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Carlo, la sentinella delle Dolomiti, tra ghiacci e Marmolada

Carlo Budel ha da poco superato i 40 anni e dopo una vita un po’ (tanto) disordinata, cerca serenità e la trova al cospetto delle mitiche Dolomiti,  in particolare vicino vicino, esattamente ai suoi piedi, a quella che è definita la “regina”, cioè la Marmolada

Carlo infatti, nato a Feltre, gestisce il rifugio più alto di questo incredibile roccioso patrimonio Unesco dell’umanità: è Punta Penìa, 3343 metri di altezza.

Se ne sta là da solo un sacco di mesi, da giugno a settembre (poi ritorna al suo paese, San Gregorio nelle Alpi), perché negli altri periodi “il rifugio è coperto dalla neve”, racconta a GPNews che lo ha disturbato una mattina di luglio mentre si sta bevendo il caffè in attesa dei suoi ospiti alpinisti che arriveranno qui dalle quote più basse. Tutta gente che giunge qui bene attrezzata, mica in scarpe da ginnastica, insomma, bisogna essere esperti, sapere che cosa si sta affrontando, “perché in montagna non si scherza, può diventare improvvisamente inverno anche in piena estate”, dice Carlo che esce dalla capanna per rispondere al cellulare, perché la struttura è protetta dalla  gabbia di Faraday, una specie di guscio metallico che la isola da qualsiasi campo elettromagnetico e quindi dentro è difficile riuscire a parlare.

Della “gabbia” Carlo Budel ne parla anche nel libro che ha ispirato questa intervista, perché protegge dai temporali che qui, a passa 3mila metri, sono davvero terribili (ma anche affascinanti). “Il mio primo temporale in cima alla Marmolada è giunto mentre dormivo. Sono sobbalzato. Sembrava fosse scoppiata una bomba, ma era la luce dei lampi a sconvolgermi di più. Tuoni e fulmini arrivano insieme, luce e rumore si manifestano nello stesso momento. Tutto si illumina. Sei letteralmente dentro il temporale”. Il libro è “La sentinella delle Dolomiti –  La mia vita sulla Marmolada a 3343 metri d’altitudine” (Ediciclo Editore), 144 pagine in cui la montagna è descritta e diventa una vera e propria maestra di vita.

Proprio così, Carlo?

Certo. La montagna insegna che bisogna andare avanti poco a poco, un passo alla volta, senza fretta, un piede dopo l’altro, in modo saldo, per non scivolare ma avanzare ben dritto.

Ma la montagna può fare paura?

No, anche quando il tempo cambia velocemente e ti trovi dentro la tempesta, ti aiuta a non lasciarti prendere dal panico o dallo sconforto. Ti dà la carica quando stai per mollare e ti sembra che non raggiungerai mai il tuo obiettivo. Invece no. Ti serve per avanzare.

Che posto è Punta Penìa?

Una capanna costruita dalla guida alpina Giovanni Brunner di Alba di Canazei alla fine degli anni quaranta: lo ha fatto riadattando un presidio militare austriaco della prima guerra mondiale, anche recuperando i materiali portati in quota dai soldati in quegli anni. Si giunge solo a piedi, è un luogo di sosta, senza distrazioni. Qui c’è il silenzio e la meraviglia delle montagne tutto intorno, ma puoi anche scambiare quattro chiacchiere, se ti va, riscoprendo la semplice bellezza del rapporto con le persone. E naturalmente è pure un modo per stare con te stesso, per ascoltarti, per capire quali sono i sogni da realizzare.

Carlo, cosa hai trovato qui?

Pace. Oggi sono una persona equilibrata, le montagne mi hanno curato e regalato tranquillità, fuori dalla frenesia di tante cose inutili, il possesso, i vestiti, lo sballo di vario genere. Stare qui mi dà una grande soddisfazione: sono la prima persona a veder spuntare il sole e la prima a vederlo andar via.

Sei sempre solo?

Per gran parte del tempo, quando non arrivano gli ospiti. Ma proprio solo no, talvolta mi viene a trovare Carlo Gracchio.

E chi è Carlo Gracchio?

Il capo dei corvi alpini, quassù di animali ci sono soltanto loro e due aquile che hanno fatto il nido qua davanti, sul Gran Vernel: quando viene in visita gli dò qualcosa da mangiare, prima era un po’ restìo ma ora che mi conosce accetta volentieri speck, formaggio, i miei dolci, niente più briciole di pane!

 

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