L’elettrico non decolla. Vediamo perché

Paese con poche colonnine di ricarica, paese senza presa. E la mobilità elettrica langue come il mercato

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L’elettrico non decolla. Almeno nel settore della mobilità. Infatti, nonostante decreti e progetti comunitari per incentivare la e-revolution, in Italia siamo ancora indietro. L’accordo di Parigi, sottoscritto da 196 paesi nel dicembre del 2015 e su cui Trump ha fatto ciao ciao, prevede che, per riuscire a contenere il riscaldamento medio del pianeta sotto i due gradi, riscaldamento a cui contribuiscono in maniera rilevante le emissioni dei gas di scarico delle automobili a gasolio e a benzina, sia fondamentale arrivare a 600 milioni di auto elettriche entro il 2020.

Oggi le auto elettriche sono appena 2 milioni, lo 0,2% del totale. Perché? Se consideriamo il rapporto tra costo di ricarica e chilometri percorsi, le auto elettriche sono più convenienti di quelle a benzina e non creano il problema delle polveri sottili. Ci sono però alcuni dati che sembrano penalizzarne la diffusione. Con 1,4 euro si percorrono 18 chilometri con una vettura a benzina o diesel, 23 con una elettrica ricaricata in una colonnina pubblico e 39 ricaricandola a casa.

I dubbi principali riguardano la ridotta autonomia con tempi di ricarica molto lunghi, legati alla capacità della batteria, alla potenza della colonnina e a quella del caricabatteria installato a bordo. Ma il problema principale rimane quello della scarsa diffusione delle colonnine di rifornimento.

L’elettrico e le colonnine di ricarica: quale futuro?

Da Bruxelles, “l’avvertimento” circola da parecchio: lo sviluppo di una rete di colonnine in Europa è “assolutamente prioritario per garantire rapporti sostenibili nell’Unione”. A conferma, la direttiva 94/2014 che ha fissato per il 2020 il termine definitivo entro il qualche gli Stati membri dovranno adeguarsi alla normativa.

In Italia, il provvedimento è stato “colto” solo a gennaio dello scorso anno. Il decreto Dafi (Directive, alternative fuel initiative), infatti, stabilisce obblighi e regole per la realizzazione di punti di riferimento per i combustibili alternativi, tra cui abbiamo le stazioni elettriche di ricarica.

Il PNire ovvero il Piano nazionale infrastrutture per la ricarica dei veicoli alimentati a energia elettrica, varato nel 2014 dal Mit sintetizza le risorse messe a disposizione dello Stato per il progetto con uno stanziamento iniziale di 50 milioni di euro. Di cui, però, non si è saputo più nulla.

Tanto è vero che la Corte dei Conti è intervenuta per capire il perché dell’impasse. A luglio 2017 il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha sbloccato l’accordo di programma tra Mit, regioni ed enti locali con un fondo di 28,7 milioni su cui è arrivato successivamente il via libera della Magistratura contabile.

L’elettrico e la mobilità: la situazione attuale

Al momento, come riportato da una nota del Ministero, le convenzioni stipulate sono 16. Un valore complessivo di 4 milioni di euro ripartiti tra varie regioni d’Italia con una media di 250 mila euro a regione. Il Ministero ha anche aggiunto che solo Umbria e Valle d’Aosta hanno completato i lavori per la realizzazione delle colonnine procedendo alla richiesta di rimborso mentre molte amministrazioni, che fanno parte della convenzione, non hanno ancora indetto le gare per i lavori delle colonnine.

L'elettrico non decolla. Vediamo perché

Eppure i soldi sembrano non mancare. Lo scorso anno anche Bruxelles ha varato alcuni procedimenti importanti per incentivi economici destinati alla creazione di infrastrutture per i carburanti alternativi: sono i progetti Europa in movimento e Mobilità pulita.

C’è poi il piano Cef, Connecting europe facility per incentivare l’elettrico: 33 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 da destinarsi alla realizzazione di reti transeuropee dei trasporti. Senza dimenticare il Fondo europeo per lo sviluppo regionale che pone particolare attenzione alle iniziative per l’abbattimento delle emissioni in ambito urbano e territoriale e il programma Horizon 2020, 944 milioni di euro da spendere tra il 2018 e il 2020, per investire nelle tecnologie e nelle innovazioni come sistemi di trasporto intelligenti e a basso impatto.

Dovranno prenderne atto anche le grandi compagnie petrolifere a cui un rapporto di Fitch Ratings consiglia di “non mettere la testa sotto terra di fronte alle nuove tecnologie, altrimenti saranno guai”.

Dunque?

Insomma, i soldi ci sono ma la rivoluzione elettrica ancora sonnecchia. Davide Tabarelli, presidente e fondatore di NE-Nomisma Energia, società di ricerca sull’energia e l’ambiente, ha sottolineato tempo fa che se la domanda di energia continua a crescere, dovrà crescere per forza anche la produzione.

Ma sull’elettrico il presidente di Nomisma è scettico perché le aspettative sono tante e i numeri potrebbero risultare di molto inferiori alle attese. Soprattutto sull’idea di far circolare milioni di veicoli elettrici entro il 2040. Realizzare più colonnine di ricarica, intanto, può costituire un piccolo passo verso una autentica mobilità “green”.

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