Plastica, la soluzione è nel riciclo chimico?

Scegliendo il riciclo chimico, nel 2030 potremmo arrivare ad recuperare il 50% della plastica mondiale, con una cifra indicativa di 74 milioni di tonnellate di plastica rigenerate

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Plastica, la soluzione è nel riciclo chimico? Scegliendo il riciclo chimico, nel 2030 potremmo arrivare ad recuperare il 50% della plastica mondiale, è proprio così? Molte aziende stanno muovendo nella direzione di quello che viene definito riciclo chimico con una serie diversificata di strategie industriali all’avanguardia. Alessandro Trentini, fondatore di Ideaplast, ha recentemente dichiarato in un articolo di Jacopo Giliberto apparso su Il Sole 24 Ore di sabato 27 luglio 2019: “La plastica riciclata ha potenzialità limitate, per sbloccare il settore del riciclo si dovrà arrivare a una famiglia di materiali plastici di origine diversa”. Il riciclo chimico potrebbe compensare, dunque, i vuoti che ancora permangono nel processo di riciclo di tipo meccanico.  Vediamo allora in cosa consistono le differenze tra il metodo attuale di riciclo della plastica, quello meccanico, e quello del riciclo chimico.

Il riciclo meccanico

Attualmente la plastica viene riciclata appunto meccanicamente con attrezzature che differenziano, triturano e ripuliscono la plastica per farne quello che viene definito “PET per alimenti”. Attraverso il riciclo meccanico, di plastica ne viene riutilizzata indicativamente solo il 20 per cento.

Il riciclo chimico

Il riciclo chimico è invece un processo che impiega tecnologie avanzate capace di “riconvertire” la plastica fino ad ora considerata non riciclabile, ad esempio tessuti o tappeti, per rigenerarla e trasformarla in altri oggetti di uso comune. Tramite il riciclo chimico i rifiuti di plastica vengono convertiti in materie prime ossia monomeri, oligomeri e idrocarburi superiori che nuove produzioni.

È il processo che viene chiamato “upcycling” migliorare il riutilizzo. Il riciclo chimico dovrebbe essere visto come una soluzione complementare al riciclo meccanico in caso di materiali difficili da riciclare (rifiuti non adeguatamente ordinati, multistrato o fortemente contaminati). Grazie al riciclo chimico qualsiasi forma di polietilene può essere utilizzato per produrre PET per uso alimentare. Si tratterebbe dunque di una soluzione all’avanguardia capace di raggiungere il già citato traguardo del 50 percento recupero della plastica mondiale entro il 2030. Tradotto in numeri: circa 74 milioni di tonnellate di plastica verrebbero rigenerate con il riciclo chimico.

Le imprese?

E le aziende? Come stanno procedendo da questo punto di vista? Il polo chimico integrato più grande al mondo è quello della Basf. Si parte dalla nafta per arrivare a migliaia di prodotti, medicinali, plastiche e tanto altro attraverso un ciclo produttivo dove nulla viene scartato, capace di realizzare isobutene per le gomme dalla nafta, oppure dall’acido citrico, scarto di produzione dell’isobutene, vitamina E o aroma di geranio, base del profumo per i detersivi. Il processo realizzato dalla Basf si chiama Chemcycling.

Factsheet ChemCycling

Come lo definisce l’azienda, “ChemCycling è il progetto di riciclo chimico di BASF. Tramite processi termochimici, i rifiuti in plastica sono scomposti fino a ottenere oli o gas utilizzati come materie prime per l’industria chimica. Queste materie prime possono sostituire i combustibili fossili nell’ambito della produzione Verbund di BASF ed essere impiegate per realizzare nuovi prodotti, compresa nuova plastica. Attraverso un sistema certificato da terze parti, si può destinare la percentuale di risorse riciclate per ogni prodotto”.

Altra azienda che intende operare in “modalità riciclo chimico” è Novamont. Novamont da tempo adottato un modello di bioeconomia intesa come rigenerazione territoriale con la produzione di bioplastiche biodegradabili e compostabili e nel 2011 ha dato vita ad un progetto di alleanza con l’Eni per la realizzazione in Sardegna, a Porto Torres, di impianti per la produzione di monomeri, additivi, e polimeri biodegradabili ottenuti da oli vegetali e scarti agricoli.

Come riportato in un articolo da ZEROSPRECHI.EU: “Anche Gr3n è un’azienda tecnologica innovativa, che ha sviluppato un processo di riciclo chimico per alcune tipologie di plastiche, nella fattispecie per il PET (utilizzato principalmente per la produzione di imballi: bottiglie per bevande e vaschette per alimenti) e per il poliestere (la fibra più utilizzata al mondo per la produzione di tessuti)”.

Innovazione al centro del processo

Con il riciclo chimico, dunque, ci troveremmo di fronte alla possibilità di un riciclo “upcycling”, non in perdita, rispetto al “downcycling”, il sistema non arriva alla massima copertura. Interessante consultare anche questo articolo di cui segnaliamo volentieri il link.

Il riciclo chimico si differenzia dal riciclo meccanico attualmente utilizzato, poiché ritorna ai monomeri, ovvero i componenti di base per la produzione della plastica. In questo modo si riuscirebbe a produrre nuova plastica senza degradazione. In buona sostanza il riciclo chimico chiuderebbe circolarmente il ciclo di vita della plastica, esattamente come accade per vetro e alluminio. E si farebbe prima, forse, del 2050 a dare alle 330 milioni di tonnellate di plastica prodotta ogni anno. Se pensiamo che dei 2,5 miliardi di bicchieri da caffè usati dagli inglesi, solo lo 0,25 per cento viene riciclato, tecnologie all’avanguardia, in abbinamento a comportamenti responsabili, potrebbero costituire una chiave di volta.

L’innovazione è un aspetto importante delle nuove procedure. ieri sera nel corso di una puntata di Linea Notte si stgmatizzava con preoccupazione la “deindustrializzazione” in atto nel Sud e nel paese se è vero che la crisi delle industrie coinvolge, seppur con percentuali differenti, il Centro Nord. Settori come quelli della chimica, dell’energia, della siderurgia, sono strategici per il nostro paese. Il riciclo chimico potrebbe assumere un ruolo determinante anche in questo senso.

 

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