Mal dell’esca della vite, due nuovi studi del CREA per contrastare questa diffusa fitopatia

I ricercatori del CREA hanno messo a punto un sistema che ha permesso di caratterizzare nel dettaglio il mal dell’esca, patologia che sta provocando importanti danni qualitativi e quantitativi alla viticoltura e ingenti perdite economiche per i produttori. Una banca dati unica nel suo genere, il controllo biologico e la bonifica di suoli contaminati: questa la strategia che il CREA, con il suo centro di Viticoltura e Enologia, sta mettendo in campo

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Negli ultimi anni le infezioni da agenti patogeni del legno della vite sono diventate un vincolo importante per la viticoltura. Fra queste il mal dell’esca, malattia nota da tempo e diffusa in numerose zone viticole del mondo e dell’Europa.

Cos’è il mal dell’esca?

Tra le malattie del legno della vite — spiega una nota del CREA — il mal dell’esca è una delle più complesse ed è dovuta all’azione spesso combinata o consecutiva di vari funghi, che attaccano il legno della pianta, compromettendo il passaggio dell’acqua e dei nutrienti dalle radici alla parte aerea.

La fitopatia, in grado di evolvere secondo una modalità cronica o acuta, è caratterizzata da sintomi che possono interessare foglie, tronco, tralci e acini. I patogeni, inoltre, sono capaci di penetrare nei tessuti legnosi anche attraverso ferite di modesta entità. Questi, insieme ad altri fattori, hanno attirato un’attenzione sempre maggiore.

Entità e danni causati ai vigneti

La malattia — specifica il CREA — è da sempre associata a viti piuttosto vecchie e ampiamente diffusa in tutte le aree viticole del mondo. Tuttavia, attualmente, è responsabile di gravi danni anche in impianti giovani, a causa della diversa sensibilità varietale e della variabilità dei sintomi. Il Glera, ad esempio, con cui si produce il prosecco, è una delle varietà più sensibili: nei vigneti sotto i 10 anni la diffusione di piante malate è tra il 2-4%, ma supera il 10% nei vigneti più vecchi.

Dal punto di vista economico quali sono le conseguenze? Il costo stimato delle perdite, utilizzando come parametri un vigneto di 25 anni d’età e una percentuale di piante infette del 6% e tenuto conto che l’incidenza aumenterà con l’età del vigneto, è di 2.000 euro/anno/ettaro. Va notato poi — segnala ancora il CREA — che l’entità del danno si accresce considerevolmente per i vitigni che raggiungono la piena produttività dopo i 25 anni.

Foto di Thomas B. da Pixabay

Strategie di intervento, gli studi del CREA

Per queste ragioni è stata realizzata la prima banca dati composta da funghi provenienti da piante sane e da piante malate. Una collezione micologica unica al mondo nel suo genere perché per la prima volta sono stati individuati e caratterizzati anche i virus che infettano i funghi.

La ricerca del CREA, pubblicata su Enviromental Microbiology, “riporta per la prima volta una raccolta curata di endofiti fungini della vite, identificando i micovirus associati, alcuni dei quali — scrivono i ricercatori — potrebbero essere impiegati nel futuro sfruttamento biotecnologico come agenti di controllo biologico per la protezione sostenibile delle piante”.

La caratterizzazione precedente di isolati fungini associati alla sindrome dell’esca aveva portato al riconoscimento di almeno tre specie fungine primarie coinvolte: Phaeocremonium minimum, Phaemoniella chlamydospora e Fomitiporia mediterranea.

In questo studio il team di lavoro ha isolato e caratterizzato per via molecolare endofiti fungini da tessuti legnosi di piante aventi e non i sintomi della malattia. Gli studiosi, inoltre, hanno analizzato la presenza di micovirus, individuando 39 genomi virali. Alcuni di questi virus, si è visto, infettavano i patogeni del legno della vite, fra cui P. minimum ed F. mediterranea.

Cosa è emerso?

I dati hanno mostrato che il fungo, dopo essere stato contagiato dal virus, è meno aggressivo e, di conseguenza, in alcuni casi, può essere usato a sua volta come agente di controllo biologico per il mal dell’esca. Risultati incoraggianti che hanno dato luogo a ulteriori sperimentazioni: alcuni funghi provenienti dalle piante sane, infatti, sono stati testati come agenti di biocontrollo per la loro capacità di contrastare i patogeni fungini responsabili del mal dell’esca.

Le indagini si sono estese anche al suolo

L’ecosistema microbico dei tessuti vegetali sulla superficie terrestre, infatti, è collegato al microbioma del suolo ed è in grado di modulare e stimolare le risposte delle piante. Dove sono presenti piante malate, risultano infettati anche i suoli, agevolando la diffusione della sindrome in termini di rapidità a facilità. Queste le premesse di un altro importante studio del CREA sulla microflora del suolo pubblicato sulla rivista internazionale Soil biology and biochemistry.

Nell’indagine, condotta tramite un approccio metabarcoding, gli studiosi hanno analizzato le comunità batteriche e fungine dei suoli associati a piante di vite con e senza i sintomi dell’esca. La ricerca rappresenta la prima descrizione dell’ecosistema microbico nel terreno di un vigneto affetto da questa malattia. I patogeni correlati “all’ esca” sono risultati più abbondanti nei terreni delle piante sintomatiche, indicando il suolo come un’importante fonte di inoculo.

“Per contrastare questa patologia — ha dichiarato Walter Chitarra, ricercatore del CREA Viticoltura ed Enologia, fra gli autori dei due studi — è importante intervenire fin da quando il vigneto è giovane: purtroppo al momento tutti gli approcci sono preventivi e, in particolare, si basano sul biocontrollo utilizzando il fungo benefico Trichoderma. Per quanto riguarda invece il reimpianto su terreni che presentano alta incidenza di mal dell’esca si suggerisce una bonifica dei suoli favorendo una microflora benefica: questo può essere fatto utilizzando miscele di sovesci particolari, che arricchiscano il suolo attirando funghi e batteri benefici”.

A questo proposito, con l’intento di risanare i suoli contaminati, i ricercatori del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria stanno recuperando la fauna microbica attraverso una colonizzazione mirata con funghi e batteri vantaggiosi. Quali ad esempio? Quelli che aumentano l’azoto nel suolo senza concimare oppure quelli che favoriscono l’assorbimento di fosforo e minerali o quelli che combattono i patogeni.

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