Etichetta Ue per il benessere animale, no agli allevamenti intensivi

La proposta presentata dalla Germania in Consiglio agricoltura (Agrifish) e sostenuta da oltre dieci Paesi UE, tra cui Italia, Francia e Spagna, con i distinguo di Danimarca, Polonia e Ungheria che hanno insistito sulla necessità di un sistema volontario. Un'etichetta comune europea per indicare i prodotti alimentari realizzati con un'attenzione particolare al benessere animale, ma con l’esclusione dei prodotti che provengono dagli allevamenti intensivi. Stop ai fondi pubblici per l’agricoltura intensiva e sostegno all’agricoltura su piccola scala, è la proposta di Greenpeace

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La promozione del benessere animale è diventato un punto centrale delle politiche Ue per il futuro dell’agricoltura. I ministri europei del settore hanno di recente chiesto alla Commissione di elaborare una strategia ad hoc. Alcune ong italiane, tra cui CIWF Italia Legambiente e Greenpeace, promuovono la proposta di alcuni Paesi europei di introdurre un marchio che attesti il rispetto di determinati standard nel settore zootecnico, ma avvertono sui rischi di greenwashing (impatto ambientale). Per ridurre il rischio pandemie: stop ai fondi pubblici per l’agricoltura intensiva e sostegno all’agricoltura su piccola scala, a chiederlo è Greenpeace.

L’etichettatura dovrebbe rappresentare uno strumento capace di orientare i consumatori nel momento dell’acquisto, fornendo informazioni chiare e trasparenti sulle condizioni di vita degli animali allevati per garantire una vera e propria libertà di scelta e un consumo sempre più consapevole.

La Commissione europea ha menzionato la questione di un’etichetta in materia di benessere degli animali in una comunicazione del 19 gennaio 2012 sulla strategia dell’Unione europea per la protezione e il benessere degli animali.

La Germania ribadisce questo invito e sostiene la proposta per un un sistema unico di etichettatura in materia di benessere degli animali a livello dell’UE.

Etichetta Ue per il benessere animale, no agli allevamenti intensivi

Un’etichetta Ue per il benessere animale

Un migliore benessere degli animali offre vantaggi al produttore: riduzione della mortalità, miglioramento della salute e migliori qualità, resa e prezzo del prodotto finale. Secondo i ministri Ue dell’Agricoltura, occorre fare ulteriori passi avanti introducendo nuove misure legislative.

Tra le proposte, standard minimi specifici per la protezione degli animali da allevamento, dai bovini ai pesci, e per il trasporto su lunghe distanze. I ministri Ue hanno anche proposto una etichetta europea per i prodotti di origine animale che ne attesti il rispetto di tali standard.

No all’inclusione dei prodotti che provengono dagli allevamenti intensivi. Ecco quanto dichiarato da CIWF Italia, Enpa, Greenpeace e Legambiente all’indomani del progetto di legge  discusso a Bruxelles dai ministri europei dell’Agricoltura, tra cui l’italiana Teresa Bellanova.

Un’etichetta in materia di benessere animale trasparente e armonizzata nell’UE potrebbe soddisfare le crescenti aspettative dei consumatori in merito alla disponibilità di alimenti prodotti a più elevati standard di benessere degli animali.

Per gli allevatori

Questa etichetta aprirebbe anche un nuovo mercato per questa tipologia di prodotti e porterebbe a un miglioramento del benessere degli animali nell’allevamento.

Inserire un’etichetta che riconosce i meriti degli allevatori sarebbe funzionale al doppio obiettivo di creare competizione tra aziende in materia di rispetto del benessere animale, ma anche fermare in partenza quegli Stati hanno già iniziato ad applicare tali etichette, creando requisiti diversi che frammentano il mercato unico e diventano un problema per gli allevatori.

Made in Italy

“Anche a nostro avviso – ha dichiarato durante la riunione la ministraTeresa Bellanova – è giunto il momento di introdurre un sistema di etichettatura trasparente, basato sul rigoroso rispetto di regole produttive in grado di valorizzare le migliori pratiche zootecniche e, nel rispetto della biosicurezza, l’allevamento all’aperto, soprattutto quello transumante, la cui pratica è stata recentemente riconosciuta anche dall’Unesco”.

“ll benessere animale – ha concluso la ministra – gioca un ruolo di primo piano nel miglioramento della sostenibilità delle produzioni zootecniche e nella lotta contro la resistenza antimicrobica e rappresenta quindi uno degli obiettivi chiave da raggiungere nel prossimo ciclo di programmazione della Politica agricola comune, sia per sostenere la competitività delle diverse filiere zootecniche che per la gestione delle problematiche sanitarie”.

Etichetta Ue per il benessere animale, no agli allevamenti intensivi

Le Associazioni

“È importante che la ministra Bellanova riconosca il valore degli allevamenti che danno accesso all’aperto agli animali, ma lo è anche distinguere fra i diversi metodi di allevamento in stalla per non etichettare con la dicitura ‘benessere animale’ prodotti che provengono da allevamenti intensivi, che impongono livelli di benessere estremamente carenti oltre ad essere impattanti per l’ambiente”, dicono le ong ambientaliste.

”Indicare il metodo di allevamento in etichetta, come ad esempio avviene per le uova, e puntare a criteri ambiziosi per gli allevamenti al coperto, ovvero quelli in capannoni chiusi, è fondamentale per garantire informazioni chiare e libertà di scelta ai consumatori”, ribadiscono le associazioni, che nel 2019 hanno lanciato una campagna che chiede un’etichettatura univoca volontaria secondo il metodo di allevamento, che tuteli gli allevatori più virtuosi e i produttori che fanno davvero la qualità del made in Italy.

Un passo importante. Un’etichetta in materia di benessere animale trasparente e armonizzata nell’UE potrebbe, infatti, soddisfare le crescenti aspettative dei consumatori in merito alla disponibilità di alimenti prodotti a più elevati standard di benessere degli animali.

Greenpeace, fermare gli allevamenti intensivi

Quello che mangiamo oggi determina il mondo di domani: non mettiamo il Pianeta nel piatto.
Negli ultimi decenni, i fondi pubblici assegnati in modo sproporzionato hanno fatto crescere le grandi aziende agricole di stampo intensivo e industriale, contribuendo di fatto alla scomparsa delle realtà più piccole e più sostenibili.

Buona parte della carne venduta nei supermercati è prodotta all’interno di allevamenti intensivi: vere e proprie fabbriche di carne. Per produrre e vendere sempre di più e a prezzi sempre più bassi, gli animali sono sottoposti a trattamenti atroci, si inquina acqua, suolo e aria e si distruggono le foreste e la biodiversità per far spazio alla produzione di mangimi. Come si legge nella petizione di Greenpeace.

Etichetta Ue per il benessere animale, no agli allevamenti intensivi

Migliorare la salute dell’uomo e degli animali, insieme a quella delle piante e dell’ambiente, “è l’unico modo per mantenere e preservare la sostenibilità del pianeta” dichiara Ilaria Capua, direttrice della One Health Center of Excellence dell’Università della Florida, sottolineando che la salute umana è indissolubilmente legata alla salute degli animali e della natura. “Avremo un pianeta e una vita sani solo se cambiamo drasticamente il modo in cui trattiamo gli altri esseri viventi, animali negli allevamenti intensivi compresi”, come viene riportato dal documento dell’associazione ambientalista.

Greenpeace lancia una nuova campagna di sensibilizzazione a sostegno dell’agricoltura su piccola scala, contro i fondi pubblici a favore dell’agricoltura intensiva. Afferma infatti che, per ridurre il rischio di future pandemie, l’Unione europea e i governi nazionali devono bloccare il sostegno all’allevamento intensivo nei pacchetti di salvataggio o con altri sussidi pubblici, salvando invece l’agricoltura su piccola scala. A seguire le dichiarazioni che si trovano nel documento di Greenpeace.

Si stima, dice Greenpeace, che il 73% di tutte le malattie infettive emergenti provengano da animali. L’allevamento intensivo ha un ruolo ben noto sia per l’emersione che la diffusione di infezioni virali simili al covid-19.  E che gli animali allevati trasmettano agli esseri umani un grande numero di virus, come i coronavirus e i virus dell’influenza.

L’allevamento intensivo in relazione alla distruzione delle foreste

È probabile che gli allevamenti intensivi, in particolare di pollame e suini, nei quali gli animali sono tenuti a stretto contatto e in numero molto elevato, oltre che movimentati su grandi distanze, possano far aumentare la trasmissione di malattie.

Stop ai fondi pubblici per l'agricoltura e per gli allevamenti intensivi

Sempre dal documento di Greenpeace: “l’allevamento degli animali  è il principale motore della distruzione globale delle foreste e i ricercatori stimano che il 31% delle epidemie di malattie emergenti sia legato al cambiamento nell’uso del suolo, tra queste Hiv, Ebola e Zika, causato dall’invasione umana nelle foreste pluviali tropicali”.

L’allevamento intensivo e la distruzione delle foreste legata alla necessità di produrre mangimi sono “ingredienti perfetti per future pandemie. Se continuiamo a spingere gli animali selvatici a contatto con le persone e a concentrare gli animali in allevamenti sempre più grandi, il covid-19 non sarà purtroppo l’ultima emergenza che dovremo subire. L’Ue e i governi nazionali devono salvare gli agricoltori su piccola scala colpiti da questa crisi e smettere di sostenere il sistema degli allevamenti intensivi che mettono a rischio la salute pubblica”, come dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia.

Polveri sottili nella Pianura Padana

Gli allevamenti intensivi sono la seconda causa di inquinamento da “polveri fini” in Italia, responsabili dello smog da particolato più dell’industria e più di moto e auto. In base alla ricerca condotta da Greenpeace Italia in collaborazione con ISPRA, allevamenti intensivi e riscaldamento contribuiscono al 54% delle polveri sottili nella Pianura Padana.

Secondo uno studio dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), infatti, riscaldamento e allevamenti sono responsabili rispettivamente del 38% e del 15,1% del particolato PM 2,5 della penisola. In altre parole, lo stoccaggio degli animali nelle stalle e la gestione dei reflui inquina più di automobili e moto (9%) e più dell’industria (11,1%).

Fonte: Greenpeace

Foto: Pixabay

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