Yamina Oudai Celso, filosofa oltre “Gli angusti limiti del politicamente corretto”

Yamina Oudai Celso, filosofa e giornalista, nel suo ultimo volume Gli angusti limiti del politicamente corretto, riporta alla solidità del "pensiero forte" e all'estetica della parola in opposizione al magma banalizzante della retorica dell'omologazione di massa

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Yamina Oudai Celso, filosofa, scrittrice e giornalista italiana, donna capace di andare oltre i luoghi comuni a cui siamo avvezzi da tempo e soprattutto abile a utilizzare la parola con la forza del martello, per citare il genio di Friedrich Nietzsche che Yamina Oudai Celso ha definito “primo psicologo” e “genealogista del “ressentiment”. La scrittrice, nel suo ultimo volume, Gli angusti limiti del politicamente corretto” (ED-Enrico Damiani Editore, Antilogiche, Contro mitologie e gerghi contemporanei, Brescia, 2019, pp. 138), titolo già “imaginifico” ed esemplare. stigmatizza l’attualità, evidenziando le incongruenze del pensiero che annaspa di fronte alle rigide codificazioni ideologiche del mondo contemporaneo.

L’autrice pone una questione fondamentale ossia ne Gli angusti limiti del politicamente corretto ossia come superare l’automatismo della faziosità del pensare e come stimolare quell’attitudine critica che dovrebbe distinguere una platea pensante da una moltitudine eterodiretta. Attitudine critica che è alla base dell’arte e della libertà di espressione. In questa intervista, Yamina Oudai Celso ci riporta al “politicamente scorretto” che è l’essenza del libero pensare. Perché, come dirà più avanti, “fondamentale è poi anche smascherare quell’inconscio ed ancestrale bisogno di accettazione e di appartenenza ad un gruppo sociale che queste dinamiche sottendono”.

Yamina Oudai Celso ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Oltre che nell’ateneo veneziano, ha svolto attività di ricerca e insegnamento accademico anche all’Università Bicocca di Milano, all’Université Paris 7 Diderot ed è stata Balzan Prize Post-Doctoral Fellow all’Università di Ginevra. Ha inoltre collaborato alle pagine culturali dei quotidiani veneti del Gruppo L’Espresso e del Fatto Quotidiano. Attualmente vive e lavora a Parigi. Tra le sue principali pubblicazioni ricordiamo “Freud e la filosofia antica. Genealogia di un fondatore”, Bollati Boringhieri 2006.

Partiamo dal titolo del volume: Gli angusti limiti del politicamente corretto. Come nasce un titolo così esplicativo in un mondo di “contraffazione” e disinformazione costante?

Tutto parte dalla constatazione di un dato piuttosto evidente, e cioè dal fatto che l’epoca in cui viviamo sembra intossicata da una sorta di ossessione per la faziosità ideologica, ovvero dall’ansia di incasellare ogni soggetto parlante in contrapposizioni grossolane ed iper-semplicistiche, come quella tra elitisti e populisti, globalisti e sovranisti, maschilisti/femministi, progressisti/conservatori, buonisti/fascisti e così via.

Nel mio libro tento di ripensare il concetto di “politically correct”, che nel linguaggio corrente sembra coincidere con l’obbligo di adesione incondizionata a una serie di eufemismi e tic linguistici tipici di un certo progressismo stereotipato in auge tra i democratici moderati statunitensi dagli anni ’50 in poi, tentando di dimostrare come invece esso sia, a ben guardare, un fenomeno innegabilmente “bipartisan”, cioè non identificabile in un solo e specifico schieramento politico.

Se infatti risaliamo alle radici remote di quest’espressione, scopriamo che nel lontano 1934 il New York Times ricorre per primo alla dicitura “politically correct” riferendosi niente meno che alla Germania nazista, ovvero evocando una serie di concessioni accordate dallo stato tedesco “solo ai ‘puri Ariani’ le cui opinioni fossero politicamente corrette”.

Si tratta a mio avviso di un indizio molto interessante, a partire dal quale ci rendiamo conto di come in realtà ci si possa imbattere nella schiavitù del PC (è questo l’acronimo con cui di solito viene abbreviato) ogniqualvolta siamo dinanzi ad un’ortodossia ideologica di qualsiasi tipo che pretenda di imporsi come dominante e indiscutibile.

Dunque, per citare qualche esempio concreto, dal PC deriva la mania sinistrorsa di giustificare, in nome di un malinteso multiculturalismo, alcune usanze islamiche gravemente lesive dei diritti umani (come la sottomissione della donna, il burka e affini), ma anche l’insopportabile insistenza, tipicamente di destra o “teocon”, sul tema dell’antiabortismo e sulla demonizzazione della donna che interrompe la gravidanza, cui qualcuno si permette addirittura di rivolgere l’epiteto di “assassina”. Ovviamente nel libro gli esempi, sull’uno e sull’altro versante (destra e sinistra), sono ben più vari e numerosi.

Come possiamo districarci nel ginepraio dei giudizi faziosi e andare andando al di là degli schematismi?

Bisogna innanzitutto tener presente che la stessa nozione di “political correctness”, ovvero l’idea di una demarcazione netta tra ciò che si può/si deve dire e il proibito o l’inammissibile, esprime secondo me l’adesione a quello che gli psicologi cognitivi chiamano “pensiero dicotomico o binario”: per intenderci, quello tipico delle favole infantili, dominate da schiere di “buoni” contrapposti ai “cattivi” e simili.

Diventare consapevoli della puerilità e dei limiti di questa “forma mentis” semplicistica, di questo “story-telling” anche mediatico che uccide ogni finezza analitica e irrigidisce ogni presa di posizione (perfino quelle originariamente condivisibili) è già un primo indispensabile passo per ricominciare a pensare con la propria testa: non a caso, nel libro paragono il PC ad un vero e proprio “botox” del pensiero critico.

Fondamentale è poi anche smascherare quell’inconscio ed ancestrale bisogno di accettazione e di appartenenza ad un gruppo sociale che queste dinamiche sottendono. Le risorse alle quali attingere per coltivare un’autonoma visione delle cose consistono innanzitutto in un’irrinunciabile laicità (cioè rifiuto di soggiacere all’autorità o ai condizionamenti religiosi di qualsiasi tipo), e poi nell’attingere agli indispensabili contributi delle scienze, delle arti e –last but not least– della filosofia, che in tutto il suo percorso millenario, e secondo me soprattutto attraverso le voci di alcuni autori da Kant a Foucault, da Nietzsche a Marx e a Freud, ha tematizzato proprio il problema del “come” conosciamo le cose, cioè quanta effettiva libertà esercitiamo e quali condizionamenti inconsapevoli subiamo nei nostri tentativi di decifrare la realtà.

Con l’avvento dei social, ci troviamo davvero davanti al fenomeno di una vacua libertà di espressione?

Ritengo che i social media siano dei semplici strumenti di comunicazione, esattamente come il telefono, l’e-mail, la televisione etc.: di per sé non possiedono un’indole positiva o negativa ma semplicemente veicolano i contenuti che i singoli utenti vi immettono, facendone un uso che per forza di cose riflette il livello culturale e la cifra antropologica delle varie persone.

Quella che Fruttero e Lucentini brillantemente definivano “la prevalenza del cretino” è una tragedia secolare che nasce ben prima di Facebook o Twitter. Inoltre le nostre esistenze si compongono di tanti registri espressivi e situazioni diverse, che inevitabilmente si riflettono anche nel nostro utilizzo dei social: a me capita di postare con altrettanta naturalezza immagini ludiche o frivole, come le foto delle vacanze o i selfie, ma anche un’infinita quantità di poesie, brani di letteratura o filosofia, arie di opere liriche, articoli di stampa italiana e straniera o altri tipi di contenuti da cui spesso scaturiscono dibattiti e scambi di opinioni tutt’altro che banali, talvolta con interlocutori lontani o magari residenti in altri paesi.

So bene anch’io che esistono i troll, gli haters etc., ma diversamente dall’ottimo Eco ritengo che i social non si siano limitati soltanto a “dare la parola a legioni di imbecilli” (i quali peraltro hanno sempre goduto di ottima amplificazione anche attraverso quel mezzo televisivo che annovera tra i propri pionieri lo stesso Eco), perché mi sembra che invece abbiano anche fornito un ulteriore canale di comunicazione a chi imbecille non è.

Il politicamente corretto: quale tipologia individuale e politica meglio ne incarna oggi l’essenza?

Nel libro descrivo due tipologie umane ricorrenti, cioè due stereotipi antropologici apparentemente contrapposti ma in realtà perfettamente equivalenti e secondo me ugualmente inaccettabili: da un lato le cosiddette “anime belle” (termine di invenzione neoplatonica), ovvero gli autoproclamati paladini del Buono e del Giusto che paradossalmente, a dispetto di tutta una serie di giaculatorie inneggianti a rispetto e democrazia, sono pronte a stigmatizzare o censurare a priori, con inaudita violenza, ogni germe di dubbio o dissenso.

Sull’altra sponda troviamo invece i “bastian contrari” (anche qui un epiteto dalle interessanti ascendenze letterarie), cioè i cultori del “politicamente scorretto” fine a se stesso, che si limitano semplicemente a cercare di “épater le bourgeois” contrapponendosi per partito preso a tutto ciò che affermano gli appartenenti alla fazione opposta.

Per chiarire ancora meglio, accanto a quella che Robert Hughes etichettava come “cultura del piagnisteo” (ovvero le cautele e gli eufemismi talvolta eccessivi con cui si fa riferimento a determinate categorie sociali fragili o presunte tali) esiste una simmetrica cultura dell’insulto e del turpiloquio dozzinale (penso ad esempio ai titoli di certi quotidiani) che secondo me soggiace ad un identico meccanismo, cioè a quello che Freud avrebbe etichettato come “narcisismo delle piccole differenze”.

In pratica, ci si aggrappa a qualsiasi dettaglio o elemento di difformità per tentare di distinguersi dagli “altri”, al fine di costruirsi una parvenza di identità come membri di uno schieramento o gruppo sociale di riferimento (sia esso quello dei “corretti” o degli “scorretti”) all’interno del quale sentirsi integrati, accettati e legittimati.

Da filosofa, come vedi la situazione attuale della nostra politica?

Vedo ovunque, cioè in qualsiasi schieramento politico, sia in Italia sia all’estero, un’overdose di volgarità, pochezza, meschinità e clamorosa impresentabilità sia etica sia culturale e intellettuale da parte di quella che oggi si arroga il ruolo di cosiddetta “classe dirigente”. Tanto per essere brutalmente chiari, salvo rarissime eccezioni e con particolare riferimento al caso italiano, si tratta di gente con un curriculum professionale e un background di studi largamente inferiore a quello che oggigiorno si richiede ad un “signor nessuno” per essere assunto in un qualsiasi call-center.

Il resto, cioè lo spettacolo immondo al quale oggigiorno assistiamo, è solo una logica conseguenza. Anch’io, come tanti, vorrei che esistesse una vera sinistra, degna di tal nome e all’altezza della sua storia, capace di operare efficacemente per il bene comune, ma al momento non vedo in giro nulla di lontanamente paragonabile ad una forza realmente progressista e attiva contro il dramma delle disparità sociali, delle oppressioni e della crescente mortificazione dei diritti dei lavoratori: a parte qualche isolatissimo e meritorio tentativo da parte di esponenti subito bollati come “radicali”, nella maggior parte dei casi prevalgono i cascami di una pseudo-sinistra puramente nominale del tutto appiattita sulle istanze del neoliberismo e sull’egemonia dei poteri economici, scandalosamente ipocrita e negazionista verso tutta una serie di violenze e soprusi sociali evidentissimi: in tal senso trovo assolutamente impeccabili i rilievi critici di Federico Rampini nel suo recente saggio “La lunga notte della sinistra”: è questa dolorosa assenza che scatena il proliferare di tutte le alternative politiche più improbabili.

Rispetto al passato, politicamente, abbiamo subito una involuzione? Sembra effettivamente che ci si preoccupi delle parole, appunto del politicamente corretto, per coprire il vuoto dei contenuti

A questo proposito mi sembrano largamente condivisibili le analisi di Chomsky e di tutti quegli autori che evidenziano come la sbornia della cosiddetta “post-ideologia” sia connessa al tema della fabbricazione mediatica del consenso o manifacturing consent: al capitalismo globale selvaggio e a chi esercita il potere politico (o quel che ne resta) fa molto comodo diffondere una narrazione (o, come si usa dire oggi, uno story-telling) univoca, piatta e a-problematica, ovvero una sorta di Vangelo laico basato su quel pensiero dicotomico o binario sul genere buoni/cattivi, bianco/nero di cui parlavo all’inizio.

Una società contraddistinta da un senso critico indebolito e annacquato, che si muove per stereotipi e slogan e che soprattutto non osa mettere in dubbio alcuni dogmi intoccabili (quale ad esempio quello della crescita economica ad oltranza, anche a costo di creare una nuova filiera di schiavi 2.0), è molto più facilmente manipolabile e gestibile da chi comanda. E poi, come osservavamo poc’anzi, non va trascurato il fattore psicologico-identitario, ovvero il disperato sforzo di sopperire al proprio vuoto di identità personale costruendosene una basata sull’appartenenza acritica ad una “fazione” sociale, che sia quella dei “corretti” o degli “scorretti”.

Perché hai pensato di scrivere questo libro? C’è un motivo scatenante o nasce da una serie di riflessioni che hai semplicemente sentito il bisogno di esprimere?

Ho voluto scrivere di questo argomento innanzitutto perché sono, per mia natura e per il retaggio di certi miei “gusti” filosofici, particolarmente insofferente ai diktat, alle ipocrisie e alle convenzioni, sia morali sia ideologiche. Ma soprattutto perché mi sono accorta che il PC non è più circoscritto alla sola sfera dell’attualità, della politica o dei media, cioè in contesti fisiologicamente orientati alla costruzione del consenso, ma imperversa ormai addirittura anche negli ambienti intellettuali e accademici, dove dovrebbero nettamente prevalere il rigore logico e il rispetto per le argomentazioni teoriche.

E invece, anche lì, se non ti allinei, se non ti schieri dalla parte giusta, sei spesso e volentieri stigmatizzato ed emarginato. Siamo giunti al punto che perfino alcuni illustri studiosi come l’africanista Kajsa Ekholm, che in un suo saggio aveva osato mettere in discussione l’efficacia del modello di integrazione svedese, e suo marito, l’antropologo americano Jonathan Friedman, sono stati entrambi bersagliati da incredibili accuse di filo-razzismo e xenofobia da parte dei loro stessi colleghi di establishment. Oltre a loro, un esponente celebre e stimato del pensiero laico come Richard Dawkins è stato tacciato di islamofobia. Ecco, se perfino nelle università si innesca la “caccia alle streghe” negando la possibilità di confrontarsi serenamente su ogni argomento, c’è veramente di che allarmarsi.

Se la cultura è spirito critico e la capacità di interrogarsi scarseggia, come riuscire a trovare una reale libertà di espressione?

Innanzitutto, come dicevo, è indispensabile accordare alle arti e alle scienze tutto lo spazio che meritano, senza censure e soprattutto senza indulgere ad alcuna reverenza verso confessionalismi e settarismi religiosi di qualsiasi tipo. Ad esempio io non capirò mai perché troppe persone si ostinino a demandare a preti o asceti di vario tipo, ovvero a persone istituzionalmente votate alla castità e dunque incompetenti per materia, il compito di indirizzare la loro vita intima, sentimentale o familiare, invece di rivolgersi a psichiatri, sessuologi, ginecologi o professionisti che abbiano acquisito competenze specialistiche su questi temi.

La provocazione della conoscenza e del valutare con la propria testa cosa sia giusto o sbagliato, ovvero quella “disobbedienza” che la tradizione cristiana stigmatizza come peccato originale, deve invece diventare una pratica salutare e quotidiana: a questo proposito Foucault aveva coniato l’eloquente formula del “pensare contro di sé”, che non è una vacua declinazione del pensiero debole o una ricaduta nel dubbio universale, ma semplicemente l’obbligo di mettere in discussione tutto ciò che ciascuno di noi ha sempre percepito come evidenza ovvia o consolidata.

E, a ben guardare, questo atteggiamento dis-sacrante o rivoluzionario dovrebbe tornare ad essere il tratto distintivo di una sinistra oggi troppo spesso appiattita sulla soggezione al PC, come hanno rilevato anche i redattori della rivista Micromega, che qualche tempo fa dedicarono all’argomento un eccellente numero monografico dall’inequivocabile titolo: “Contro il politicamente corretto”, con tanto di “origine du monde” di Courbet in copertina.

Come vedi l’Europa? Ha senso ancora una Unione Europea così concepita?

Trovo molto opportuna e intelligente la distinzione implicita nella tua domanda, ovvero l’attenzione a non confondere il concetto di Europa, o civiltà europea, che è un dato storico-culturale innegabile e un’eredità preziosa, con la cosiddetta Unione Europea, ovvero con l’insieme delle istituzioni giuridiche e burocratiche attualmente preposte a gestire il vecchio continente.

È proprio in virtù di questa fondamentale differenza che mi è sempre parsa molto sterile e tendenziosa la finta contrapposizione, tanto sbandierata dai media, tra i cosiddetti “sovranisti” e gli “europeisti”: nessuno, nemmeno il campanilista più ottuso, può verosimilmente spingersi al punto di negare la comune appartenenza di tutti gli stati nazionali ad un’identità europea comune.

Al tempo stesso, però, neppure il più sfegatato degli europeisti può azzardarsi a negare l’evidenza, ovvero a propalare la clamorosa balla, nella quale neanche gli europeisti della prima ora ormai più credono, che l’attuale assetto istituzionale e politico degli organismi europei rappresenti il migliore dei mondi possibili. Tutti oggi unanimemente ammettono l’urgenza di modifiche profonde, a tal punto che gli stessi esponenti delle istituzioni europee negli ultimi anni si sono esibiti in reiterati “mea culpa” sul cosiddetto dogma dell’austerity che tante sofferenze ha arrecato alla Grecia e non solo.

Se l’Unione Europea fosse davvero in grado di tutelare i diritti individuali e la prosperità economica di ciascuno dei suoi stati-membri più efficacemente di quanto sappiano fare i singoli paesi, si riuscirebbe perfettamente a scongiurare la tentazione di tornare al “fare da soli”: i presupposti per un ripiegamento sui nazionalismi si creano secondo me proprio in presenza di vuoti di tutela o di incoerenze normative a livello europeo. D’altra parte sul fatto che la moneta unica potesse innescare squilibri economici tra i vari paesi e altre ripercussioni negative, si erano già espressi vari economisti premi Nobel, come Paul Krugman, Joseph Stiglitz e lo stesso Amartya Sen: bisognava ascoltarli e leggerli più attentamente.

A proposito di politicamente corretto: si fanno molte parole sulle “pari opportunità”. E la violenza nei confronti delle donne?

Nel libro cito a questo proposito le illuminanti riflessioni di Elizabeth Badinter, voce storica ed “eretica” del femminismo e della sinistra francese, che denuncia a chiare lettere le pesantissime derive misogine sdoganate da chi, in nome di un malinteso “multiculturalismo” (da molti erroneamente confuso col pluralismo), ha tentato di silenziare con l’accusa di islamofobia chiunque evidenziasse il carattere oggettivamente abusivo e lesivo dei diritti umani di alcune leggi e tradizioni musulmane.

“Provateci voi ad indossare la gonna in certi quartieri”, esorta provocatoriamente la Badinter alludendo al degrado di alcune periferie francesi a prevalenza islamica dove per le donne non velate è diventato pericoloso perfino camminare per strada. Del resto, come dicevo all’inizio, analoghe ripugnanti forme di misoginia sono anche quelle manifestate da papi e preti quando si permettono addirittura di additare come “assassine” le donne che, per le più disparate ragioni, assumono la sempre dolorosa decisione di abortire.

Dunque, anche qui torna utile a mio avviso la sintesi lapidaria della Badinter, secondo la quale non può esserci femminismo senza laicità, dato che le religioni continuano a rivelarsi, oggi come ieri, pericolosi e retrogradi veicoli di discriminazioni di genere: possiamo superarli solo decidendoci finalmente a riconoscere, senza se e senza ma, che i principi democratici di uguaglianza uomo/donna, rispetto dei diritti umani etc. sono la pre-condizione indispensabile che nessuna confessione religiosa deve azzardarsi a disattendere.

A tal proposito esiste anche un eccellente saggio di Cinzia Sciuto dall’inequivocabile titolo “Non c’è fede che tenga”. Il tema è dunque molto vasto e articolato e nel capitolo del mio libro intitolato “Pseudo-femminismi e loro veleni” cerco di analizzare il paradossale atteggiamento di certe sedicenti paladine della causa femminista che, tradendo spudoratamente lo spirito sessantottino della rivoluzione sessuale e della sacrosanta liberazione del corpo della donna da certi assurdi pudori patriarcali, preferiscono accanirsi contro le splendide modelle di Victoria’s Secrets invece di indignarsi quando certe parlamentari o esponenti istituzionali si presentano con il capo coperto o velato, in segno di femminile sottomissione, alle udienze con i rappresentanti di paesi islamici o dinanzi al papa.

Parliamo di una tema caldo: l’immigrazione: è davvero possibile una accoglienza siffatta?

Non sono un’esperta di migrazioni e, diversamente dai tanti che si fingono tali, non sono in grado di proporre ricettine miracolose di facile attuazione o slogan un tanto al chilo, ma proprio per questo non posso fare a meno di indignarmi per l’oscena e spudorata strumentalizzazione di questo tema da entrambe le parti: le due opposte retoriche dei “porti aperti” e dei “porti chiusi” mi sembrano ugualmente ottuse e irresponsabili, perché qualunque individuo minimamente capace di intendere e di volere dovrebbe capire che l’imperativo “accogliamo tutti” è assurdo e impraticabile esattamente tanto quanto il “respingiamo tutti”.

Secondo me bisognerebbe piuttosto riportare al centro del dibattito, a 360 gradi, la questione del rispetto dei diritti di OGNI essere umano, indipendentemente dalla sua nazionalità: con quale faccia tosta ci si può spacciare per caritatevoli e umanitari nei confronti dei migranti sapendo che la stragrande maggioranza di loro verrà umiliata e degradata come carne da macello?

Quanto siamo “umani” a consentire che vengano reclutati nel racket della prostituzione, nel traffico illecito degli organi o, al pari di tanti lavoratori “indigeni”, come manodopera a bassissimo costo, cioè veri e propri schiavi che stramazzano sui campi agricoli per 2 euro l’ora? Pierluigi Battista lo ha denunciato a chiare lettere in un suo recente articolo sul Corriere della Sera, sottolineando come molti stranieri, oltre a percepire infime retribuzioni, siano costretti a lavorare senza poter beneficiare neppure delle norme di sicurezza che dovrebbero tutelare la loro incolumità fisica, come nel caso di muratori ed operai. E come ricorda Rampini, lo stesso Marx dedicò pagine importantissime al tema del rapporto tra ondate migratorie e impatto sui salari e sui diritti dei lavoratori residenti.

Nietzsche dice : “Bisogna avere ancora del Caos dentro di sé per poter generare una stella danzante”. Il caos che viviamo oggi può ancora creare qualcosa per il futuro di giovani e meno giovani?

In quella frase nietzscheana viene evidenziato un cruciale legame tra il caos (ovvero l’entropia di cui discutevano i fisici del tempo) e il processo generativo o creativo che riguarda sia l’universo sia il singolo individuo. Nell’ottica di Nietzsche la generazione è un compito infinito che dura una vita intera (cioè ben più dei nove mesi di gravidanza che preludono alla nascita di un essere umano o dei ventidue necessari a mettere al mondo un elefante), poiché l’obiettivo che essa si prefigge è straordinariamente ambizioso e coincide col “diventare ciò che si è”, ovvero realizzare la propria autentica natura, portare a compimento l’essenza profonda di ciascuno e dunque andare oltre quei modelli di esistenza standardizzati e limitanti da cui siamo circondati.

Nella prospettiva nietzschana continuare ad avere caos, e dunque energia creativa dentro di sé, significa non rinunciare ad esporci alla percezione drammatica della tragedia, dell’oscurità e della complessità spesso insensata che osserviamo dentro e fuori di noi. In altre parole si tratta di sopportare ed esplorare questa insensatezza senza preclusioni, cioè senza tentare di sovrapporre ad essa le griglie prestabilite di pregiudizi morali o preclusioni teoriche (quali appunto, ad esempio, quelle del “politically correct”).

Da questo punto di vista, raccogliere la sfida del caos significa accettare di scandagliare contraddizioni e lati oscuri senza accontentarsi di soluzioni preconfezionate, ovvero facendo proprio il motto enunciato dal drammaturgo latino Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (Sono un uomo e ritengo che nulla di ciò che è umano debba rimanermi estraneo).

Per concludere: tra i tuoi libri troviamo “Freud e la filosofia antica. Genealogia di un fondatore” ancora a sottolineare la connessione tra filosofia e psicologia. Ci salverà la loro bellezza di fronte al nulla che impera? O qualche altra forma di bellezza è possibile per non annegare negli angusti limiti del politicamente corretto?

Come ho cercato di chiarire nelle precedenti risposte, quando analizziamo le rigidità e le storture del politicamente corretto la filosofia e la psicologia servono innanzitutto a renderci consapevoli di certe inconsce debolezze cognitive che ci inducono ad aderire ad alcune credenze o pregiudizi non per autentica convinzione critica ma piuttosto per una sorta di ancestrale e primitivo bisogno di riconoscimento o appartenenza a un gruppo sociale.

E queste pulsioni aggregative o faziose che da un lato possono sembrare “adattive”, nel senso della fitness darwiniana, cioè funzionali alla nostra sopravvivenza sociale, dall’altro ci allontanano da una visione libera e disincantata delle cose, poiché, come direbbe Nietzsche, l’evoluzione non coincide necessariamente col progresso. Se invece parliamo di “bellezza” in senso stretto, quest’ultima si identifica a mio avviso, più che nella filosofia o nella psicologia, nel mondo delle arti, ovvero della pittura, del teatro, della letteratura, della musica etc.

Da questo punto di vista, come scrivo nel libro, l’arte rappresenta l’antitesi più radicale ai dogmi del politicamente corretto proprio perché, come affermava Abbagnano, ogni creazione artistica è un “progetto di osservazioni possibili”, cioè un invito ad osservare la realtà secondo chiavi di lettura originali e inedite che volutamente e programmaticamente si distaccano da quella normatività univoca del “si dice così” o “si pensa colà”.

Proprio per questa ragione nel libro insisto ripetutamente sulle violente aggressioni che il “politically correct” continuamente produce contro le libertà artistiche, e a tal proposito cito numerosi esempi, dalle statue dei Musei Capitolini censurate in occasione della visita del capo di stato iraniano ai manifesti della mostra di Tamara de Lempicka oscurati durante il passaggio del corteo papale, fino alla ridicola epurazione del finale della Carmen di Bizet del Maggio Fiorentino tacciato di incitamento al femminicidio.

Cosa ti auguri?

Intanto voglio rivolgere il mio più vivo ringraziamento a voi di Green Planet News e poi augurarmi che tutti i miei futuri lettori abbiano voglia di accostarsi a ciò che ho scritto con la stessa vostra curiosità e volontà di approfondimento critico.

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