lunedì, Giugno 27, 2022
38.4 C
Roma
spot_imgspot_imgspot_img
spot_imgspot_imgspot_imgspot_img
HomeAgrinotizieCarbonio organico dei suoli, il sequestratore di CO2 in pericolo impoverimento

Carbonio organico dei suoli, il sequestratore di CO2 in pericolo impoverimento

Uno dei più importanti sequestratori di CO2 dell’atmosfera oggi è in pericolo. In Italia importanti superfici coltivate nella sola pianura emiliano-romagnola, presentano valori di carbonio organico inferiori allo 0,8%

Per una buona fertilità dei terreni il 2% è il livello minimo

Il carbonio organico è una componente della materia organica del suolo costituita essenzialmente da residui vegetali e animali; questi vengono interessati da processi di decomposizione, fermentazione e trasformazione operati dagli organismi viventi presenti nel suolo.

Immagazzinato in un determinato volume di suolo oltre a rappresentare un importante indice di qualità, ne esprime anche la capacità di sequestrare CO2 dall’atmosfera.
In Europa e in particolar modo nella pianura padana sono qualità che stiamo perdendo.

Difatti la pianura padana ospita larga parte dell’agricoltura e degli allevamenti nazionali.

E proprio durante il convegno Le nuove sfide dell’agricoltura: lo stoccaggio del carbonio nei suoli, svoltosi nei giorni scorsi presso la Regione Emilia-Romagna organizzato in collaborazione tra l’Accademia Nazionale di Agricoltura e l’Assessorato Agricoltura, Caccia e Pesca della Regione Emilia-Romagna, il problema ne è stato al centro.

Carbonio organico dei suoli, sequestratore di CO2 in pericolo impoverimento
La sala durante il convegno.jpeg

L’introduzione del convegno si è basata sui dati di recenti indagini della Comunità Europea: i terreni coltivati presentano concentrazioni di carbonio organico molto basse (17,8 g kg-1) rispetto a praterie e vegetazione naturale (40,3 e 77,5 g kg-1), stimando che circa il 75% di tutte le terre coltivate dell’UE abbiano concentrazioni in carbonio organico inferiore al 2%.

In Italia la situazione non va meglio, nella sola pianura emiliano-romagnola, importanti superfici coltivate presentano valori di carbonio organico inferiori allo 0,8%. Numeri questi che attivano un preoccupante campanello d’allarme sulla salute dei nostri suoli agricoli e la loro capacità di riduzione del carbonio in atmosfera.

Ma come si è arrivati a questa situazione? I relatori presenti hanno sottolineato il fatto che dagli anni Sessanta del Novecento, sia in Europa che in Italia, è iniziato un lento declino della qualità del suolo agricolo data dall’introduzione della modalità di “fertilizzazione artificiale del suolo” mediante concimazione chimica, che ha limitato progressivamente quella organica, portando a un degrado della stabilità di struttura del suolo evidenziato oggi da un calo consistente del contenuto in carbonio organico e dalla facile dispersione dei principali elementi nutritivi per le piante.

La giornata è stato un importante momento di riflessione per fare il punto della attuale situazione legata alla salute dei terreni agricoli in Italia, del ruolo sempre più importante che hanno nel contenimento delle emissioni di CO2 nell’atmosfera e di quanto si sta facendo per mantenere il carbonio organico presente.

Fertilità del suolo, la reitegrazione e dei suoi microrganismi organici

I relatori presenti hanno sottolineato il fatto che dagli anni Sessanta del Novecento, sia in Europa che in Italia, è iniziato un lento declino della qualità del suolo agricolo data dall’introduzione della modalità di “fertilizzazione artificiale del suolo” mediante concimazione chimica, che ha limitato progressivamente quella organica, portando a un degrado della stabilità di struttura del suolo evidenziato oggi da un calo consistente del contenuto in carbonio organico e dalla facile dispersione dei principali elementi nutritivi per le piante.

Pertanto la Comunità Europea nello stilare la strategia Farm to Fork per un sistema agroalimentare equo, salutare e rispettoso dell’ambiente, sollecita una consistente riduzione di pesticidi (50%), fertilizzati chimici (20%) e sostanze antimicrobiche (50%) entro il 2030 e allo stesso tempo il contenimento almeno del 50% delle perdite dei nutrienti, ed in particolare di carbonio organico.

Riuscire nella reintegrazione della fertilità del suolo significa prioritariamente ricostituirne la struttura attraverso l’applicazione di buone pratiche agricole e l’apporto sistematico e razionale di materiali organici disponibili per l’attività dei microrganismi.

Gli Strumenti utilizzati ad oggi non idonei e dannosi

Il suolo come sottolineato dai partecipanti al convegno, essendo una materia viva e naturale, necessita di materiale organico idoneo e tempi lunghi di sedimentazione delle sostanze.

In alcuni casi si utilizzano invece strumenti inutili o nocivi che già per il fatto di contenere carbonio vengono camuffati come ammendanti e fertilizzanti.

Come per il caso del “biochar”, alla lettera “carbone biologico” (il cui utilizzo come ammendate in agricoltura è stato regolato con modifica dell’allegato 2 del D.lgs 75/2010) che essendo un materiale ottenuto per pirolisi di biomassa, rappresenta uno strumento poco fruibile dai microrganismi con il rischio di venire progressivamente accumulato nel suolo come inerte, modificandone le caratteristiche fisiche.

Frequenti anche le criticità dovute all’utilizzo come fertilizzanti in agricoltura di fanghi di depurazione, causa la possibile presenza di composti organici nocivi quali inquinanti Organici Persistenti (POPs), interferenti Endocrini, sostanze farmaceutiche, droghe d’abuso, metalli pesanti.

L’Accademia ribadisce che l’attenzione va invece posta sugli ammendamenti organici come letame, compost e liquami animali, per la loro ricchezza in materia organica, la cui frazione stabile contribuisce a costituire l’humus, che a sua volta migliora le caratteristiche del suolo.

Il loro utilizzo permetterebbe anche di dare risposta alla gestione dei letami e liquami provenienti dagli allevamenti zootecnici ed in particolare la gestione dei letami e liquami ormai considerati “responsabili di almeno il 20% dell’emissione di gas climalteranti”, a cui si aggiunga che l’Italia è tra i Paesi della comunità in infrazione nell’applicazione della Direttiva Nitrati.

Si tratta quindi di investire in tecnologie non inquinanti in grado di simulare l’antico sistema delle concimaie, quali l’utilizzo di impianti di digestione anaerobica in grado di trattare liquami zootecnici, residui organici agroindustriali e frazioni organiche da raccolta differenziata di rifiuti urbani.

L’opportunità di tale tecnologia non sta solo nel recupero di energia rinnovabile come il biogas, ma anche nel controllare le emissioni maleodoranti e stabilizzare le biomasse prima del loro utilizzo agronomico, rispondendo agli indirizzi di riduzione dell’inquinamento atmosferico da gas serra, di cui il metano è uno dei principali responsabili.

Il regolamento CE n. 1774/2002 individua nella digestione anaerobica uno dei processi biologici che consentono il riciclo dei sottoprodotti di origine animale con la produzione di digestato da apportare al suolo come fertilizzate o ammendante.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

- Advertisment -spot_img

I PIù LETTI