Dalla povertà delle campagne marchigiane all’Assemblea Costituente. A cinquant’anni dalla scomparsa di Adele Bei, partigiana, sindacalista e madre della Costituzione, la pronipote Belinda Malfetti, professionista della comunicazione e autrice, riflette sulla memoria familiare, sui diritti delle donne, sulla sostenibilità sociale e sul significato della partecipazione democratica, anche alla luce dei recenti episodi di violenza a Milano.
Il 15 ottobre sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di Adele Bei. Una ricorrenza che sembra non aver ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato.
Devo confessare di esserne rimasta sorpresa e anche un po’ amareggiata. Non voglio dire che Adele sia stata dimenticata, sarebbe ingeneroso nei confronti di chi continua a studiarla e ricordarla. Ma cinquant’anni sono un anniversario importante, soprattutto per una donna che ha contribuito a costruire il Paese nel quale viviamo.
Naturalmente parlo anche da familiare. Quando raccontiamo queste donne, celebriamo il coraggio, le battaglie, le conquiste politiche. Molto più raramente ci soffermiamo su ciò che quelle scelte sono costate.
Adele aveva due figli, Angela e Ferrero, dai quali fu separata per anni. Il carcere, il confino, la clandestinità. Penso alle assenze, agli affetti, a tutte quelle piccole cose che costituiscono la sostanza di una famiglia. Adele ha sottratto una parte della propria vita familiare per contribuire a dare dignità, libertà e diritti alle famiglie degli italiani. Una generosità civile che meriterebbe ben altra attenzione.
Adele proveniva da una famiglia poverissima delle Marche e aveva conosciuto il lavoro nei campi fin da bambina. Che legame vede tra le sue battaglie e il concetto contemporaneo di sostenibilità?
Un legame molto profondo, anche se sarebbe storicamente sbagliato attribuirle una sensibilità ambientalista nel significato che le diamo oggi. Adele conosceva la fatica, la povertà, il lavoro, non attraverso i libri ma attraverso la propria vita. Per lei la dignità non era un concetto astratto.
Oggi parliamo giustamente di tutela dell’ambiente, di filiere sostenibili, di qualità delle produzioni. Ma dovremmo ricordarci che dietro ogni prodotto, ogni territorio, ogni impresa, ci sono delle persone. Non possiamo considerare sostenibile un sistema che rispetta la terra ma non chi la lavora, che tutela le risorse naturali ma dimentica quelle umane. La sostenibilità non è soltanto una questione ambientale o tecnologica. È una cultura della responsabilità, che deve tenere insieme economia, diritti, lavoro e qualità della vita.
A proposito di responsabilità, i recenti episodi di violenza che hanno coinvolto tanti giovani a Milano hanno riacceso il dibattito sul significato della protesta. Che cosa ne pensa?
Penso che sia necessario recuperare il significato delle parole, prima ancora di discutere delle ragioni. La protesta è un diritto fondamentale, una delle espressioni più importanti della democrazia. Ma quello che abbiamo visto nelle strade di Milano, con devastazioni, saccheggi e aggressioni alle forze dell’ordine, non è protesta. È caos.
La rabbia può essere il sintomo di un disagio sociale reale, che la politica ha il dovere di comprendere e affrontare. Ma non possiamo trasformare quel disagio in una giustificazione della violenza, né confondere chi manifesta pacificamente con chi utilizza una manifestazione per distruggere.
E qui il confronto con una donna come Adele Bei diventa inevitabile. Parliamo di una generazione che conosceva il significato della lotta politica, del sacrificio e della responsabilità personale. Non voglio idealizzare il passato, né dimenticare le sue contraddizioni. Ma credo esista una differenza enorme tra battersi per conquistare dei diritti e pensare che la propria rabbia autorizzi a calpestare quelli degli altri. Il dissenso richiede coraggio. Il caos, molto spesso, soltanto l’assenza di responsabilità.
Lei si occupa di comunicazione. Crede che oggi siamo ancora capaci di trasmettere questi valori alle nuove generazioni?
Non sempre. Viviamo immersi in una quantità enorme di informazioni, immagini e messaggi, ma abbiamo progressivamente perso la capacità di dare profondità alle cose. Rischiamo di ridurre anche le vite più straordinarie a una fotografia, una citazione suggestiva, un post pubblicato in occasione di una ricorrenza.
Ma la memoria non dovrebbe funzionare come un calendario editoriale. Raccontare Adele significa far comprendere a una ragazza di vent’anni che alcune delle libertà delle quali dispone oggi sono state conquistate anche grazie a donne che hanno pagato un prezzo altissimo.
Per me comunicare significa soprattutto questo: costruire consapevolezza. Non limitarsi a trasmettere informazioni, ma mettere le persone nelle condizioni di comprenderle, discuterle e sviluppare un pensiero autonomo.
Adele Bei era una comunista convinta, mentre lei si riconosce politicamente nella destra. Una differenza importante.
Che non mi ha mai impedito di riconoscerne la grandezza. Sono una donna di destra, ma conosco la storia della mia famiglia e riconosco in quella generazione di comunisti valori che oggi faccio fatica a ritrovare persino in una parte della politica che si considera erede di quella tradizione.
Il senso della responsabilità collettiva, la vicinanza ai lavoratori, l’attenzione alle condizioni materiali delle famiglie, l’idea della politica come servizio e non semplicemente come appartenenza. Questo non significa condividere tutto di quella storia, né ignorarne gli errori. Significa saper distinguere.
Credo che oggi abbiamo un disperato bisogno di recuperare la capacità di riconoscere il valore anche dove non esiste coincidenza di idee. Sarebbe paradossale utilizzare una donna che ha speso la vita per ampliare gli spazi di libertà per rinchiuderla, ancora una volta, dentro un recinto ideologico.
Lei ha conosciuto personalmente Adele Bei e le ha dedicato anche un libro. Quanto conta questa dimensione familiare nel modo in cui ne custodisce la memoria?
Conta moltissimo. Io Adele l’ho conosciuta. Avevo sei anni quando è morta, nel 1976. Naturalmente ero troppo piccola per comprendere la grandezza storica di quella donna, il significato delle sue scelte, il prezzo che aveva pagato. È una consapevolezza arrivata dopo, crescendo, studiando, ricostruendo una storia che progressivamente assumeva una dimensione diversa.
Anche scrivere un libro su di lei è stato parte di questo percorso. Ma credo che proprio la vicinanza familiare imponga una responsabilità particolare, quella di non trasformare la memoria in celebrazione acritica.
Adele appartiene alla storia italiana, non soltanto alla nostra famiglia. E mi piacerebbe che il cinquantesimo anniversario della sua morte diventasse soprattutto un’occasione per farla conoscere ai giovani, per raccontarne il coraggio, ma anche le contraddizioni, la forza e la dimensione profondamente umana. Perché le grandi donne non hanno bisogno di essere rese perfette. Hanno bisogno di essere conosciute.