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Nasce la biologia marina forense: che cos’è?

Monica Andrenacci, poliziotta e biologa marina, è la prima dottoressa di ricerca nel campo della biologia marina forense. Sua la prima tesi di dottorato al riguardo, presso l’università di Pavia. Il giornale le ha girato alcune domande per saperne di più

Che cos’è la biologia marina forense?

La biologia marina forense è una nuova disciplina che ha l’obiettivo di applicare le conoscenze acquisite nell’ambito della biologia marina, in particolare sul biodeterioramento da parte di organismi marini su reperti di interesse investigativo, per fornire un supporto scientifico alle indagini su casi giudiziari che hanno come scenario l’ambiente marino. Il fine ultimo è quello di sviluppare, mediante studi e tecniche scientifiche, metodologie e protocolli operativi specifici per la raccolta, conservazione e trattamento di corpi di reato intenzionalmente o accidentalmente introdotti nell’ambiente marino.

Contribuisce a proteggere gli ecosistemi marini?

Più che proteggere gli ecosistemi marini ha lo scopo di chiarire come alcuni eventi che li hanno interessati si siano verificati. È una soluzione che riguarda il punto di vista giudiziario. Tutte le scienze forensi sono infatti definite come l’applicazione di tecniche e metodi scientifici alle tradizionali indagini investigative di carattere giudiziario.

Trovare su un reperto, come un’arma per esempio, un organismo appartenente a una specie marina tipica di una zona diversa da quella in cui è stato recuperato, può significare che il reperto si trovava o è transitato in un luogo diverso. Trovare su un cadavere recuperato in mare una specie di acqua dolce, potrebbe indirizzare la ricerca di una persona scomparsa lungo un corso d’acqua piuttosto che sulla costa o un’imbarcazione.

Come spiegare al cittadino “comune” l’importanza della biologia marina forense?

In un paese come l’Italia, con circa 8mila km di coste, l’ambiente marino è spesso teatro di eventi criminosi di diversa natura. Sono numerose le morti in mare ogni anno e i ritrovamenti di corpi e reperti sulle nostre coste.

Nonostante l’ambiente marino sia quindi spesso una “scena del crimine” e numerose siano le tipologie di reperti rinvenuti ritrovati sulle spiagge o in mare, come armi, veicoli, casse contenenti droga, le scienze marine per questi scopi sono ancora poco impiegate e sono pochi i dati scientifici a sostegno del loro utilizzo in ambito investigativo.

Negli ultimi anni, anche grazie al notevole progresso tecnologico e strumentale, numerose discipline “terrestri”, come chimica, botanica, genetica, entomologia, geologia, biologia, archeologia, antropologia… sono entrate nelle aule dei tribunali come nuovi strumenti da utilizzare per ricostruire la dinamica di un evento criminoso. Alcune rappresentano ormai un supporto indispensabile ai tradizionali metodi di indagine. In ambiente terrestre è infatti tutto molto ben codificato, dal sopralluogo, alla raccolta di prove, alle analisi sempre più avanzate che danno sempre più forza alla prova scientifica.

In ambiente marino invece non sono ancora state stabilite procedure standard, e non sono neppure ancora note quelle che potrebbero essere dal punto di vista biologico le prove da raccogliere per poter dimostrare un’ipotesi investigativa. È per questa ragione che è nata la volontà di creare le basi scientifiche per sviluppare linee guida inerenti il recupero, trattamento e conservazione di reperti giudiziari marini.

La biologia marina forense è un unicum in Italia?

Il progetto di ricerca, così come strutturato, quindi con la conduzione in parallelo di analisi di casi di studio e un’ampia parte sperimentale, è unico nel suo genere ed è stato sviluppato nell’ambito del Dottorato di Ricerca del Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Pavia in collaborazione con l’Istituto per lo studio degli Impatti Antropici e Sostenibilità in ambiente marino del CNR di Genova (IAS).

Nel resto del mondo, sono stati svolti alcuni esperimenti, specialmente sulla decomposizione in mare di surrogati del cadavere umano e analizzati alcuni casi di studio, ma il più della letteratura scientifica internazionale è dedicata a comparti di acqua dolce.

Quale è stato l’argomento della sua tesi?

Il suo titolo è “La biologia marina come nuovo strumento di indagine nell’ambito delle scienze forensi” ed è stata supervisionata dal dottor Marco Faimali dell’IAS (CNR) di Genova e dalla professoressa Anna Occhipinti, ordinario di ecologia presso l’Università di Pavia.

La può raccontare ai nostri lettori?

L’idea, come ho accennato sopra, è stata quella di sfruttare lo stesso tipo di approccio utilizzato in ambiente terrestre da alcune discipline, come l’entomologia e la botanica forense, che interpretano le tracce biologiche lasciate da una serie di organismi chiave, per trarne informazioni utili ai fini giudiziari.

Questo lavoro si è proposto quindi di codificare l’impronta marina generata dall’interazione fra organismi e i corpi di reato provenienti dal mare, per ottenere informazioni utili alle indagini retrospettive volte alla ricostruzione del loro percorso spazio-temporale.

In che modo?

Identificando innanzi tutto gli organismi chiave che a seguito di questa interazione sono in grado di lasciare tracce biologiche permanenti e inequivocabili della loro presenza, focalizzando poi lo studio sui loro cicli vitali e il tasso di crescita al fine di comprendere quanto tempo sia trascorso dalla immersione di un reperto, ed, eventualmente, se le specie marine presenti siano compatibili o meno con l’ambiente in cui è stato ritrovato.

Per far questo sono stati sottoposti a immersioni controllate in mare numerose tipologie di materiali di cui è stata analizzata la colonizzazione da parte degli organismi marini e di alcune specie in particolare.

Chi è lei, dottoressa Andrenacci, e quali sono i suoi prossimi progetti?

Sono una biologa marina e una poliziotta dei ruoli tecnici in forza alla Scientifica di Genova. Il mio progetto è quello di proseguire questa attività di ricerca e aggiungere quanti più tasselli a questa nuova disciplina, per poter vedere comparire un giorno, in un futuro dibattimento un nuovo elemento, accettabile dal punto di vista sia scientifico, sia  procedurale: la “prova marina”.

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