Dolci dei morti, le nostre tradizioni

Vediamo quali sono le delizie da preparare e da mangiare per i giorni dell'1 e del 2 novembre

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Dolci dei morti. A molti di noi Halloween fa lo stesso effetto della peperonata dopo mezzanotte. La paura c’è. Di non digerire e di non farcela anche quest’anno a sopportare una messinscena di gusto tutto americano, in realtà di antica tradizione celtica, dai risvolti macabri che sarebbe meglio evitare. Di orrori vari ne abbiamo, insomma, perché abbondare?

Per chi ama le cose belle, più “beneauguranti” e soprattutto della nostra colta tradizione italiana, invece che le zucche vuote iuessei, i dolci dei morti sono un valido motivo per mangiare autentiche delizie, pensando ai nostri cari.

I dolci dei morti sono quelli che si mangiano, generalmente, l’1 e il 2 di novembre in occasione delle feste di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti. I giorni del 1 e del 2 novembre sono intensamente collegati. Non occorre ricordare la meravigliosa poesia di Totò, ‘A Livella, per evocare alcuni scenari ma la credenza popolare vuole che proprio nella notte tra l’1 e il 2 novembre le anime dei defunti ritornino per farci visita e “confortarci” con la loro presenza.

Altro che zombie a scassarci il paperuolo con tutto quell’horror di gusto quantomeno discutibile. Non bastano i tempi che viviamo? No, la speranza di un mondo diverso e possibile, di una giustizia ultraterrena che torna a manifestarsi in quella notte è anche in questa “usanza”. Come direbbe Totò, “Ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero”.

Ovvio che per ospiti tanto importanti, occorra preparare la più degna ospitalità. Insomma, se siamo tutti chef oggi, ora allora diamoci da fare per preparare qualche dolcetto senza scherzetto ma con tanto amore per i nostri cari che arrivano a farci visita. Vediamo dunque alcuni tra i dolci più rappresentativi della nostra tradizione.

Cominciamo dalle Fave dei Morti. Si chiamano così proprio perché una volta la base di queste delizie era proprio la fava le cui origini simboliche sono anche legate ad un mondo ignoto e sotterraneo. La tradizione arriva dall’antica Roma, quando ai funerali si distribuivano delle fave secche che simboleggiavano le anime dei defunti. A Bologna si chiamano anche brutti ma buoni. Le Fave dei Morti sono persino incluse nel ricettario di Pellegrino Artusi del 1891. Farina di mandorle tritate, l’albume d’uovo, pinoli, zucchero e buccia di limone grattugiata sono gli ingredienti principali di questi pasticcini diffusi in tutta Italia.

Il Pan dei Morti, un dolce che risale addirittura al 1400, è del Nord, in particolare di Milano. Viene realizzato con biscotti, amaretti, frutta secca, cannella e noce moscata. Non male anche le aggiunte di scorza d’arancio, cedro candito. Con un bicchierino di vin santo e cosparsi di zucchero a velo, i nostri cari non rimarranno delusi. Anzi, vorranno fermarsi a lungo per la gioia di tutti.

Le Ossa dei Morti sono quei dolci dalla consistenza particolarmente croccante, e parecchio buoni. In Sicilia vengono definiti crozzi e sono fatti con farina, acqua, zucchero cannella e chiodi di garofano. In Toscana vengono arricchiti con le mandorle, nel parmense realizzati con la pastafrolla e glassati.

Sempre in Toscana troviamo il Pan co’ Santi. Farina, noci, miele, strutto, uvetta e pepe nero danno vita a quel buon pane dolce che si gusta fina a Natale. Si prepara da secoli nel territorio di Siena e della Val d’Orcia. Come per tutti gli antichi prodotti del territorio, anche nel Pan co’ Santi ritroviamo la frutta secca e le spezie, che nel Medioevo i mercanti portavano dai loro viaggi.

In Puglia troviamo due specialità, le Fanfulicchie e la Colva altresì detta grano dei morti. Le Fanfulicchie sono riccioli di zucchero caramellato attorciglilati, generalmente al sapore di menta. Una volta si vendevano ai banchetti soltanto l’1 e il 2 novembre e si abbinavano, meraviglia, a giocattolini di legno per fare la felicità di bambini e bambine di un’Italia che non esiste che in alcune risacche orgogliose di resistenza. E di ricordi. Si distribuivano, queste caramelle, davanti al cimitero ed erano per i bambini meno fortunati. Le ricette variano e su molte di queste aleggia il “segreto d’ufficio”.

Il Grano dei Morti invece richiama alla tradizione ortodossa.Il grano bollito nella chiesa ortodossa viene infatti accomunato a morte e resurrezione. Nella Grecia antica il grano era associato alla dea della terra Demetra, simbolo di vita. Nella ricetta tradizionale pugliese il dolce si realizza con il vino cotto al posto dello zucchero e talvolta anche noci tritate e cannella.

Bella anche la tradizione dei “Cavalli” in Trentino Alto Adige. La leggenda racconta che le campane risuonino per richiamare le anime alle tavole lasciate imbandite. Tovaglia e piatti rimangono così illuminate dalle braci del fuoco. L’atmosfera è di rara bellezza. Immaginiamo la luce del fuoco che si staglia sui muri e avvolge con il calore della speranza e della dolce presenza tutto intorno.

I Cavalli rimangono in tavola in bella presenza. Questo dolci dei morti sono grosse pagnotte dolci di cui i nostri cari che vengono dal mondo della Verità pare vadano ghiotti. Il riferimento ai cavalli sembra risalire al culto greco della dea che accompagnava i morti nell’oltretomba, Epona, protettrice di questi nobili animali.

Dal Nord facciamo ancora ritorno al Sud. A Napoli abbiamo O’Morticiello, torrone senza miele, al caffé, alla gianduia e alla crema di nocciole. Il dolce si chiama così perché vuole richiamarsi “simpaticamente” alla cassa da morto e viene servito a fette.

Sulle tavole catanesi troviamo gli ‘nZuddi (i Vincenzi), biscotti nati nel convento delle Suore Vincenziane di Catania fatti con mandorle, farina, miele e cannella. A Messina ci sono biscotti croccanti alle mandorle chiamate piparelle, da inzuppare nel liquore. E un po’ ovunque spuntano nelle cucine i pupi di zucchero a evocare gli avi della famiglia, o i panini dolci a forma di mano.

Senza dimenticare le Rame di Napoli dolce tipico catanese e la Frutta di Martorana che che deve il suo nome alla Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio o della Martorana di Palermo. A Reggio Calabria questi golosi dolcetti vengono anche chiamati “morticeḍḍi”.

Insomma, anziché perdere tempo con macabre pantomime, preparate i dolci dei morti per voi e anche per “loro”. Non si sa mai vogliano davvero venirci a trovare.

 

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