faccia il proprietario. Le analisi acque potabili commissionate a un laboratorio sono, in questi casi, l’unico modo per sapere con certezza se quell’acqua si può bere, e conviene ripeterle con una certa regolarità invece di affidarsi a un unico esame fatto anni prima.

I contaminanti più frequenti nei pozzi e nelle sorgenti

Il rischio più immediato è di tipo microbiologico. Batteri coliformi, Escherichia coli, enterococchi sono indicatori di contaminazione fecale, di origine umana o animale, e la loro presenza segnala che l’acqua è entrata in contatto con scarichi, fosse settiche, letame o pascoli. In un pozzo poco profondo o con una testata mal protetta, basta una pioggia intensa per trascinare in falda ciò che si trova in superficie. Le sorgenti di montagna, che hanno fama di purezza assoluta, non ne sono immuni: la presenza di animali al pascolo a monte della captazione o di un rifugio con scarichi non adeguati può bastare a contaminarle, soprattutto dopo un temporale o durante lo scioglimento della neve.

Nelle aree agricole di pianura il problema più diffuso riguarda i nitrati, legati all’uso di fertilizzanti e allo spandimento dei reflui zootecnici. Il limite di legge per l’acqua potabile è fissato a 50 milligrammi per litro, e diversi pozzi in zone a coltivazione intensiva lo superano. Accanto ai nitrati possono comparire residui di pesticidi e diserbanti, che richiedono analisi specifiche e più costose.

C’è poi una categoria di contaminanti di origine naturale. L’arsenico è presente in concentrazioni elevate nelle falde di alcune zone d’Italia, per ragioni geologiche, e ha un limite molto basso, dieci microgrammi per litro, perché l’esposizione prolungata è associata a effetti seri sulla salute. Ferro e manganese, meno pericolosi, danno all’acqua un colore rossastro o un sapore metallico e macchiano i sanitari. Nelle aree vicine a siti industriali o a zone già interessate da inquinamento, infine, può valere la pena cercare anche i PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche finite al centro di un’attenzione crescente da parte delle autorità sanitarie.

Quando e come far analizzare l’acqua di un pozzo

Una regola di buon senso è far eseguire un’analisi completa almeno una volta l’anno, e in ogni caso in alcune situazioni precise: dopo un’alluvione o piogge particolarmente intense, dopo lavori di scavo nelle vicinanze, quando l’acqua cambia colore, odore o sapore, quando in famiglia arriva un neonato o c’è una donna in gravidanza. I nitrati in particolare sono pericolosi per i lattanti, e l’acqua di un pozzo non verificato non andrebbe mai usata per preparare il latte in polvere.

Il prelievo del campione è un passaggio più delicato di quanto si pensi. I laboratori forniscono contenitori sterili e istruzioni precise: far scorrere l’acqua per alcuni minuti, evitare di toccare l’interno del contenitore e il tappo, conservare il campione al fresco e consegnarlo entro poche ore. Un prelievo fatto con una bottiglia qualsiasi, lasciata in macchina per un pomeriggio, può dare risultati del tutto inattendibili, nel bene e nel male.

Quanto ai parametri, un’analisi di base comprende di solito gli indicatori microbiologici, i nitrati, il pH, la conducibilità, la durezza, ferro e manganese. A seconda della zona può essere utile aggiungere arsenico, pesticidi o metalli pesanti. Chiedere al laboratorio quali parametri hanno senso per il territorio in cui si trova il pozzo evita sia di spendere troppo sia di trascurare il contaminante più probabile.

Proteggere il pozzo e trattare l’acqua: cosa si può fare

Molti problemi si prevengono con interventi semplici sulla struttura. Una testata del pozzo ben sigillata e sollevata rispetto al terreno impedisce all’acqua piovana di entrare direttamente. Una distanza adeguata da fosse settiche, concimaie e stalle riduce il rischio di contaminazione fecale. Per le sorgenti, una captazione protetta e una recinzione che tenga lontani gli animali dall’area di alimentazione fanno una differenza concreta.

Quando le analisi rivelano un problema, i rimedi dipendono dal contaminante. La contaminazione batterica si affronta con la disinfezione del pozzo e, se si ripresenta, con sistemi di trattamento a raggi ultravioletti o di clorazione continua. Per nitrati, arsenico e altre sostanze disciolte servono impianti più complessi, come l’osmosi inversa o filtri specifici, che vanno dimensionati sulla base dei risultati e mantenuti con regolarità, perché un filtro esaurito può diventare a sua volta una fonte di contaminazione.

Nessun impianto, comunque, dispensa dal controllo periodico: è l’analisi successiva a dire se il trattamento sta funzionando davvero, e se quell’acqua fresca e senza cloro, oltre che buona da bere, è anche sicura.

Foto in evidenza Depositphotos

Germana Ferrante

Giornalista, Caporedattrice e responsabile della comunicazione per Green Planet News. Ha lavorato per molti anni nel mondo editoriale presso la A. Manzoni & C. S.p.a., storica concessionaria di pubblicità del Gruppo Editoriale L’Espresso. Svolge la professione di giornalista sulle tematiche ambientali e della sostenibilità online, settori che negli ultimi anni hanno avuto una crescita tale da acquisire importanza primaria. Tra le varie passioni ci sono la fotografia, i viaggi alla scoperta delle varie culture del mondo, gli animali pelosetti, la lettura e la cucina di cui intende portare avanti la tradizione con un pizzico di innovazione sul suo sito personale Mind Cucina e Gusto (www.mindcucinaegusto.com). g.ferrante@greenplanetnews.it.
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