Globalizzazione, un peso per i paesi più poveri?

Globalizzazione, che ne sarà di noi? E soprattutto dei paesi poveri. Pubblicato il rapporto dell'indagine FAO Food Outlook che sottolinea come le importazioni alimentari rappresentino un peso crescente per i paesi più poveri del mondo

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Globalizzazione, inganno o risorsa? Nel documentato volume La Rivoluzione delle Api, di Monica Pelliccia e Adelina Zarlenga, di cui pubblicheremo sul nostro quotidiano online tra pochi giorni, una interessante intervista alle autrici, leggiamo: “Negli anni Cinquanta, nella soleggiata isola italiana (la Sicilia) si coltivavano circa 250 mila ettari di mandorleti, oggi circa 48 mila“.

Ecco, questa è la globalizzazione. Le mandorle le importiamo dalla California che ormai ne detiene il monopolio. Fa riflettere, alla luce di questo esempio, il rapporto della FAO, il Food Outlook, uno studio pubblicato ogni sei mesi e uscito ieri. Realizzato dall’economista Adam Prakash, afferma che le importazioni alimentari rappresenterebbero un peso crescente per i paesi più poveri del mondo.

Guardiamo ai numeri che la FAO evidenzia. La fattura delle importazioni mondiali è più che triplicata dal 2000, raggiungendo 1,43 trilioni di dollari. Quintuplicata per i paesi più vulnerabili alle crisi alimentari. Un dato che sottolinea una tendenza che è andata “deteriorandosi nel tempo, preannunciando una sfida crescente, soprattutto per i paesi più poveri, che cercano di venire incontro ai propri bisogni alimentari di base, attraverso i mercati internazionali” come ha sottolineato Prakash.

Globalizzazione, un peso per i paesi più poveri?
Globalizzazione, un peso per i paesi più poveri?

Per il costo globale delle importazioni alimentari è prevista una crescita di circa il 3 per cento quest’anno, raggiungendo 1,47 trilioni di dollari. L’aumento annuale è legato in particolar modo alla crescita del commercio internazionale di pesce – alimento di alto valore importato soprattutto da paesi sviluppati – e del commercio di cereali, commodities base che rappresentano un’importazione essenziale per molti Paesi a basso reddito con deficit alimentare (LIFDC, Low income food deficit countries).

Ne consegue che i tempi “globali” che dovevano distribuire in maniera più equa le risorse, hanno finito, forse, per concentrarle nelle mani di pochi a danno dei molti? Il che significa che i paesi più poveri potrebbero “pagare di più per meno cibo”, per approvvigionamenti che non possono più permettersi in base alla loro economia locale.

Globalizzazione: i dati dello studio FAO

ll Food Outlook analizza le tendenze di mercato della globalizzazione delle maggiori derrate alimentari mondiali, incluso cereali, carne, pesce, zucchero e oli vegetali.

Mentre i mercati alimentari sono rimasti relativamente stabili grazie alla buona disponibilità generale della maggior parte delle categorie, rimangono comunque vulnerabili. Colpa dell’aumento delle dispute in materia commerciale, dei ai cambiamenti climatici e delle evoluzioni nel settore agricolo.

L’indagine FAO Food Outlook si concentra sulle tendenze e sulla composizione – proteine animali, frutta e verdura, cereali, bevande, semi oleosi e caffè, tè e spezie – delle fatture delle importazioni alimentari lungo un arco di tempo preciso.

Il rapporto fornisce una valutazione dettagliata per i principali gruppi alimentari analizzati. Le importazioni alimentari sono cresciute al tasso globale medio dell’8 per cento annuo dal 2000, ma la crescita è rimasta sempre in doppia cifra per la maggioranza dei paesi più poveri.

Globalizzazione, un peso per i paesi più poveri?

I costi per l’importazione di cibo rappresentano ora il 28 per cento degli introiti totali dall’esportazione di merce per i paesi meno sviluppati, quasi il doppio rispetto al 2005. I paesi sviluppati, invece, non solo hanno un maggiore PIL pro capite, ma solitamente spendono solo il 10 per cento degli introiti dall’export per importazioni alimentari.

In “forte contrasto” con questo fenomeno, la quota di cereali rispetto a quella di alimenti di più alto valore nel paniere delle importazioni che non è calata nei paesi più poveri mentre è calata considerevolmente nei paesi più ricchi.

Il Food Outlook dedica anche un capitolo particolare alla crescita del commercio di frutti tropicali come guava e litchi, basandosi su edizioni precedenti concentrate su “antagonisti” di maggiore importanza come mango e papaya.

L’output globale del commercio di questi frutti tropicali minori, prodotti all’86 per cento in Asia, si è aggirato sui 20 miliardi di dollari l’anno scorso, secondo l’analisi e le valutazioni condotte da Sabine Altendorf.

Sono frutti che vengono consumati soprattutto a livello locale e spesso contribuiscono in modo sostanziale al reddito e ai bisogni nutrizionali dei piccoli produttori. Il crescente riconoscimento del loro contributo ad una dieta sana sta facendo crescere il profilo internazionale di questi prodotti.

Ad oggi, solo circa il 10 per cento della produzione è commercializzata all’estero, soprattutto all’interno dell’Asia, con la Thailandia come maggiore esportatore. I robusti prezzi all’ingrosso nei mercati dei paesi sviluppati indicano un ampio potenziale commerciale per gli esportatori dei paesi a basso reddito. Per rendere però concreta questa opportunità servono innovazioni nella gestione della deperibilità e garanzie sulla fornitura, sulla volatilità dei prezzi e sul rispetto delle certificazioni sanitarie.

Di particolare interesse sono anche gli andamenti complessi del settore degli oli vegetali, dove i prezzi internazionali dei semi e delle farine oleose sono in rialzo mentre quelli degli oli vegetali stanno crollando. Le relazioni commerciali in evoluzione tra Stati Uniti e Cina – rispettivamente il maggior produttore e compratore al mondo – hanno introdotto un’incertezza notevole nel mercato, come dimostrato dal calo dei prezzi mondiali di semi e farina di soia.

Previsioni?

Per il commercio dei prodotti cerealicoli si prevede un 2018/19 sostenuto da una domanda forte e continuata alle importazioni di quasi tutti i maggiori cereali. Di interesse sono anche le attese per prezzi elevati, se non “record” per i prodotti ittici nella seconda metà del 2018. Tra le altre previsioni, l’espansione del commercio di prodotti lattiero-caseari, in particolare del latte in polvere, e la forte espansione della produzione di carne, nonostante il rallentamento dei volumi commerciali. Due fattori di indiscutibile preoccupazione per quanto riguarda lo situazione generale della sostenibilità ambientale.

La produzione mondiale di zucchero, nel frattempo, è in salita dell’11.1 per cento. Nonostante la più ampia di disponibilità di zucchero mai registrata nella storia, raggiungendo il livello record di 187, 6 milioni di tonnellate, e superando in buona misura i margini globali di consumo.

Come ricorda il rapporto FAO, infatti, “il valore minimo per i prezzi internazionali dello zucchero sarà probabilmente determinato dall’aumento dei prezzi del petrolio greggio mondiale, dato che più zucchero viene usato per produrre etanolo”. Questa dettagliata analisi dei trend alimentari deve portarci a fare alcune riflessioni. Come affrontare seriamente le due sfide che ci aspettano per il futuro, per una globalizzazione “dal volto umano”: nutrire il mondo senza consumarlo e soprattutto senza farne terra bruciata.

 

 

 

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