Nutrirsi e informarsi: CREA dichiara guerra alle Fake News

CREA (Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione), in occasione della Prima Giornata della Nutrizione, ha organizzato un convegno di studi per discutere su come valutare l’attendibilità delle informazioni che ci bombardano quotidianamente dai più svariati canali di comunicazione. Ma anche come interpretare correttamente gli studi scientifici e darne una corretta spiegazione alla popolazione, in modo da favorire un proficuo scambio tra scienziati e comunicatori.

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“Un bel tacer non fu mai scritto”, sentenziava Iacopo Badoer nei primi anni del ‘600. Oggi ci troviamo a constatare, in maniera preoccupante, che questa massima è vera e lo è drammaticamente in settori dove la non corretta informazione può determinare gravissime conseguenze, per la salute di tutti ed anche per l’economia di un intero settore. Noi italiani, come sottolineato da un rapporto di Eurobarometro: EBU Media intelligence Service «Trust in media 2017», diamo sempre troppo credito alle fonti di informazione e riteniamo troppo spesso esatte, a prescindere, le notizie riguardanti la salute che apprendiamo da radio, televisione, giornali e rete.

Parlando di nutrizione e corretta alimentazione, la cattiva informazione può indurre a comportamenti errati, ma anche creare allarmismi ingiustificati; è dunque molto importante imparare a selezionare le informazioni affidabili da quelle che non lo sono non facendosi trarre in inganno da notizie sensazionalistiche ed errate, le cosiddette fake news.

Per rispondere a questi interrogativi e dare linee guida sulle quali muoversi per comprendere quando una notizia non ha fondamento scientifico, il CREA (Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione), che da oltre 80 anni prepara documenti di indirizzo per la popolazione italiana e i professionisti del settore, ha organizzato una giornata di studio per discutere su come valutare l’attendibilità delle informazioni che ci bombardano quotidianamente dai più svariati canali di comunicazione. Ma anche come interpretare correttamente gli studi scientifici e come darne una corretta informazione alla popolazione, in modo da favorire un proficuo scambio tra scienziati e comunicatori.

Il CREA ha per questo istituito La Giornata della Nutrizione, il 15 novembre, come appuntamento per affrontare in maniera seria e scientifica un tema particolarmente rilevante soprattutto nel nostro Paese. L’Italia è la patria della Dieta mediterranea, delle tante eccellenze alimentari ma è anche il paese in cui si sta via via abbandonando il modello alimentare tradizionale verso modelli meno attenti alla prevenzione e alla salute. Questo ci porta ad avere tassi di obesità infantile allarmanti con necessità di azioni ed interventi precoci ed efficaci. La giornata della nutrizione può riportare al centro del dibattito anche mediatico l’importanza di sinergie a azioni in ambito nutrizionale che vedano coinvolti tutti gli operatori della filiera produttiva, dalla produzione primaria, alla trasformazione ma anche la distribuzione e non ultimo il consumatore. Un momento di dialogo con il pubblico, con i media e con i diversi stakeholder.

Nutrirsi e informarsi: CREA dichiara guerra alle Fake News (foto Pixabay)

Nel corso della giornata, dopo l’intervento di apertura del dott. Andrea Ghiselli, che ha ironicamente e intelligentemente smascherato ed evidenziato come la “menzogna” il “miraggio alimentare” si diffondano ed entrino facilmente nella testa della gente, sono stati ricordati e trattati 3 casi emblematici che dimostrano come una non corretta informazione può determinare veri e propri “disastri”.

Le bufale del latte

Il dottor Umberto Scognamiglio nel corso della sua relazione ha evidenziato, su basi scientifiche recenti, l’erroneità di molte affermazioni divulgate attraverso la rete e altri mezzi di comunicazione che sconsigliano il consumo di latte vaccino e dei suoi derivati a tutta la popolazione, per presunti danni alla salute.

I falsi miti smascherati sono stati: 1) Dopo lo svezzamento, il consumo del latte di altri mammiferi è dannoso in quanto “innaturale”, poiché due terzi della popolazione mondiale non sono in grado di digerire il suo zucchero principale, il lattosio. 2) Il consumo di latte e suoi derivati provoca una perdita di calcio dalle ossa in seguito ad acidificazione del sangue, contribuendo così all’osteoporosi. 3) Il latte e i suoi derivati sono ricchi di grassi e il loro consumo contribuisce all’aumento di peso e di colesterolo ematico. 4) Il latte è un fattore di rischio per i tumori. 5) Il latte aumenta il rischio di insorgenza di patologie cardio-metaboliche (malattie cardio-vascolari e diabete di tipo 2). 6) Il latte contiene farmaci/pesticidi.

Dunque, in conclusione, l’interessante relazione ha evidenziato come la letteratura scientifica più recente indichi che un consumo appropriato di latte e derivati ha effetti positivi in tutte le fasce di età, con l’eccezione di alcune specifiche condizioni patologiche, quali l’intolleranza accertata al lattosio e l’allergia alle proteine del latte.

Nutrirsi e informarsi: CREA dichiara guerra alle Fake News (foto Pixabay)

Il glutine e la sua presunta tossicità

Di notevole interesse scientifico anche il contributo del dottor Alberto Finamore, che ha voluto rispondere su basi scientifiche ad alcune affermazioni divulgate attraverso la rete e altri mezzi di comunicazione sui presunti danni alla salute legati al consumo di glutine.

In soggetti predisposti, l’assunzione del glutine scatena reazioni avverse più o meno gravi, come nella malattia celiaca o nella sensibilità al glutine non celiaca. L’Associazione Italiana Celiachia (AIC) definisce la celiachia come “un’infiammazione cronica dell’intestino tenue, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti”.

Ma negli ultimi anni sta emergendo l’evidenza di reazioni avverse all’ingestione di glutine in persone non celiache, tale condizione è stata recentemente definita “sensibilità al glutine non celiaca” (NCGS) diversa dalla celiachia. Oggi vengono identificate tre condizioni che richiedono il trattamento con una dieta senza glutine (Gluten Free Diet): la celiachia, la sensibilità al glutine e l’allergia al grano.

La grande pressione pubblicitaria e il martellamento mediatico che si sta osservando in Italia e un po’ ovunque nel mondo, nato dalla falsa promessa di perdere peso assumendo alimenti senza glutine o assicurarsi una alimentazione più sana, ha portato ad una grande richiesta di questi prodotti da parte del consumatore.

Finamore ha dunque tenuto a ribadire che nessuna ricerca ha finora dimostrato un qualsivoglia effetto benefico per i non celiaci nell’eliminazione del glutine dalla dieta. Diversi studi, infatti, hanno dimostrato che i prodotti trasformati GF (Gluten Free) hanno, in generale, un maggior apporto energetico e una dieta GF potrebbe non fornire quantità adeguate di oligoelementi e vitamine.

Considerando queste informazioni nel loro insieme si può concludere che seguire una dieta GF fai-da-te senza essere seguiti da un esperto nutrizionista può comportare squilibri nutrizionali.

Il “caso parmigiano”

La dottoressa Laura Gennaro ha reso evidente come una notizia riportata con poca cautela ed attenzione possa generare un clamore mediatico ed influenzare l’opinione pubblica: è il cosiddetto “caso parmigiano”.

Il 17 luglio un noto quotidiano ha pubblicato un articolo intitolato: “Onu, agroalimentare sotto accusa: «olio e grana come il fumo»” citando con preoccupazione una proposta dell’Oms in discussione in quel periodo. L’articolo inizia: “Il Parmigiano reggiano, il Prosciutto di Parma, ma anche la pizza, il vino e l’olio d’oliva. Tutti rischiano di fare la fine delle sigarette: tassati, e con tanto di immagini raccapriccianti sulle confezioni per ricordare che «nuocciono gravemente alla salute»”.

La notizia che l’Oms avrebbe paragonato questi prodotti all’alcol e al fumo, rendendoli così soggetti a tassazioni e/o etichettature speciali, ha scatenato un clamore mediatico che nel giro di poco tempo ha coinvolto anche le istituzioni e il mondo dell’agroalimentare, con implicazioni e speculazioni politiche.

La notizia sembrava collegata al rapporto chiamato “Time to Deliver” che fornisce raccomandazioni, per prevenire e controllare le malattie croniche non trasmissibili, relativamente a un consumo moderato di sale, acidi grassi saturi e trans e zuccheri, politica ormai consolidata e già ampiamente recepita dai governi nazionali. Nel documento non vengono però mai nominati specifici alimenti da eliminare né sono presenti riferimenti al parmigiano o a qualsiasi altro prodotto agroalimentare italiano.

In seguito alla polemica, i chiarimenti da parte dei rappresentanti della stessa Oms sono stati interpretati come una “marcia indietro” dell’Onu sull’argomento. A pochi giorni del primo articolo, il quotidiano nega il riferimento al rapporto e pubblica uno stralcio di una delle bozze del documento previsto per la discussione all’Onu in cui sono espressamente menzionati i cosiddetti “best buys” e “full fiscal powers” per disincentivare l’acquisto e il consumo di prodotti “health-harming”. Pertanto la notizia pubblicata farebbe riferimento ad una bozza, mettendo però in evidenza soltanto due aspetti, tassazione e etichettatura speciale.

Nella Dichiarazione finale non si menzionano più “best buys” e “full fiscal powers” ma si fa riferimento a misure politiche, legislative e regolatorie, comprese misure fiscali se ritenute appropriate, e all’importanza di fornire informazioni sul contenuto di sale, zuccheri e grassi, anche con l’utilizzazione di un’etichettatura appropriata e comprensibile per il consumatore.

Nutrirsi e informarsi: CREA dichiara guerra alle Fake News (foto Pixabay)

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