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Dalla Siberia all’Amazzonia, le foreste in fiamme e l’emergenza clima

La distruzione delle foreste è una delle principali cause del cambiamento climatico e dell’estinzione di specie a cui stiamo assistendo, oltre a essere spesso associata alla violazione dei diritti umani

Russia, la Siberia brucia, milioni di ettari di foreste distrutti

In Siberia gli incendi sono iniziati alla fine di giugno, colpendo tre regioni in particolare: la Yacuzia, la regione di Krasnoyarsk e la regione di Irkutsk. Le fiamme, il cui fumo ha rapidamente raggiunto le coste canadesi e statunitensi, hanno portato la perdita di oltre 4 milioni di ettari di foresta e l’emissione di più 166 milioni di tonnellate di anidride carbonica, all’incirca quanto viene rilasciato in un anno da 36 milioni di auto.

Tra gli effetti collaterali della catastrofe anche la produzione di “black carbon”, ovvero particelle nere che rischiano di finire nell’Artico e depositarsi sul ghiaccio, riducendone il potere riflettente e facilitando l’assorbimento di calore.

Le autorità sono state accusate di non aver provveduto a estinguere il fuoco precocemente. “Questi incendi avrebbero dovuto essere spenti immediatamente e invece sono stati ignorati […]” — ha dichiarato Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia.

In Russia, infatti, oltre il 90 per cento degli incendi, e fra questi anche parte di quelli divampati nell’estate 2019, avviene nelle cosiddette “zone di controllo”, cioè aree nelle quali la legge non prevede che debbano essere spenti.

Foresta amazzonica, vittima di fiamme e sfruttamento

Nel giro di breve tempo anche la foresta Amazzonica è stata fortemente colpita dalle fiamme. Come si legge in una nota di Greenpeace Italia, tra 16 e il 22 agosto sono stati registrati 6.295 focolai, il 19 per cento dei quali si è verificato in aree naturali protette di cui il 6 per cento appartenenti a diversi Popoli Indigeni. Nel periodo gennaio – agosto 2019, il numero di incendi nella regione è aumentato del 145 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018.

Incendi e deforestazione, documenta ancora Greenpeace, procedono di pari passo. Quest’anno il 75 per cento dei focolai si è verificato in aree che nel 2017 erano coperte dalle foreste e che successivamente sono state deforestate o degradate per lasciare spazio a pascoli o aree agricole.

Dall’inizio del 2019 sono stati quasi 94.000 gli incendi che hanno devastato il Brasile, 48.000 solo in Amazzonia. L’aumento durante il mese di agosto è stato del 196 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018.

Costi ambientali e umani

Una distruzione, quella in Amazzonia, alimentata da interessi economici e che ha portato conseguenze in termini di vita vegetale, suolo, emissioni di gas serra, clima, fauna locale e popolazioni indigene. Negli stati di Rondônia e Pará, ad esempio, gli incendi hanno mostrato chiaramente l’avanzata dell’agricoltura industriale nella foresta, per fare spazio, spesso, a pascoli per il bestiame e colture, soia in particolare, destinate alla mangimistica.

Da tenere in considerazione, inoltre, gli effetti sinergici del fuoco con altri tipi di disturbo. A parlarne, una ricerca condotta in Amazzonia sud orientale e pubblicata nel 2018 sul Journal Of Ecology. Gli scienziati hanno dimostrato che le combustioni sono in grado di produrre effetti non solo uccidendo direttamente gli alberi, ma anche nel lungo termine. Gli incendi, infatti, a causa delle cicatrici indotte dal fuoco e di una copertura forestale più aperta e accessibile, possono aumentare la vulnerabilità della vegetazione arborea ai danni del vento.

Comprendere i modelli di perdita forestale per un’efficace conservazione e gestione

Il bacino amazzonico conta circa 5,4 milioni di km2 di foreste tropicali contigue, occupando un ruolo centrale per l’assorbimento di carbonio. Lo si legge in uno studio, realizzato in collaborazione fra Brasile e Regno Unito, che spiega come i cambiamenti nell’uso del suolo in tali aree siano destinati ad avere conseguenze significative, con potenziali impatti sul clima sia in altre parti del Sud America sia in altri continenti.

Una risorsa la cui compromissione causa il deterioramento dei servizi ecosistemici con effetti a livello globale. E proprio in tal senso, il lavoro sottolinea l’importanza della comprensione dei modelli di perdita forestale al fine di gestire e conservare in modo proficuo questo patrimonio.

Minacciata dalle fiamme anche la foresta pluviale del bacino del Congo

Non solo Amazzonia. In pericolo, in Africa, anche la seconda foresta pluviale del Pianeta. Nella settimana dal 21 al 28 agosto, afferma Greenpeace Italia, sono stati documentati oltre 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella vicina Repubblica Democratica del Congo, principalmente in aree coperte dalla savana.

Il rischio era che le fiamme si potessero diffondere nella vicina foresta pluviale. La foresta del bacino del Congo, infatti, ospita milioni di indigeni, migliaia di specie animali e vegetali e immagazzina circa 115 miliardi di tonnellate di CO2 giocando un ruolo chiave nella regolazione del clima del Pianeta.

Il clima e l’uso del suolo sono collegati

Come affrontare l’attuale crisi climatica ed ecologica? Proteggere le foreste e proporre un nuovo paradigma per il sistema agro-alimentare: sono le soluzioni proposte dal nuovo Rapporto “Climate Change and Land” del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) presentato a Ginevra lo scorso 8 agosto.

Desertificazione, degrado suolo, gestione sostenibile del territorio, sicurezza alimentare e flussi di gas serra negli ecosistemi terrestri sono le tematiche analizzate dal Rapporto, dal quale emerge chiaramente il legame tra cambiamento climatico e uso del suolo.

Una gestione migliore del territorio può contribuire ad affrontare i cambiamenti climatici, ma non è l’unico rimedio. La diminuzione delle emissioni di gas a effetto serra da tutti i settori è fondamentale, mette in risalto la Relazione.

Il Report illustra come le foreste e le aree non forestali si differenzino per l’evapotraspirazione (e non solo). Quest’ultima, durante la stagione di crescita, raffredda la superficie terrestre a livello regionale e migliora la copertura nuvolosa che, a sua volta, riduce le radiazioni a onde corte in arrivo sul suolo, un impatto pronunciato ai tropici.

L’evapotraspirazione, inoltre, limita il deflusso superficiale, l’erosione del suolo e la perdita dei nutrienti. Questi aspetti, insieme alla capacità di assorbimento di anidride carbonica, sono solo alcuni degli importanti motivi per cui si dovrebbero ridurre i tassi di deforestazione.

Stephen Cornelius, consulente e responsabile IPCC per il WWF, ha commentato così il messaggio inviato dal Rapporto: “il modo in cui attualmente utilizziamo la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando al contempo la sua capacità di sostenere le persone e la natura. Dobbiamo vedere una trasformazione urgente nel nostro uso del territorio.

Foto per gentile concessione di Greenpeace Italia.

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